Music climate pact: major e indie unite per azzerare le emissioni

Sony, Universal e Warner si uniscono alle etichette indipendenti e sottoscrivono il Music climate pact per raggiungere zero emissione entro il 2050.

“Sfruttare il potere della musica per ispirare un’azione di trasformazione nei confronti della crisi climatica”. Questo è l’obiettivo primario del Music climate pact, accordo firmato il 14 dicembre scorso dalle tre principali major musicali – Sony music group, Universal music group e Warner music group – e da una serie di etichette indipendenti tra cui Brownwood di Giles Peterson recordings, Beggars group, Bmg, Ninja tune, Secretly group e Warp.

Le linee guida dell’accordo, sviluppate in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), hanno lo scopo concreto di portare all’azzeramento delle emissioni nette di gas serra prodotte dal settore della musica entro il 2050 e di ottenere una riduzione del cinquanta per cento entro il 2030.

Music climate pact: che cos’è

Sulla scia delle riflessioni e del dibattito a livello globale sui cambiamenti climatici e sul futuro del nostro Pianeta scaturito a seguito della Cop26 dello scorso novembre a Glasgow, anche il settore musicale ha deciso di promuovere un’azione collettiva e concreta per ridurre il proprio importante impatto sull’ambiente.

Lo scorso aprile i due gruppi britannici di etichette indipendenti più grandi e influenti al mondo, Beggars group e Ninja tune, hanno istituito l’Impala sustainability programme, programma di sostenibilità per ridurre le emissioni di carbonio e diventare carbon negative entro il prossimo decennio.

Adesso, l’intero comparto musicale si coalizza firmando il Music climate pact con lo scopo di definire una strategia condivisa e coordinata così da amplificare le misure già adottate dalle singole aziende per contrastare la crisi climatica e “decarbonizzare” il settore discografico, rendendolo del tutto sostenibile entro il 2050. Uno step intermedio è stato fissato per l’anno 2030, quando tutte le aziende aderenti dovranno aver dimezzato le proprie emissioni.

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La produzione e il consumo musicale hanno un impatto importante sull’ambiente, a partire dagli spettacoli dal vivo, che causano alti livelli di inquinamento legati agli spostamenti di artisti e pubblico, staff e attrezzature © Freepik

L’iniziativa è nata sotto l’impulso dell’Associazione musica indipendente del Regno Unito (Aim) in collaborazione con l’associazione delle etichette discografiche britanniche, che sono riuscite a coinvolgere anche i tre colossi mondiali del settore: Sony, Universal e Warner music.

Le aziende aderenti avranno tempo fino al febbraio 2022 per adottare le misure prescritte dai programmi di best practice riconosciuti a livello internazionale, tra cui il programma Science based targets (SBTi), che fornisce alle aziende percorsi definiti sulla base dei più recenti dati scientifici, o lo SME climate commitment, programma Race to zero sostenuto dalle Nazioni Unite per il raggiungimento della neutralità carbonica.

Major e indipendenti si impegnano non solo a ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma anche a innescare un’azione sociale più ampia, creando strumenti di misurazione del carbonio, incoraggiando i fornitori condivisi a ridurre le proprie emissioni, sostenendo gli artisti che parlano pubblicamente di questioni climatiche e lavorando con le società di streaming come Spotify per monitorare e ridurre le emissioni sussidiarie relative all’ascolto di musica e al fandom.

Tra gli strumenti che potranno fornire supporto alle aziende c’è, per esempio, il Carbon calculator, indicatore dell’impatto di emissioni dedicato al settore della musica registrata lanciato da Impala in collaborazione con l’associazione Julie’s bicycle, o il Near-mint vinyl di Republic of music e Aim climate action group per ridurre i rifiuti di vinile.

Riconosciamo che la crisi climatica è una minaccia esistenziale per l’umanità e che l’industria musicale ha la responsabilità di agire.

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“Allineandoci come settore, siamo in grado di depoliticizzare la sostenibilità e affrontare i nostri maggiori impatti ambientali in modo efficiente e collaborativo”, si legge nel documento del patto. “C’è molto lavoro da fare se vogliamo diventare un’industria più sostenibile, ma saremo guidati dalla scienza del clima e intraprenderemo azioni tangibili e unificate e ci aggiorneremo regolarmente sui nostri progressi”.

Gli obiettivi del Music climate pact

  •  Intraprendere azioni individuali e collettive per misurare e ridurre le emissioni di gas serra da parte delle imprese (scopi 1, 2 e 3);
  • entro febbraio 2022, sottoscrivere l’ impegno standard sugli obiettivi basati sulla scienza affermando il principio di stabilire obiettivi basati sulla scienza o che aderiranno al programma Race to Zero;
  • collaborare come industria per stabilire metodologie, strumenti e strutture di misurazione del carbonio supportati dalla scienza del clima;
  • collaborare con fornitori condivisi e piattaforme di streaming digitale (DSP) per ottenere dati e guidare progetti di riduzione delle emissioni in modo collaborativo;
  • sostenere e coinvolgere gli artisti nel trasmettere i messaggi relativi alle questioni climatiche;
  • comunicare apertamente con i fan sugli impatti dell’industria musicale.

Il patto è stato lanciato il 14 dicembre scorso con le prime quattordici aziende che hanno aderito. I firmatari sperano di allargare rapidamente l’elenco delle imprese partecipanti, con centinaia di altre aziende da tutto il mondo che dovrebbero firmare entro giugno 2022.

L’impatto ambientale del settore musicale

Come ha sottolineato Nigel Adams, fondatore di Full time hobby, una delle aziende firmatarie: “L’industria musicale, come qualsiasi altra, deve chiedersi come può rispondere alla crisi climatica”. E infatti, la produzione e il consumo musicale hanno un impatto importante sull’ambiente, a partire dagli spettacoli dal vivo, che causano alti livelli di inquinamento legati, per esempio, agli spostamenti di artisti e pubblico, staff e attrezzature.

Negli anni scorsi già alcuni artisti si sono espressi sulla necessità di rendere la musica dal vivo più sostenibile: nel 2019 i Massive Attack hanno commissionato al Tyndall center for climate change research uno studio per indagare l’impatto ambientale dei propri live con l’obiettivo di fornire soluzioni concrete all’industria musicale per ridurre la propria impronta ambientale; mentre i Coldplay, dopo aver dichiarato che non avrebbero più suonato dal vivo fino a quando non sarebbero riusciti a rendere i propri concerti il più sostenibili possibile, hanno da poco annunciato che il tour in programma per il 2022 sarà per il cinquanta per cento più green rispetto al tour precedente.

I Coldplay sul palco.
I Coldplay durante un’esibizione del 2017 a Las Vegas © Kevin Winter/Getty Images for iHeartMedia

Ma a produrre elevate quantità di anidride carbonica è anche il consumo musicale. Oltre alla produzione e alla distribuzione di supporti fisici come vinili e cd, bisogna considerare anche i livelli di inquinamento generati dalla fruizione digitale della musica.

I risultati della recente ricerca The cost of music, in collaborazione tra l’Università di Glasgow e l’Università di Oslo, ha dimostrano che anche se la musica online potrebbe sembrare più rispettosa dell’ambiente perché non prevede la produzione di materiali, in realtà l’archiviazione e l’elaborazione della musica online utilizzano un’enorme quantità di risorse ed energia, con un forte impatto sull’ambiente. Per esempio, nel 2016 la generazione di gas serra dovuta all’archiviazione e alla trasmissione di file digitali di chi ascolta musica online è stata stimata tra i 200 milioni di chilogrammi e gli oltre 350 milioni di chilogrammi solo negli Stati Uniti.

Possiamo considerare il Music climate pact, quindi, un punto di svolta nell’atteggiamento dell’industria musicale per un mercato musicale più pulito e rispettoso dell’ambiente.

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