Diritti umani

Myanmar, condannati sette militari per le esecuzioni sommarie a danno dei rohingya

Per la prima volta l’esercito del Myanmar ha condannato dei militari per le violazioni dei diritti umani a danno del popolo rohingya.

Sette militari sono stati condannati martedì 10 aprile nel Myanmar (ex Birmania) a dieci anni di prigione per aver partecipato ad un massacro ai danni del popolo musulmano dei rohingya. Si tratta di una notizia annunciata dallo stesso esercito e che risulta senza precedenti dall’inizio della crisi.

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Profughi rohingya rifugiati in Bangladesh © Paula Bronstein/Getty Images

I militari negano però l’esistenza di un piano di pulizia etnica

“Quattro ufficiali e tre soldati sono stati destituiti dai loro incarichi e condannati”, ha confermato il generale Min Aung Hlaing attraverso una nota pubblicata sui social network. Il valore simbolico della condanna è enorme, se si tiene conto che i rohingya sono perseguitati ormai da parecchi anni. Basti pensare che le prime violenze risalgono al 2012 e che, ad oggi, sono circa 700mila le persone che sono state costrette a fuggire dalle loro terre.

L’esercito ha riconosciuto che i soldati hanno effettuato una serie di “esecuzioni sommarie”, negando tuttavia che ciò fosse stato pianificato nell’ambito di un piano di pulizia etnica (accusa che invece è stata avanzata dalle Nazioni Unite). I rohingya, in ogni caso, sono stati uccisi a sangue freddo benché fossero già prigionieri, il che rappresenta una palese violazione dei diritti umani.

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Per la prima volta l’esercito del Myanmar ha ammesso casi di esecuzioni sommarie a danno dei rohingya © Allison Joyce/Getty Images

Ancora sotto processo i giornalisti che hanno rivelato il massacro

La pena inflitta ai militari è legata in particolare ai fatti avvenuti nel villaggio di Inn Dinn, vicenda che è stata raccontata al mondo intero dall’agenzia di stampa Reuters. I due giornalisti che hanno seguito la vicenda, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, sono stati arrestati nello scorso mese di dicembre nel Myanmar e posti sotto processo. Proprio oggi è arrivata la prima decisione del tribunale: nonostante le forti pressioni internazionali, le accuse nei loro confronti sono state confermate. In particolare quella di “violazione del segreto di stato”.

“Il tribunale ha deciso di rigettare la richiesta della difesa di rilasciare gli imputati”, ha dichiarato il giudice di fronte ad un’aula colma di diplomatici e giornalisti. I due reporter rischiano fino a quattordici anni di reclusione: il procedimento riprenderà il 20 aprile.

 

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