Myanmar, iniziato il primo dei processi all’ex leader Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi deve rispondere di numerosi capi d’accusa, in diversi processi. Il primo di questi è partito il 14 giugno.

Lunedì 14 giugno è stato avviato il primo dei numerosi processi nei quali figura come imputata Aung San Suu Kyi, ex capo del governo del Myanmar, destituita il 1 febbraio a seguito di un colpo di stato militare. L’ex dirigente dovrà difendersi dalle accuse di importazione illegale di strumenti di comunicazione: dei walkie-talkie sono stati ritrovati nella sua abitazione.

Aung San Suu Kyi è “in buona salute” secondo i suoi avvocati

La prima udienza è stata effettuata in un tribunale sottoposto a stringenti misure di sorveglianza, nella capitale Naypyidaw. L’imputata, secondo gli avvocati che la difendono, è “in buona salute”, nonostante le lunghe settimane passate in isolamento.

Aung San Suu Kyi
Aung San Suu Kyi nel 2010 a Yangon, nel Myanmar © Drn/Getty Images

Uno dei legali, Min Min Soe, ha precisato che nel corso della prima giornata processuale sono stati ascoltati numerosi testimoni. Nella giornata di martedì 15, inoltre, è stato avviato un secondo procedimento contro l’ex leader birmana, con accuse ben più pesanti: dovrà rispondere di sedizione assieme all’ex presidente della Repubblica Win Myint.

L’ex leader birmana rischia numerosi anni di carcere

Oggi 75enne, Aung San Suu Kyi è infine sospettata di aver violato una legge sul segreto di stato che risale all’epoca coloniale, e di corruzione poiché avrebbe intascato più di mezzo milione di dollari e una decina di chilogrammi di oro. Il processo per tali capi d’accusa non è tuttavia ancora stato calendarizzato.

Qualora dovesse essere giudicata colpevole, l’ex leader del Myanmar rischia una condanna a numerosi anni di carcere. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, inoltre, non sarà semplice difendersi, anche in ragione del fatto che a Aung San Suu Kyi è stato concesso di incontrare i suoi avvocati soltanto in due occasioni. E ciascuna riunione non è durata più di 30 minuti.

Non si arrestano le violenze nel Myanmar

I generali al governo sarebbero inoltre intenzionati a sciogliere la Lega nazionale per la democrazia, partito che ha ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni parlamentari del novembre 2020, le prime dopo decenni di dittatura militare. Ciò in quanto il risultato dello scrutinio sarebbe stato viziato, a loro avviso, da “gigantesche” frodi.

Sostenitori del partito National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi © Ye Aung Thu/AFP via Getty Images

Nel frattempo, la situazione nel Myanmar non accenna a migliorare. Da mesi manifestazioni quotidiane vengono organizzate nelle strade, e represse con violenza dai soldati. Sono almeno 860 le persone uccise, secondo l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici. Circa cinquemila risultano invece quelle arrestate, mentre 100mila persone sono state costrette a fuggire. Secondo l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu Michelle Bachelet, da venerdì 11 giugno le violenze si sono perfino intensificate. E la giunta militare è “interamente responsabile della crisi in atto”.

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