Il Myanmar imbavaglia la stampa. Condannato a 10 anni un giornalista giapponese

Toru Kubota era stato arrestato mentre filmava le proteste contro il regime militare. Il bavaglio contro i giornalisti in Myanmar è sempre più stringente.

I giudici del Myanmar hanno condannato a 10 anni di carcere Toru Kubota, filmmaker e giornalista giapponese. Il 26enne era stato arrestato a luglio mentre filmava alcune proteste contro il regime del paese ed è stato accusato di incitamento al dissenso e violazione di una legge sulle comunicazioni elettroniche.

Le proteste in Myanmar
Le proteste in Myanmar © Hkun Lat/Getty Images

Si tratta della quarta condanna nei confronti di stranieri degli ultimi mesi da parte del regime militare del Myanmar, instaurato dopo il colpo di stato del febbraio 2021 contro il governo di Aung San Suu Kyi. Ed è sintomatica di un inasprimento sempre più forte delle misure contro il dissenso e la libertà di stampa.

La condanna di Toru Kubota

Il giornalista Toru Kubota, giapponese, è stato arrestato il 30 luglio mentre filmava alcune proteste contro il regime militare. L’accusa nei suoi confronti era quella di essere entrato in Myanmar con un visto turistico invece che giornalistico, di aver partecipato alle rivolte e anche di aver contribuito a organizzarle. I militari lo hanno poi accusato di aver diffuso false informazioni sui rohingya, la minoranza musulmana perseguitata nel paese in quello che da più parti viene chiamato genocidio.

Nella giornata del 5 ottobre una corte militare ha condannato il cittadino giapponese a dieci anni di carcere: tre per incitamento alla rivolta e sette per violazione della normativa sulle comunicazioni elettroniche. Come spiega il giornale americano New York Times, il giornalista era stato diverse altre volte in Myanmar e stava raccogliendo materiale per realizzare un documentario sulle proteste.

Le autorità di Tokyo hanno detto di augurarsi che Kubota possa essere rilasciato, in una presa di posizione contro il regime del Myanmar che è apparsa fredda. Sin dall’inizio, in effetti, il Giappone ha condannato il colpo di stato nel paese senza però seguire i paesi occidentali nelle condanne più forti e nella predisposizione di sanzioni. Una linea diplomatica che sembra resistere anche ora. 

Il bavaglio del Myanmar

Toru Kubota è il quarto cittadino straniero a subire una condanna dal regime militare del Myanmar. Prima di lui era toccato al britannico Vicky Bowman, ambasciatore del paese prima del colpo di stato; al giornalista americano Danny Fenster; al consulente australiano di Aung San Suu Kyi, Sean Turnell

Il clima per il dissenso e le opposizioni nel paese si sta facendo sempre più pesante, così come per la libertà di stampa. Come ha sottolineato poche settimane fa l’organizzazione non governativa Human rights watch, sono almeno sei i casi documentati di attivisti morti in carcere con segni di tortura. Secondo l’Assistance association for political prisoners, almeno 73 persone sono morte in questi mesi durante la custodia nei commissariati e nei centri per gli interrogatori del paese. Più in generale, 690 persone sono morte poco dopo l’arresto. 

E tra le persone più colpite dagli arresti ci sono proprio i giornalisti. Secondo Reporters sans frontières sono 66 i professionisti della stampa in custodia, con gli ultimi arresti che hanno colpito nei giorni scorsi il caporedattore del magazine Mizzima News, Myo Thant, e il giornalista di Channel Mandalay, Win Naing Oo. Diverse testate considerate di opposizione, come la Democratic voice of Burma, sono state messe fuori legge. Ora è arrivata la condanna a dieci anni del filmaker giapponese Toru Kubota, che assesta un altro duro colpo al mondo dei media in Myanmar. Tanto che nelle scorse ore ha alzato la voce anche il Parlamento europeo, con una risoluzione di condanna al bavaglio instaurato dal paese del sud-est asiatico e la richiesta di rilasciare tutti i giornalisti incarcerati.

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