La giunta militare del Myanmar ha liberato oltre 5mila prigionieri politici

È la terza amnistia in Myanmar dal colpo di stato dell’esercito di febbraio 2021. La comunità internazionale la giudica però una misura di facciata.

La giunta militare del Myanmar, al potere dal golpe di febbraio, ha deciso di liberare oltre 5mila dei manifestanti arrestati durante le proteste degli scorsi mesi. Dopo la destituzione della capa del governo Aung San Suu Kyi, il paese è sprofondato in una spirale di violenza che tra le altre cose ha portato a imprigionamenti di massa degli oppositori. La comunità internazionale ha condannato in più occasioni la repressione messa in atto dai militari, che ora in occasione della festa nazionale di Thadingyut ha concesso una vasta amnistia, un segnale anche alle pressioni dei paesi limitrofi.

Le proteste in Myanmar contro il colpo di stato
Le proteste in Myanmar contro il colpo di stato © Stringer/Getty Images

Quasi un anno di violenze

Tutto è cominciato il primo febbraio 2021, quando la leader del governo Aung San Suu Kyi è stata arrestata dai militari, assieme al presidente della Repubblica Win Myint e ad alti dirigenti politici. L’esercito ha denunciato brogli elettorali nel voto del novembre 2020, da qui il rovesciamento del governo e la presa del potere con i generali che hanno assunto le cariche chiave del paese. Sulla premio Nobel Aung San Suu Kyi pendono diversi capi d’accusa, che vanno da importazione illegale di dispositivi elettronici, alla sedizione, fino alla corruzione.

Nei giorni successivi al golpe in centinaia di migliaia sono scesi in piazza contro la giunta militare. Inizialmente la situazione è apparsa sotto controllo, per quanto in alcune città siano subito state imposte normative rigide come la legge marziale. Poi è stato un bagno di sangue, tanto che è intervenuto anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per condannare le violenze dell’esercito.

Secondo le rilevazioni dell’Assistance association for political prisoners (Aapp), nel corso delle proteste in Myanmar per il colpo di stato militare di febbraio sono state arrestate almeno 9mila persone e ne sono state uccise più di mille. In migliaia sono fuggiti nei paesi limitrofi in quella che l’Onu ha definito una “tragedia umanitaria”, mentre nelle ultime settimane è nato un governo-ombra che ha come obiettivo quello di destituire i militari. Intanto le violenze e gli scontri tra la popolazione e l’esercito continuano, soprattutto nello Stato occidentale di Chin, al confine con l’India. 

L’amnistia e le pressioni internazionali

Ora molte delle persone arrestate nel corso delle proteste sono state rilasciate. Il capo della giunta militare, il generale Min Aung Hlaing, ha annunciato infatti la liberazione di 5.636 prigionieri in occasione del festival delle luci di Thadingyut, un importante festività nazionale che si tiene il 20 ottobre. 

Tra le persone liberate ci sono figure politiche di spicco come Monywa Aung Shin, una delle portavoci della National league for democracy (Nld), il partito di Aung San Suu Kyi, oltre che giornalisti e parlamentari. L’amnistia sembra presupporre una fase più pacifica per il paese, ma in realtà è da molti vista come una misura di facciata con cui presentarsi meglio davanti alla comunità internazionale, anche perché alcune delle persone rilasciate sarebbero già state nuovamente arrestate. Migliaia di manifestanti erano già stati liberati in due diverse occasioni ad aprile e giugno, senza che questo avesse significato un cambio di approccio della giunta militare in una direzione meno repressiva. 

Oggi i generali al potere vivono però una crisi internazionale non di poco conto, dopo che l’Associazione dei Paesi del sud-est asiatico (Asean) non ha concesso al leader militare del Myanmar Min Aung Hlaing di partecipare al summit di ottobre. Al contrario, è stato invitato al consesso un rappresentante non politico, un segnale molto forte contro il paese da parte degli stati della regione, che hanno definito “insufficienti” i progressi fatti dalla giunta militare del Myanmar per la pacificazione del paese. L’Asean in primavera aveva infatti realizzato una road map in cinque punti che prevedeva, tra le altre cose, la visita di un ispettore internazionale all’ex leader del paese Aung San Suu Kyi e la cessazione delle violenze. Richieste che a oggi non sono state soddisfatte.

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