Come l’economia globale passa dalla guerra in Iran

Il conflitto nel Golfo minaccia una delle infrastrutture energetiche più importanti, con effetti su mercati, commercio e sicurezza energetica globale. Qual è la storia, chi sono gli attori e le possibili conseguenze.

Quando si parla della guerra in corso in Iran, spesso il racconto parte dagli ultimi giorni, caratterizzati da attacchi, ritorsioni ed escalation militare nella regione. Per capire davvero perché questo conflitto si sta allargando, e perché l’Iran sta colpendo anche obiettivi nei Paesi del Golfo, bisogna fare un passo indietro. E non di qualche anno, di più di settant’anni.

Nel 1951 l’Iran è uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Tuttavia, quel greggio non è mai stato davvero sotto il controllo dello Stato iraniano. Gran parte dell’industria energetica è infatti dominata dalla Anglo-Iranian Oil Company, la compagnia britannica che gestisce l’estrazione e l’esportazione e che trattiene la stragrande maggioranza dei profitti e che nel 1954 viene rinominata British Petroleum. In quell’anno il primo ministro Mohammad Mossadeq prende una decisione che cambierà la storia del paese, quella di nazionalizzare l’industria petrolifera. Per Mossadeq non è solo una questione economica, è una questione di sovranità. La decisione provoca una crisi internazionale immediata. Il Regno Unito reagisce con un embargo sul petrolio iraniano e avvia una campagna diplomatica per isolare il governo di Mossadeq. Gli Stati Uniti, inizialmente più cauti, iniziano progressivamente a vedere l’Iran come un punto sensibile nel contesto della Guerra Fredda.

Nel 1953 la crisi arriva al suo punto più drammatico. Con un’operazione segreta organizzata dalla CIA e dai servizi britannici, passata alla storia come operazione Ajax, il governo di Mossadeq viene rovesciato. Il primo ministro viene arrestato e il potere torna nelle mani dello shah Mohammad Reza Pahlavi. Per Washington e Londra l’operazione è un successo strategico, un governo percepito come instabile viene sostituito con un alleato affidabile nella regione. Per molti iraniani il colpo di Stato del 1953 diventa il simbolo di una lunga storia di interferenze occidentali nella politica del Paese.

È una memoria politica che continua a influenzare il modo in cui la Repubblica islamica interpreta il rapporto con l’Occidente. Ed è proprio quella memoria politica uno degli elementi che aiutano a capire quello che succede oggi, perché quando nel 1979 il regime dello shah crolla e nasce la Repubblica islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, il nuovo sistema politico iraniano si costruisce anche in opposizione all’influenza occidentale nella regione. La rivoluzione del 1979 non è soltanto un cambio di governo, è un cambio di paradigma.

L’Iran passa da essere uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia Occidentale a diventare uno dei principali avversari strategici di Washington nella regione. E da quel momento il Golfo Persico diventa uno dei luoghi centrali di questa rivalità. Per capire perché, bisogna guardare alla struttura geopolitica del Golfo.

Due modelli di potere nel Golfo

Da una parte c’è l’Iran, un paese grande, con quasi novanta milioni di abitanti, una lunga tradizione statale e un sistema politico che dopo la rivoluzione si presenta come un modello alternativo sia alle monarchie della regione sia all’influenza occidentale.

Dall’altra parte ci sono le monarchie del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrain, paesi molto più piccoli dal punto di vista demografico e geografico, ma che negli ultimi decenni hanno accumulato enormi risorse economiche grazie al petrolio e al gas. Le monarchie del Golfo hanno costruito la propria sicurezza su un’alleanza molto stretta con gli Stati Uniti e con l’Occidente. Ospitano basi militari americane, sistemi di difesa e infrastrutture strategiche che fanno parte dell’architettura di sicurezza occidentale nella regione.

Allo stesso tempo, negli ultimi vent’anni, questi paesi hanno investito enormemente nello sviluppo economico. Si sono concentrati nella costruzione di porti, aeroporti, hub logistici e centri finanziari. Città come Dubai, Doha e Abu Dhabi sono diventate snodi fondamentali per il commercio globale, per il traffico aereo e per i flussi energetici che collegano Asia Occidentale, Asia ed Europa.

Questo significa che il Golfo Persico oggi non è solo una regione geopolitica, è anche una delle infrastrutture economiche più importanti del pianeta. Ed è proprio questo che rende ogni crisi nella regione potenzialmente globale.

Gli attori della crisi

Il conflitto che stiamo vedendo oggi coinvolge diversi attori con interessi molto diversi tra loro. L’Iran è la principale potenza regionale non araba del Golfo e negli ultimi decenni ha costruito una rete di alleanze e di influenza che si estende in diversi paesi dell’Asia Occidentale, dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen, quell’allenza conosciuta come “Asse della Resistenza

Israele considera l’Iran la principale minaccia strategica nella regione, soprattutto per il programma nucleare iraniano e per il sostegno che Teheran offre a gruppi armati come Hezbollah in Libano. Un Iran forte, in un momento storico come questo con Tel Aviv che ha normalizzato con diversi paesi del Golfo, è l’unico ostacolo all’egemonia completa di Israele nella regione.

Gli Stati Uniti mantengono da decenni una presenza militare significativa nel Golfo proprio per garantire la sicurezza delle rotte energetiche e per sostenere i propri alleati nella regione.

E poi ci sono le già citate monarchie del Golfo, paesi che negli ultimi anni hanno cercato di mantenere un equilibrio delicato: da una parte la cooperazione con gli Stati Uniti e con l’Occidente, dall’altra il tentativo di evitare uno scontro diretto con l’Iran che potrebbe destabilizzare tutta la regione. Quando questo equilibrio si rompe, il rischio è che la crisi si allarghi molto rapidamente, come sta avvenendo in queste settimane.

Perché l’Iran colpisce i Paesi del Golfo

Uno degli aspetti più discussi della crisi attuale è il fatto che l’Iran abbia colpito anche obiettivi nei paesi del Golfo. A prima vista potrebbe sembrare una scelta controintuitiva dato che questi paesi non sono formalmente parte della guerra. Dal punto di vista strategico, però, la logica è diversa.

Le monarchie del Golfo fanno parte dell’architettura di sicurezza costruita dagli Stati Uniti nella regione. Alcuni ospitano basi militari americane, altri collaborano strettamente con Washington sul piano militare e logistico. Colpire infrastrutture in questi Paesi significa quindi allargare il costo regionale del conflitto. E qui troviamo un secondo elemento, che riguarda l’economia globale.

Gran parte delle infrastrutture energetiche e logistiche da cui dipende il commercio mondiale si trova proprio nel Golfo Persico: terminal petroliferi, porti commerciali, rotte marittime e hub aerei. Quando queste infrastrutture vengono colpite o anche solo minacciate, l’impatto della guerra non resta confinato al piano militare, si estende all’economia globale. L’Iran sta rispondendo agli attacchi sul suo territorio con una guerra all’economia globale.

C’è un ultimo elemento, spesso sottovalutato, che ha sempre a che vedere con l’economia, ma in questo caso parliamo di quella statunitense. Gli Stati del Golfo sono il perno dell’economia statunitense. Vengono petrolio in dollari, investono quei dollari nell’economia americana tramite investimenti investimenti nel mercato azionario. L’intera economia statunitense ora regge sugli investimenti in intelligenza artificiale e in data center, e proviene tutto dai paesi del Golfo. Se queste monarchie non possono vendere petrolio, non possono più finanziare questa bolla dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti che finirà per esplodere e far crollare l’intero sistema finanziario statunitense.

Lo stretto di Hormuz

Il punto più sensibile di tutta questa infrastruttura è lo stretto di Hormuz. Si tratta di un passaggio marittimo relativamente stretto che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Questo piccolo corridoio è l’unica via attraverso cui il petrolio prodotto nella maggior parte dei paesi del Golfo può raggiungere i mercati globali via mare.

Attraverso questo stretto transitano 20 milioni di barili di petrolio al giorno provenienti soprattutto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Iran. In totale si stima che circa un quinto del petrolio mondiale transiti proprio attraverso questo corridoio marittimo. Questo rende lo stretto di Hormuz uno dei cosiddetti choke point dell’economia globale, cioè punti geografici relativamente piccoli attraverso cui passa una parte enorme del commercio mondiale.

Se ci focalizziamo sull’Iran c’è un elemento in più. Gran parte del petrolio iraniano non parte direttamente dalla costa continentale, ma da una piccola isola nel Golfo Persico, l’isola di Kharg. Kharg si trova a circa venticinque chilometri dalla costa iraniana ed è la principale piattaforma di esportazione del Paese. Qui arrivano gli oleodotti che collegano i grandi giacimenti petroliferi dell’Iran con il mare. Da questo terminale le petroliere caricano il greggio che poi attraversa il Golfo Persico e passa proprio attraverso lo stretto di Hormuz. In pratica, Kharg è il punto in cui l’intera filiera energetica iraniana si collega al mercato globale. Secondo diverse stime, tra l’85% e il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano passa proprio da quest’isola. Il terminale ha la capacità di caricare contemporaneamente diverse superpetroliere e di movimentare milioni di barili di greggio al giorno. Per questo molti analisti descrivono Kharg come una sorta di “polmone energetico” dell’economia iraniana.

Se lo stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa il petrolio del Golfo, Kharg è il punto da cui parte gran parte del petrolio iraniano. Ed è anche uno dei motivi per cui l’isola è considerata un obiettivo strategico in caso di escalation militare. Durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, le infrastrutture dell’isola furono bombardate ripetutamente proprio perché colpirle significava colpire direttamente le entrate petrolifere del paese. E ancora oggi il suo ruolo resta centrale.

Gran parte del greggio esportato dall’Iran viene acquistato dalla Cina, spesso attraverso rotte e intermediari che permettono di aggirare le sanzioni internazionali. Questo significa che quando si parla del rischio di blocco dello stretto di Hormuz non si parla soltanto di una rotta marittima. Si parla di un’intera infrastruttura energetica che parte dai giacimenti iraniani, passa da terminali come Kharg e poi attraversa uno dei corridoi marittimi più importanti del pianeta. Quando questa infrastruttura viene minacciata, anche solo potenzialmente, l’effetto si trasmette immediatamente ai mercati energetici globali. Ed è per questo che ogni escalation militare in quest’area viene osservata con estrema attenzione dai mercati e dai governi di tutto il mondo.

Lo shock energetico

Il blocco o anche solo il rallentamento del traffico nello stretto di Hormuz ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali.

Il petrolio è una delle materie prime più sensibili alle crisi geopolitiche. Anche un rischio percepito di interruzione delle forniture può far salire rapidamente i prezzi sui mercati internazionali. Questo succede perché il petrolio non è soltanto un prodotto energetico, è una componente centrale dell’economia globale. Influenza i costi dei trasporti, della produzione industriale, della logistica. Quando il prezzo del greggio aumenta, l’effetto si trasmette rapidamente a molti altri settori dell’economia.

Le conseguenze non sono distribuite in modo uniforme. Le economie più esposte a uno shock energetico nel Golfo Persico sono quelle asiatiche. Paesi come Corea del Sud, Giappone e Singapore dipendono in modo molto forte dal petrolio importato via mare e una parte significativa di queste forniture arriva proprio dal Golfo.

La Corea del Sud, per esempio, importa quasi tutto il petrolio che consuma e gran parte di questo greggio proviene da paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Tutte queste rotte passano attraverso lo stretto di Hormuz. Il Giappone si trova in una situazione simile. L’economia giapponese è una delle più grandi al mondo ma dispone di pochissime risorse energetiche domestiche. Di conseguenza dipende quasi completamente dalle importazioni per il proprio approvvigionamento di petrolio. E storicamente una quota molto significativa del greggio utilizzato dalle raffinerie giapponesi arriva proprio dal Golfo. Questo significa che qualsiasi interruzione del traffico nello stretto di Hormuz ha un impatto diretto sulla sicurezza energetica del Paese.

Anche Paesi asiatici a basso reddito sono colpiti da questa crisi, e lo sono per primi. Come il Bangladesh, che dipende per il 95% dal greggio del Golfo, e che ha ordinato la chiusura di tutte le università e limitato la vendita di carburante a causa della crisi energetica già in corso.

Quando le rotte energetiche dall’Asia Occidentale diventano più instabili o più costose, l’impatto si riflette immediatamente sui prezzi e sui flussi commerciali dell’intero sistema energetico asiatico. Per questo motivo le crisi nel Golfo Persico tendono ad avere conseguenze particolarmente forti proprio in Asia. Gran parte della crescita economica degli ultimi decenni in questa regione è stata alimentata da energia relativamente stabile e prevedibile proveniente dai Paesi del Golfo. Quando quella stabilità viene meno, anche solo temporaneamente, l’intero equilibrio energetico della regione può entrare in tensione.

Il secondo shock: lo spazio aereo

La crisi però non riguarda solo le rotte marittime. Un altro effetto immediato del conflitto è la chiusura o la forte limitazione dello spazio aereo in diverse parti della regione.

Quando una guerra coinvolge direttamente l’Iran e il Golfo Persico, molte compagnie aeree scelgono di evitare l’area per ragioni di sicurezza. I corridoi di volo vengono chiusi o ridisegnati, e gli aerei devono seguire rotte più lunghe per collegare Europa e Asia. Questo significa deviazioni di migliaia di chilometri, tempi di volo più lunghi e costi operativi più alti per le compagnie aeree.

L’impatto della crisi non riguarda soltanto il traffico passeggeri. Il Golfo Persico, infatti, è uno dei principali hub dell’aviazione globale. Negli ultimi vent’anni compagnie come Emirates, Qatar Airways ed Etihad hanno costruito un modello economico basato proprio sulla posizione geografica della regione. Gli aeroporti di Dubai, Doha e Abu Dhabi sono diventati nodi centrali della mobilità globale, luoghi in cui milioni di passeggeri transitano ogni anno per collegare Europa, Asia, Africa e Oceania.

Il funzionamento di questo sistema dipende da una rete molto precisa di corridoi aerei che attraversano il Medio Oriente. Quando questi corridoi vengono chiusi o diventano troppo rischiosi, l’intero sistema di connessioni internazionali si complica.

Per un gruppo di persone il blocco aereo non è stata soltanto un inconveniente. In Bangladesh, Nepal e Indonesia nelle ore immediatamente dopo la chiusura dello spazio aereo, le hall degli aeroporti era pieno di operai che dovevano tornare nei loro posti di lavoro nei paesi del Golfo. Per loro, voli cancellati equivalgono a contratti cancellati, salari trattenuti e giornate senza retribuzione.

Negli Emirati più del 60% dei lavoratori immigrati guadagna meno di 1.300 dollari al mese, dai lavoratori dell’edilizia fino agli autisti e ai lavoratori domestici. Il loro stipendio diventa parte integrante dell’economia dei loro Paesi di origine tramite le rimesse. I lavoratori indiani residenti nei paesi del Golfo inviano ogni anno circa 49 miliardi di dollari in rimesse, quelli pakistani oltre 17 miliardi e i bengalesi 11 miliardi. Quando si chiude lo spazio aereo gli effetti, quindi, non sono solo sul posto, ma hanno risonanze economiche importanti nel resto del mondo.

C’è un secondo elemento spesso meno visibile: il cargo aereo. Secondo l’International Air Transport Association (Iata), il trasporto aereo di merci rappresenta meno dell’1% del commercio mondiale in termini di peso, ma ammonta al 35% del valore del commercio mondiale, con un valore di oltre 8 trilioni di dollari di merci ogni anno. Gli hub del Golfo non sono solo aeroporti per passeggeri, sono anche alcuni dei principali centri logistici del commercio globale.

Una parte significativa delle merci ad alto valore, come componenti elettronici, farmaci, vaccini, prodotti tecnologici, viaggia proprio attraverso il trasporto aereo. Quando i corridoi del Golfo si restringono o si interrompono, anche queste catene logistiche rallentano, le spedizioni diventano più costose, i tempi di consegna si allungano e alcune rotte commerciali devono essere ripensate.

In altre parole, il blocco dello spazio aereo non colpisce soltanto i viaggiatori, colpisce una delle infrastrutture invisibili che sostengono il commercio globale. La combinazione tra rotte energetiche in tensione, traffico marittimo rallentato e spazio aereo limitato che rende le crisi nel Golfo Persico particolarmente sensibili per l’economia mondiale.

Cosa significa per l’Europa

Per l’Europa l’impatto di questa crisi è più indiretto rispetto a quello di molte economie asiatiche, che dipendono in modo più diretto dal petrolio del Golfo Persico. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, diversi Paesi europei hanno cercato di diversificare le proprie fonti energetiche riducendo la dipendenza da singoli fornitori. Questo ha portato a un aumento delle importazioni di petrolio e gas da diversi Paesi, compresi alcuni produttori del Golfo.

Il punto centrale non è tanto la dipendenza diretta da una specifica rotta, il problema è il funzionamento del mercato globale dell’energia. Il petrolio è una commodity globale. Il prezzo non dipende solo da dove arriva il greggio consumato in Europa, ma dall’equilibrio complessivo tra domanda e offerta nel sistema mondiale. Quando una crisi minaccia una delle principali arterie energetiche del pianeta, come lo stretto di Hormuz, i mercati reagiscono immediatamente. Quindi anche paesi che non importano direttamente grandi quantità di petrolio da quella rotta finiscono per subire l’aumento dei prezzi.

Questo significa che una crisi nel Golfo si sta traducendo in un aumento del costo dell’energia anche per le economie europee, e quando l’energia diventa più costosa, gli effetti si propagano rapidamente causando un aumento della pressione inflazionistica.

C’è poi un secondo elemento da considerare. L’Europa è fortemente integrata nei flussi commerciali globali che collegano Asia e Africa. Le rotte marittime e aeree che attraversano il Golfo Persico fanno parte di queste connessioni. Quando queste rotte diventano più instabili o più costose, anche il commercio internazionale rallenta o diventa meno efficiente. Per un’economia altamente interconnessa come quella europea, questo tipo di shock logistico può avere conseguenze che vanno oltre il settore energetico.

Possibili scenari

A questo punto la domanda principale è cosa può succedere nelle prossime settimane. Gli scenari possibili non sono molti, ma le conseguenze possono essere molto diverse.

Il primo scenario è quello di una escalation regionale. Se il conflitto dovesse continuare ad allargarsi e coinvolgere come attori attivi i paesi del Golfo, che al momento non stanno rispondendo agli attacchi iraniani, il rischio sarebbe quello di un impatto molto più grave sulle infrastrutture energetiche della regione, anche se già sono stati considerati obiettivi militari. In uno scenario del genere lo stretto di Hormuz diventerebbe uno dei punti più critici dell’intera crisi. Un blocco prolungato del traffico marittimo avrebbe conseguenze immediate sui mercati energetici globali, con forti aumenti dei prezzi del petrolio e del gas e un impatto particolarmente forte sulle economie asiatiche che dipendono dalle forniture del Golfo.

Il secondo scenario è quello di una guerra limitata. In questo caso il conflitto continuerebbe restando contenuto, con attacchi mirati e periodi di tensione alternati a fasi di relativa stabilizzazione. È uno scenario che la regione ha già conosciuto in passato, una situazione di instabilità cronica, ma senza un collasso completo delle infrastrutture energetiche e logistiche. In questo caso l’effetto principale sarebbe una maggiore volatilità nei mercati energetici e logistici, con prezzi più instabili e un aumento dei costi di trasporto e assicurazione per il traffico marittimo e aereo.

Il terzo scenario è quello di una progressiva de-escalation. Pressioni diplomatiche internazionali, negoziati indiretti e la stessa interdipendenza economica della regione potrebbero spingere gli attori coinvolti a ridurre gradualmente l’intensità del conflitto. Questo non significherebbe necessariamente una soluzione definitiva delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e i paesi del Golfo, però potrebbe riportare la regione a un equilibrio instabile simile a quello che ha caratterizzato gran parte degli ultimi decenni. Un equilibrio in cui le rivalità geopolitiche continuano a esistere, senza interrompere il funzionamento delle infrastrutture economiche che attraversano il Golfo.

Il costo umanitario della guerra

Il costo umanitario della guerra in corso in Iran sta emergendo con crescente chiarezza nei rapporti di organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie. Secondo dati riportati dalle Nazioni Unite e agenzie di soccorso, nei primi undici giorni del conflitto sono stati uccisi in Iran oltre 1.300 civili e migliaia sono rimasti feriti, mentre i bombardamenti hanno colpito anche infrastrutture civili come scuole, ospedali e quartieri residenziali. Inoltre l’Ufficio per i rifugiati delle Nazioni Unite stima che fino a 3,2 milioni di persone siano state costrette a lasciare le proprie case, creando una delle crisi di sfollamento più rapide della regione negli ultimi anni.

I danni materiali sono altrettanto estesi, sono migliaia di edifici civili e servizi essenziali risultano distrutti o danneggiati, mentre strutture sanitarie e reti di servizi pubblici sono sempre più sotto pressione. Episodi specifici mostrano la gravità della situazione, come l’attacco statunitense che ha distrutto una scuola elementare a Minab causando oltre 160 morti tra studenti e personale, uno degli episodi più letali per i civili dall’inizio della guerra.

Organizzazioni come Amnesty International e le stesse Nazioni Unite avvertono inoltre che i bombardamenti su infrastrutture energetiche e industriali possono produrre effetti indiretti devastanti sulla salute e sull’ambiente, aumentando i rischi per milioni di persone anche nel lungo periodo.

La dimensione umanitaria del conflitto, fatta di vittime civili, sfollamenti di massa e distruzione dei servizi essenziali, è la conseguenza più grave e duratura del conflitto.

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