Nei parchi italiani mancano naturalisti, biologi e geologi

Il Wwf ha presentato il check-up dei parchi nazionali e delle aree marine protette. Il capitale naturale italiano, tra i più ampi e vari al mondo, è in difficoltà e manca di figure qualificate. Ma c’è chi resiste e lavora per proteggere i parchi nazionali.

Servono denari, figure tecniche, e scelte meno politicizzate e basate più su competenze reali, se vogliamo veramente proteggere le aree naturali del nostro Paese. Oggi quasi il 5 per cento del territorio italiano si trova all’interno di un parco nazionale, mentre quasi un quinto della superficie dell’Italia è all’interno di un sito ad elevato valore naturalistico. E spesso mancano figure chiave nella loro gestione tecnica, come il naturalista o il biologo (nel 22 per cento dei casi), l’agronomo o il forestale (sempre un 22 per cento), mentre nell’83 per cento dei casi mancano geologi o veterinari. Mancanza che si traduce in potenziale perdita di biodiversità.

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Il monte Volturino nell’Appennino lucano © A.Bavusi/Wwf

A rivelarlo è il dossier Check-up dei parchi nazionali e delle aree marine protette realizzato dal Wwf Italia e presentato lo scorso martedì alla presenza del ministro dell’Ambiente Sergio Costa. All’indagine hanno partecipato tutti i 23 parchi nazionali e le 26 aree protette sulle 29 istituite, è stata condotta con il metodo della Valutazione e prioritizzazione rapida della gestione delle aree protette (Rappam), che offre ai gestori e ai decisori politici uno strumento per raggiungere l’obiettivo di una gestione più efficiente dei parchi e delle aree marine protette.

Qual è lo stato di salute dei parchi italiani

Oltre alla mancanza di figure tecniche, spesso sopperite con enormi sforzi e tanta passione da chi nei parchi ci lavora e fa ricerca, mancano gli investimenti. Secondo il Wwf, che cita dati della Corte dei conti “negli ultimi anni sono stati assegnati in media 81 milioni di euro (considerando il periodo dal 2013 al 2016, sui quali l’incidenza del costo per il personale è in media superiore al 34 per cento (in media più di 32 milioni di euro). Per fare un paragone, il nostro Paese spenderà in difesa 25 miliardi di euro solo nel 2018. Inoltre 15 parchi nazionali su 23 attualmente operativi attendono entro la fine di quest’anno la designazione dei presidenti (11, dei quali 10 già scaduti) o dei direttori (9, dei quali 8 già scaduti).

La tutela e la conservazione della natura, della fauna e degli habitat nel sistema delle aree protette nazionali sono e saranno centrali nella nostra azione di governo”, ha detto il ministro Costa intervenuto alla presentazione del rapporto. “Per questo intendiamo agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte ‘un po’ troppo politicizzate’, non interessate ad una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità in Italia”.

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Camoscio nel Parco d’Abruzzo © L. Biancatelli/Wwf

A che punto è lo studio della biodiversità

Realizzare check-list e avviare campagne di monitoraggio di specie e habitat è di fondamentale importanza per conoscere lo stato di salute di flora e fauna e avviare in questo modo le adeguate attività di conservazione. Nel rapporto risulta che, sebbene le risorse economiche impiegate in queste attività siano ritenute insufficienti, siano state realizzate mappe di distribuzione e attività di monitoraggio di specie ed habitat prioritari, come è accaduto per il lupo, l’aquila reale o le  faggete dell’Appennino e gli stagni mediterranei.

Per quanto riguarda le aree marine protette – che purtroppo incidono solo su 700 chilometri di costa (o,8 per cento) e su 228mila ettari di mare – la situazione non è però migliore. Nonostante gli impegni economici siano maggiori che a terra, i risultati non rispettano gli obbiettivi di conservazione: i trend delle specie ed habitat prioritari delle direttive europee habitat e uccelli e sulle liste rosse della Iucn riportati da più del 50 per cento delle aree marine protette, risultano uguali o peggiori alla media nazionale, ovvero all’esterno di aree protette. A riguardo la presidente del Wwf Donatella Bianchi ha dichiarato: “Le aree marine protette non possono continuare ad essere la ‘serie b’ delle aree protette: devono diventare dei parchi marini a tutti gli effetti con pari dignità e considerazione rispetto a quelli terrestri. A questo scopo chiediamo che già dalla prossima finanziaria si avvii una sperimentazione su un vero e proprio parco marino”.

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Monti della Maddalena visti dal Sirino © O. Chiaradia/Wwf

Il nostro Paese, ancora oggi, rappresenta la più alta diversità biologica di tutto il vecchio continente. Nei parchi nazionali del Gran Sasso o d’Abruzzo, come nelle aree marine delle Egadi o delle Cinque Terra – solo per citarne alcuni – c’è la stessa elevatissima biodiversità di una foresta pluviale. Un patrimonio utile non solo a chi la natura la studia, ma anche al resto dell’umanità, che di biodiversità vive, mangia, lavora.

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