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Atlante italiano del lavoro in carcere. Perché lavorare è un diritto, per tutti

Il lavoro in carcere è previsto dalla legge, perché è un pilastro nella rieducazione delle persone. Ma, complice la burocrazia, è ancora merce rara.

Il primo maggio è la Festa dei lavoratori. Una giornata che ricorda le lotte operaie che, a partire dalla metà dell’Ottocento, hanno portato a conquiste fondamentali come la giornata lavorativa di otto ore. Ma anche una giornata che, al tempo stesso, ci costringe a riflettere sulle tante ombre e questioni irrisolte che ruotano attorno al grande tema del lavoro, talmente fondante per la nostra società da essere citato nell’articolo 1 della Costituzione. Tra questi, quello del lavoro in carcere è senza dubbio un nodo-chiave. Perché sulla carta è un obbligo, nella pratica si rivela una sporadica eccezione.

Il lavoro in carcere è previsto dalla legge

Nell’immaginario comune, il lavoro in carcere è una deroga a una norma fatta di giornate interminabili. In realtà, l’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 26 luglio 1975) lo identifica come elemento fondamentale del trattamento rieducativo. Salvo i casi in cui ciò risulta impossibile, continua l’articolo 20, l’amministrazione penitenziaria ha l’obbligo di organizzare attività lavorative e corsi di formazione. L’organizzazione e i metodi di lavoro, secondo la legge, devono rispecchiare quelli della società libera: ciò significa che il lavoro è remunerato (il compenso non deve scendere al di sotto dei due terzi di quello previsto dai contratti collettivi nazionali) e non serve per inasprire la pena.

Quanti detenuti hanno la possibilità di lavorare in Italia

Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 28 febbraio 2018, in Italia ci sono 190 carceri, con una capienza regolamentare di 50.589 persone. I detenuti sono molti di più, 58.163: 2.402 le donne, 19.765 gli stranieri.

Stupisce il fatto che non esistano dati ufficiali sulla recidiva, cioè sul numero di persone che, una volta uscite dal carcere, tornano a delinquere. Secondo le stime della cooperativa Giotto di Padova, questa casistica riguarda circa sette detenuti su dieci. Ogni punto di recidiva in meno farebbe risparmiare allo stato circa 40 milioni di euro l’anno, continua il presidente Nicola Boscoletto in un’intervista rilasciata a La Stampa. E un metodo per contribuire a questo fondamentale traguardo sociale ci sarebbe: il lavoro. Tra chi collabora con la cooperativa padovana, conclude Boscoletto, il tasso di recidiva si limita a un 2-3 per cento.

Ma quanti detenuti hanno questa possibilità? Dà una risposta il quattordicesimo rapporto sulle condizioni di detenzione, pubblicato dall’associazione Antigone, che cita i dati del ministero di Grazia e giustizia. Nel 1991 i detenuti lavoratori erano poco più del 30 per cento del totale, cioè 10.902. Nel 2017 erano ben 18.404; parallelamente è aumentato anche il totale, poiché la percentuale ancora non raggiunge il 32 per cento. È un buon segnale il fatto che non si registrino grosse disparità tra nord, centro e sud.

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Le attività lavorative in carcere non sono tutte uguali

Quando però si entra un po’ di più nel merito, e ci si domanda cosa si intende per lavoro in carcere, emergono diverse criticità. L’86,52 per cento dei detenuti lavoratori è infatti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, che a partire dal 2010 ha quasi raddoppiato il suo budget per le retribuzioni (nel 2017 ha superato i 100 milioni di euro, 1.830 per detenuto). Quasi tutti (l’82,15 per cento) si occupano di pulizie, distribuzione del vitto, mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per gli altri reclusi. Se le mansioni non richiedono competenze specifiche, i detenuti vengono selezionati sulla base della durata della pena, delle condizioni economiche e dei figli a carico. Di solito si organizzano dei turni per dare un impiego al maggior numero possibile di persone: il rovescio della medaglia però sta nel fatto che, così facendo, molte di loro siano occupate soltanto per brevi periodi o per poche ore alla settimana.

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Molto più formativi, continua l’associazione Antigone, sono gli incarichi per le imprese, che “creano un ponte tra il carcere e la società e fanno svolgere ai detenuti attività lavorative richieste dal mercato”. Questi ultimi, tuttavia, sono ancora una quota residuale. Nel 1991 poco meno del 12 per cento dei detenuti italiani lavorava per soggetti diversi dall’amministrazione penitenziaria; ora siamo arrivati al 13,48 per cento, vale a dire 2.480 persone. In questo caso, si vedono a occhio nudo le differenze tra nord (7,35 per cento), centro (3,7 per cento) e sud e isole (poco più del 2 per cento).

Proprio perché le relazioni tra carcere e territorio sono le più fruttuose, negli ultimi anni da più fronti si è cercato di incentivarle. La legge Smuraglia del 2000 ad esempio prevede alcune agevolazioni economiche per cooperative e aziende che assumono detenuti (nel 2017 il loro ammontare ha superato il valore di 5,6 milioni di euro). Parallelamente, a livello locale sono stati stipulati protocolli per spostare determinate attività produttive all’interno delle carceri. L’associazione Antigone cita il carcere di Perugia, all’interno del quale l’impresa Brunello Cucinelli produce i maglioni per la polizia penitenziaria, e quello di Carinola (in provincia di Caserta) dove si coltivano e inscatolano i pomodori di Mutti. Ma il numero dei lavoratori effettivi rimane ancora inferiore rispetto alla domanda. La colpa? Secondo l’associazione Antigone, è soprattutto degli ostacoli burocratici e delle conseguenti lungaggini.

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Da nord a sud, un viaggio tra i progetti “made in carcere”

Andiamo quindi a scoprirli, questi esempi virtuosi di lavoro in carcere. Dal nord al sud del nostro paese, sono decine e decine le cooperative e associazioni che si battono quotidianamente per garantire questo diritto, trasmettendo ai detenuti competenze preziose per il loro futuro reinserimento nel tessuto sociale.

Pane, dolci e biscotti

Addirittura sulla SkyWay del Monte Bianco, in cima all’Europa, si possono acquistare il pane, le focacce, i biscotti e i grissini del panificio Brutti ma buoni, che ha sede nella casa circondariale di Brissogne, ad Aosta. A Verbania invece nasce uno dei progetti “storici” dell’economia carceraria italiana, con un nome difficile da dimenticare: Banda Biscotti. Le materie prime di questo laboratorio dolciario? Farina macinata a pietra da grano piemontese, burro d’alpe, zucchero di canna e cacao da commercio equo.

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Dal lato opposto della Penisola, i ragazzi dell’istituto penale per minorenni “Malaspina” di Palermo sfornano senza sosta i frollini di Cotti in Fragranza, esprimendosi anche sulle strategie di marketing e sui nomi dei prodotti (dal siciliano “Parrapicca” al rumeno “Iubi”). Gli appassionati di taralli e focacce possono rivolgersi alla cooperativa Campo dei Miracoli, nel carcere di Trani.

Tra tutti, forse uno dei nomi che finiscono più spesso sotto i riflettori è quello della Pasticceria Giotto della casa di reclusione Due Palazzi di Padova: i suoi panettoni sono stati presentati a Expo, donati ai capi di stato del G8 e ogni Natale finiscono sulla scrivania di Papa Francesco.

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I panettoni della Cooperativa Giotto di Padova © Cooperativa Giotto / Flickr

Caffè

In napoletano, le “lazzarelle” sono ragazze un po’ vivaci e sbarazzine. Ed è questo il nome scelto, con una buona dose di autoironia, per questo progetto al cento per cento femminile, che produce caffè artigianale all’interno del carcere di Pozzuoli a Napoli. Negli anni, 56 donne si sono avvicendate all’interno della cooperativa; e ora esiste anche un bistrot, proprio di fronte al Museo Archeologico Nazionale. Nella casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, invece, i detenuti tostano a legna i caffè dei presidi internazionali di Slow Food, guidati dalla cooperativa Pausa Cafè – che gestisce anche un birrificio artigianale nella casa di reclusione di Saluzzo e un panificio ad Alessandria.

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Sartoria e abbigliamento

La Sartoria San Vittore, i cui laboratori si trovano nell’omonimo carcere milanese e nel vicino carcere di Bollate, produce abiti, maglie, borse, ma anche le toghe per avvocati e magistrati. “Madre” del progetto è la cooperativa Alice, che ha anche dato vita al brand Gatti Galeotti, focalizzato su t-shirt, astucci e prodotti per la casa (grembiuli, tovagliette ecc.).

Le magliette sono il marchio distintivo di Made in Jail, che lavora nel carcere di Rebibbia dagli anni Ottanta e ormai vende i suoi capi anche tramite e-commerce. O’Press è invece il nome della linea di t-shirt, provenienti da un progetto di commercio equo in Bangladesh, serigrafate con le frasi di celebri cantautori italiani da cinque detenuti dell’area Alta Sicurezza della casa circondariale di Genova Marassi.

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Artigianato

Nella casa circondariale di Forlì i detenuti si cimentano con biglietti, buste, scatole, partecipazioni per matrimoni e fogli decorati a rilievo, tutti realizzati a mano a partire dalla trasformazione  degli scarti bianchi di legatoria (Carta Manolibera). Nel carcere di Latina l’Associazione Solidarte ha avviato un laboratorio artistico e artigianale: il gruppo “Le donne di via Aspromonte” realizza manufatti in ceramica, mentre il gruppo “P.I.G. Pellacce in gioco” produce borse, quaderni e taccuini fatti a mano con materiale di recupero.

 

Foto in apertura © Cooperativa Giotto / Flickr

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