Grazie al progetto transfrontaliero MC0, tante PMI italiane e francesi hanno avviato un processo di decarbonizzazione. Anche per il settore agroalimentare.
Con il progetto “Arcipelago pulito” ogni giorno 2-300 chili di plastica intrappolata tra le maglie delle reti viene portata a terra per essere riciclata invece di essere rigettata in mare.
Sgombri, triglie, scorfani, ma anche tanta, tantissima plastica. 20-30 chili al giorno di bidoni, bottiglie, taniche, reti e tanto altro che ogni peschereccio ritrova nelle reti al termine di ogni calata in mare, che significa 2-300 chili al giorno per l’intera flotta di pescherecci della Cooperativa labronica del porto di Livorno.
La legge prevede che il materiale recuperato vada smaltito a spese di chi lo trova e per questo viene sempre rigettato in mare, ma grazie al progetto “Arcipelago pulito” oggi i pescatori possono portare a terra la plastica pescata in mare e destinarla al riciclo. L’idea di coinvolgere i pescherecci è nata da un suggerimento della Fondazione Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, nel salernitano, ucciso dalla criminalità organizzata nel 2010.
ll progetto si basa sull’accordo siglato tra la Regione Toscana, il Ministero dell’ambiente, l’Unicoop Firenze e numerosi altri soggetti, da Legambiente all’Autorità portuale del mar Tirreno Settentrionale, da Labromare che è la concessionaria per il porto di Livorno per la pulizia degli specchi acquei portuali alla Direzione marittima della Toscana, fino l’azienda di raccolta dei rifiuti Revet e la cooperativa di pescatori.
A partire dal 13 aprile, grazie all’accordo, le barche possono portare a terra la plastica recuperata in mare, che in media rappresenta il 3 per cento del pescato, e conferirla per il riciclo.
Ogni nave ha a disposizione un sacco dove raccogliere i rifiuti plastici, che al rientro in porto vengono depositati in un apposito contenitore sulla banchina, che Labromare poi svuota e porta in un impianto della Revet a Pontedera dove i rifiuti vengono analizzati e classificati per essere destinati al riciclaggio o allo smaltimento.
L’esperimento per ora riguarda solo Livorno e durerà sei mesi, ma nel futuro il progetto potrebbe essere replicato altrove: a Piombino, all’isola d’Elba e Capraia, forse anche fuori Toscana. In Italia è un progetto unico e al mondo iniziative simili ce ne sono solo in Canada e nord Europa.
“L’esperimento toscano ha un valore aggiunto praticamente unico – spiega l’assessore regionale Vittorio Bugli – È il primo ad aver strutturato una filiera che va dalla raccolta in mare fino al trattamento ed eventuale recupero dei rifiuti in un impianto idoneo. Un progetto che nasce all’insegna della collaborazione, pubblico e privato insieme, in testa la Regione. Abbiamo visto che è utile, funziona e ha senso pratico. Certo ora va strutturato e reso ancora più efficace, ma è già un esempio di economia collaborativa e circolare”.
Il progetto da best practice dovrebbe diventare una prassi adottata a livello nazionale e l’obiettivo ultimo dell’iniziativa è la modifica della normativa, per far sì che i pescatori possano raccogliere e non ributtare in mare oltre alla plastica anche altri rifiuti che possano rimanere impigliati nelle loro reti: dal ferro all’alluminio, al legno, meno presenti della plastica ma altrettanto dannosi per l’ambiente.
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