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Sembrano state disegnate e selezionate apposta per proteggere le spiagge dall’erosione, dalle mareggiate e dall’impatto antropico. Sono alcune tra le piante che crescono nel sistema dunale tra Cavallino, Eraclea e Caorle, nel litorale veneto, ma che si possono trovare in tutto l’habitat dunale del Mediterraneo. E oggi fanno parte di un importante progetto di recupero
Sembrano state disegnate e selezionate apposta per proteggere le spiagge dall’erosione, dalle mareggiate e dall’impatto antropico. Sono alcune tra le piante che crescono nel sistema dunale tra Cavallino, Eraclea e Caorle, nel litorale veneto, ma che si possono trovare in tutto l’habitat dunale del Mediterraneo. E oggi fanno parte di un importante progetto di recupero e di conservazione della biodiversità, il Life Redune, che mira a proteggere l’entroterra dall’erosione e dalle mareggiate. Conservando le spiagge amate da quei 32 milioni di turisti che le visitano ogni anno.
“Questo progetto ha due grandi finalità, la prima è quella della riqualificazione del litorale: andiamo infatti a ricreare le dune dove non ci sono più, migliorando altri habitat e piantando fisicamente nuove piante”, spiega a LifeGate Gabriella Buffa, professoressa di botanica all’università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatrice scientifica del progetto. Si tratta di interventi a bassissimo impatto: la sabbia infatti non viene dai dragaggi ma è recuperata localmente, mentre per il consolidamento della duna vengono impiegate delle fascine che creano delle anime di legno capaci di adattarsi e muoversi man mano che la duna cresce.
Tra le specie scelte dai ricercatori, c’è l’endemica Stipa veneta, già inserita nella Lista Rossa delle specie in via d’estinzione d’Italia e considerata minacciata dalla Iucn, oltre all’Ammophila arenaria, conosciuta anche come sparto pungente. “Sono quelle che chiamiamo ‘ingegneri’, ovvero quelle piante capaci di avere un’azione importantissima sulle dune perché creano dei cespi molto grandi e crescono molto in altezza”, racconta la ricercatrice. “Riducono la forza del vento, lo rallentano e fanno cadere ai loro piedi le particelle di sabbia. Mentre con l’apparato radicale bloccano letteralmente la sabbia”. Anzi più viene sepolta dalla sabbia più cresce. L’Ammophila inoltre crea anche un particolare microclima, più fresco e umido, fornendo riparo diurno per molti invertebrati che non potrebbero resistere altrimenti alla temperatura della sabbia nelle giornate estive.
“Tutti i sistemi litoranei sono fortemente minacciati. Da problemi locali, come quello delle cave, a quelli globali come i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello dei mari”, continua la Buffa. “Ma c’è un altro grande problema che mette a repentaglio la conservazione di questi luoghi importantissimi, è il calpestio da parte dei turisti meno attenti”. Infatti piante come l’Ammophila o la Stipa veneta possono sopportare il caldo, la sabbia, il sale. Ma non sopravvivono se calpestate. “Ciò che non viene percepito è che l’indebolimento delle dune mette a rischio tutto l’entroterra”, sottolinea la botanica. “Infatti le dune sono quelli considerati come ambienti sacrificali, perché questi vengono erosi parzialmente ma preservano l’entroterra dalle mareggiate”. Le dune infatti sono dei serbatoi, dei sistemi dinamici che immagazzinano la sabbia per poi rilasciarla alla spiaggia durante le mareggiate. Insomma le naturali protezioni di questi ambienti così delicati.
L’obiettivo del progetto, in parte già completato è quello di riconnettere tre chilometri di dune, piantare oltre 150mila piante e costruire un chilometro di passerelle e 10 di recinzioni. Il sistema infatti funziona se la vegetazione che ricopre le dune non è ‘tagliata’ da sentieri. Per questo il progetto punta a rammendare il cordone dunale riportando le piante che poco alla volta erano scomparse a causa anche della pressione turistica. Uno strumento per il turismo sostenibile per una delle aree con più visitatori d’Italia. Ma tutt’oggi unica e fragile.
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