Coronavirus

Piero Pelizzaro, Comune di Milano. Imparando a prenderci cura delle persone, avremo più cura del Pianeta

Abbiamo chiesto a Piero Pelizzaro, chief resilience officer del Comune di Milano, se pensa che da questa crisi possa nascere un mondo più sostenibile.

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci ha permesso di comprendere molte cose. Abbiamo capito che avere accanto le persone che amiamo fa davvero la differenza. Che dobbiamo dedicare più tempo agli affetti che tendevamo a trascurare. Che una serie televisiva non può sostituire la bellezza di un prato fiorito. Abbiamo sofferto: chi più, chi meno. Abbiamo visto la natura gioire di fronte alla nostra sofferenza. Ma non l’abbiamo vissuta come una vendetta. O come un addio. L’abbiamo percepita come una promessa, la promessa che un futuro più roseo esiste: finalmente siamo riusciti a vederlo. Ed è un invito che profuma di speranza.

Ad esserne convinto è anche Piero Pelizzaro, chief resilience officer del Comune di Milano e capo della direzione Città resilienti. Il capoluogo lombardo, come gli altri centri urbani che guidano la transizione verso modelli di sviluppo sostenibili, aveva scommesso su questo futuro ancor prima di riuscire a scorgerlo. Adesso che l’ha intravisto all’orizzonte, correrà più veloce per cercare di raggiungerlo.

Piero Pelizzaro intervistato da LifeGate
Piero Pelizzaro intervistato da LifeGate © Luigi Zanni/LifeGate

Sappiamo che, per affrontare la fase 2 dell’emergenza coronavirus, il Comune di Milano ha presentato il piano Strade aperte. Di che cosa si tratta? È solo il primo passo verso una Milano ancora più sostenibile nell’era post Covid-19?
Strade aperte è una delle proposte che sono state presentate in un documento, Milano 2020. Strategia di adattamento del Comune che potete commentare fino alla fine di maggio, facendo anche proposte di varia natura, soprattutto legate alla sostenibilità, quindi siamo molto contenti se le riceviamo. Una delle proposte è proprio Strade aperte, che è la realizzazione di corsie emergenziali ciclabili perché oggi ci è richiesto, nelle condizioni in cui viviamo, di avere un distanziamento sociale e quindi c’è bisogno di creare più spazio per permettere alle persone di camminare o andare in bicicletta mantenendo una distanza. Questi 35 nuovi chilometri di pista ciclabile, 23 dei quali saranno pronti a breve – alcuni lavori sono già iniziati –, in realtà sono una continuazione del lavoro svolto in questi anni dalle diverse amministrazioni che si sono susseguite in Comune a Milano.

Quindi diciamo che non è una novità, ma è una continuazione di quella transizione che sta compiendo la città verso una mobilità più collettiva; il trasporto pubblico ha giocato fino adesso un ruolo importante e siamo convinti lo farà anche nei prossimi anni, ma questa è anche una città che si muove in condivisione con i servizi di car sharing e bike sharing e che vuole sempre di più favorire la ciclabilità. È una transizione importante se pensate che vent’anni fa a Milano c’erano 80 auto ogni 100 abitanti, mentre oggi ne abbiamo 49 ogni 100 abitanti. Questi numeri spiegano già il lavoro che si sta facendo, che ora subisce un’accelerazione per una ragione emergenziale; un’accelerazione di un percorso già cominciato e della volontà della città di essere sempre più sostenibile e accessibile a tutti.

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I sindaci di C40, rete di città impegnate contro i cambiamenti climatici di cui fa parte anche Milano, sostengono che non sia possibile tornare al “business as usual” dopo la pandemia. Questa crisi ha reso ancora più evidente la necessità di un cambio di paradigma, che ci guidi verso nuovi modelli di sviluppo e stili di vita più resilienti?
Io direi che, in realtà, non è che questa crisi abbia dato un’accelerata. Questa crisi ci ha dato un chiaro messaggio e un chiaro segnale. La perdita di biodiversità a livello globale, un mondo sempre più inquinato, creano le condizioni affinché i virus possano vivere e proliferare in maniera più rapida. Noi che ci occupiamo di clima diciamo spesso: “Dobbiamo salvare il Pianeta”. Ma il Pianeta si salva da solo. Si è già salvato nelle ere geologiche precedenti. Questa è una lotta per la sopravvivenza che noi umani dobbiamo affrontare, creando le condizioni affinché l’umanità possa vivere in sintonia con la natura, e quindi credo ci sia oggi un chiaro segnale del bisogno di riconnettersi con la natura in una maniera più equilibrata e più giusta.

La lezione che dobbiamo imparare è che noi dobbiamo rendere questo pianeta più sano, più respirabile anche, perché poi c’è un grande tema di inquinanti. Oggi non c’è una certezza della correlazione tra inquinamento dell’aria e virus, però ci sono molti indicatori che ci possono far pensare che le zone più inquinate siano anche quelle dove si è registrata una maggiore concentrazione di malati.

Quello che i sindaci di C40 ci stanno dicendo – e cito in questo caso una nostra concittadina, Caterina Sarfatti, che sarà la coordinatrice del lavoro della task force – è che abbiamo oggi l’opportunità di compiere una vera transizione e lo dobbiamo fare perché in primis c’è la salute dei nostri concittadini e delle nostre comunità, quindi credo che il messaggio sia prima di tutto quello di garantire una salute migliore anche a prescindere dall’emergenza. Comunque, se uno guarda il numero dei morti che ci sono su base annuale a causa dell’inquinamento dell’aria, sono molti di più rispetto a quelli che ci sono stati in questi mesi e quindi, come abbiamo gestito quest’emergenza molto bene secondo me, dobbiamo imparare a gestire nello stesso modo anche quella dell’inquinamento dell’aria, perché i morti sono molti di più rispetto a quelli del coronavirus.

Smog che avvolge l'area metropolitana di Londra. Piero Pelizzaro parla di Milano e di coronavirus
Ogni anno, a causa dell’inquinamento atmosferico, si registrano quasi 500mila morti premature in Europa © Dan Kitwood/Getty Images

Beppe Sala, sindaco di Milano, è stato scelto proprio da C40 per presiedere la Global mayors Covid-19 recovery task force. Cosa significa? Di che cosa si occuperà la task force?
Al sindaco è stato chiesto dal presidente di C40 di presiedere questa task force. Noi abbiamo la fortuna – o sfortuna, dipende come la si vede – di essere una delle città front runner nella gestione dell’emergenza; dopo Wuhan siamo stati la prima grande città a livello globale ad andare in lockdown e quindi abbiamo quelle due, tre settimane d’anticipo rispetto alle altre. Da qui è nata l’idea di costruire una task force per definire delle linee guida, un recovery plan il più possibile comune alle diverse città, identificando quelli che sono innanzitutto dei bisogni e poi da lì partire, tenendo come pilastro i cambiamenti climatici, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, gli investimenti nella mobilità sostenibile, ma anche l’esigenza di rafforzare l’equità all’interno delle nostre comunità, perché questa crisi ha aumentato la disuguaglianza al loro interno, sia dal punto di vista economico ma io penso anche da un punto di vista digitale.

Per chi gode di un certo benessere economico, ha internet, ha il computer, passare alla modalità smart è stato abbastanza rapido, ma ci sono moltissime, migliaia di persone che non hanno tutta questa fortuna di avere i mezzi digitali e quindi si rischia anche di lasciare indietro delle persone; allora credo che la task force voglia anche fare in modo che nessuno venga lasciato indietro e che anzi questo recovery plan possa essere l’opportunità per riequilibrare anche le disuguaglianze all’interno delle città. Però è chiaro che l’obiettivo principale rimangono i cambiamenti climatici e come, attraverso la lotta contro i cambiamenti climatici, possiamo far ripartire l’economia. Alcuni segnali vengono anche dal nostro governo, con le recenti notizie riguardo all’ecobonus, al rafforzamento degli incentivi per l’acquisto di biciclette, insomma credo che ci siano delle buone prospettive in questo.

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Ci siamo resi conto che emergenza sanitaria ed emergenza climatica sono due facce della stessa medaglia, ma soprattutto che la salute del Pianeta e la nostra sono strettamente interconnesse?
Beh, si dice che nelle crisi ci siano le migliori opportunità. Questa sicuramente è un’opportunità per ritrovare, come diceva anche Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, un rapporto individuale, personale, etico con la natura in quanto cittadini, e non pensare che dobbiamo delegare, che sarà qualcun altro ad affrontare il problema, perché il nostro comportamento influenza anche quello del resto del mondo.

Io credo che l’opportunità che abbiamo oggi è di riequilibrare il rapporto con le risorse naturali, con la natura e qui abbiamo un paio di elementi che secondo me sono importanti: uno è il principio della cura, che non è solo la cura sanitaria ma è anche la cura delle relazioni, delle persone. Forse, anziché affacciarsi da un balcone per criticare chi corre, chi porta in giro il cane, chi è in giro con i bambini, è arrivato il momento di affacciarsi e chiedere alle persone come stanno, se hanno bisogno di qualcosa, perché se noi impariamo a curare le nostre relazioni possiamo anche avere una maggiore cura del Pianeta in generale.

Dall’altro lato, credo ci sia un grande bisogno anche di capitalizzare quelle esperienze che abbiamo vissuto in queste settimane: abbiamo imparato ad andare a fare la spesa a piedi, che molti di noi già facevano ma non tutti, abbiamo imparato ad acquistare nel negozio di prossimità, vicino casa, magari andando dal fruttivendolo e quindi recuperando anche quel valore di una filiera più corta. In queste settimane probabilmente abbiamo anche riacquisito quell’idea e quella voglia dello spazio pubblico, dei parchi, delle aree verdi, che è una cosa che davamo per scontata e invece quando ci viene tolta ne capiamo l’importanza.

Queste sono tutte opportunità che ci vengono date, e credo che quella più grande sia vedere come, se noi cambiamo le nostre abitudini, anche il clima e l’ambiente cambiano. L’aria che stiamo respirando in questi giorni, in questi mesi ormai, a Milano come nel resto d’Italia, è un’aria unica e perché? Perché non ci sono molte auto in circolazione. Credo che questo sia proprio il segnale che, se vogliamo, possiamo cambiare le cose.

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Cartello per fermare il coronavirus. Piero Pelizzaro parla di Milano
Per fermare il coronavirus c’è bisogno dell’impegno di tutti © Emanuele Cremaschi/Getty Images

In questo periodo così particolare abbiamo chiesto ai nostri follower e ad alcuni personaggi del mondo dello spettacolo e dell’informazione di immaginare il mondo post emergenza, mandando una cartolina dal futuro. Lei cosa scriverebbe su questa cartolina? Quale messaggio di speranza vuole inviare dal futuro?
“Come stai?” [ride, ndr]. Più che altro spero che nel futuro quello che abbiamo imparato si sarà veramente realizzato. Abbiamo vissuto quest’esperienza drammatica, faticosa, per molti dolorosa. Speriamo di aver imparato la lezione e di lasciare a chi verrà un Pianeta che sia migliore di quello che abbiamo trovato prima. Questa sarebbe la cosa che scriverei, e credo che noi italiani in particolare abbiamo una grande opportunità. Noi italiani, secondo me, in tempi normali non siamo bravissimi a gestire la cosa pubblica, ci sono persone che sanno gestirla meglio. In tempi di crisi, invece, riusciamo a tirare fuori il meglio di noi stessi, della nostra comunità: l’abbiamo visto a partire da quelle startup che si sono inventate in 48 ore il modo di stampare componenti per i respiratori all’ospedale di Brescia, l’abbiamo visto nella solidarietà della cittadinanza – avevamo fin troppe richieste di volontariato – e l’abbiamo visto nella disponibilità di molti negozi, bar e produttori ad aiutare chi era in sofferenza, oltre che nelle grandissime donazioni ricevute da tutti gli operatori privati.

Io credo che questa sia l’opportunità per l’Italia di tornare a quello che ci hanno insegnato i nostri nonni dopo la Seconda guerra mondiale, dopo l’esperienza della Resistenza: ricostruire un Paese perché lo sentiamo nostro. Questa fase ci ha anche riavvicinato; c’è un distanziamento fisico, ma un riavvicinamento umano. Dobbiamo riuscire a capitalizzare quest’esperienza. Quindi lancio un appello: tante persone hanno sofferto in queste settimane e negli scorsi mesi, molti purtroppo soffriranno ancora perché la crisi che ci aspetta sarà importante, però ci sono anche tante persone che non hanno sofferto e non soffriranno. A queste persone chiedo di essere felici, abbiamo un po’ un obbligo morale di essere felici e di ridare il giusto peso ai problemi, perché se ripartiamo con la cura, con un sorriso e con la felicità, io sono convinto che la sostenibilità, l’equità e l’inclusione possano diventare elementi che nascono da soli all’interno del Paese, perché noi italiani siamo resilienti per definizione e ne abbiamo viste di situazioni difficili.

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Le politiche per la resilienza adottate dal Comune di Milano sono ammirate in tutto il mondo. Quali città hanno preso spunto dal modello milanese e quali invece vantano best practices da cui siamo noi a poter trarre ispirazione?
Io credo che siamo una delle tante città che si impegnano a far bene. Stiamo guardando molto all’esperienza di Parigi, a come hanno lavorato sulle scuole, a come creare delle school oasis, perché le scuole possano diventare da un lato un luogo di recovery, anche per gli anziani magari durante l’estate quando fa molto caldo, e dall’altro un luogo d’incontro, quell’incontro intergenerazionale che c’è bisogno di mantenere e valorizzare. Da Parigi abbiamo preso spunto anche per Strade aperte, perché il primo programma di corsie emergenziali risale a dicembre nella capitale francese: quando c’era il blocco del trasporto pubblico, la sindaca Hidalgo ha messo in campo decine, quasi centinaia di chilometri di piste ciclabili come alternativa ai mezzi che erano fermi.

Stiamo guardando quello che sta facendo Rotterdam, per la gestione delle acque da un lato ma anche per la gestione dei tetti, perché un altro elemento che è emerso in queste settimane è il bisogno di spazio all’aperto. Noi abbiamo tanti tetti che oggi abbiamo dimenticato, ci sono circa 11 milioni di metri quadri di tetti potenzialmente verdi in città a Milano: proviamo a immaginare quanto sarebbero stati utili durante quest’emergenza come spazio per camminare, per avere anche un po’ di socialità, mantenendo le distanze, ovviamente.

Rotterdam
La strategia di Rotterdam è articolata su cinque pilastri: sicurezza idraulica, accessibilità, adattabilità degli edifici, sistema idrico urbano e città del clima © Ingimage

Stiamo lavorando molto anche grazie alla collaborazione con Bloomberg, a quello che sta facendo New York, però valutiamo anche quello che fanno le città in Italia: parte del lavoro fatto sulla resilienza del Pgt [Piano di gestione del territorio, ndr] ha avuto come spunto Segrate, quindi guardiamo non solo alle grandi città, ma anche ai comuni ai noi vicini, perché ci sono tante belle esperienze che nascono anche dai territori limitrofi o dalle città più piccole.

Traiamo ispirazione da quello che sta facendo Barcellona, anche lì per diversi elementi legati alla gestione del calore; lavoriamo con Melbourne e Manchester sul programma di forestazione urbana perché tutte e tre le città (Milano compresa) hanno quest’obiettivo dei tre milioni di alberi entro il 2030.

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È una rete. Tra C40 e la Global resilient cities network c’è uno scambio continuo. Prima di quest’intervista mi stavo confrontando con i colleghi di Montréal, perché loro ad esempio avevano avuto la Sars. Una delle cose più belle che io ho visto in queste settimane è il confronto stretto fra città, ma ancor più tra persone che amano le proprie comunità e hanno voglia di rafforzarle.

Buenos Aires poi ha un bellissimo programma di recupero degli spazi, dei non luoghi come li hanno definiti, per attività di natura culturale. Ad Atene, invece, ci stiamo ispirando per dipingere le strade di bianco o di giallo per renderle più riflettenti e per ridurre l’effetto isola di calore, una strategia che è stata testata anche a Los Angeles per capire come funziona in termini di costi. Lo scambio con le città è continuo.  

Alcuni dei lettori di LifeGate si chiedono come conciliare ciclabilità e sicurezza. Lei che ne pensa?
Sicuramente quando si disegnano e si progettano le piste ciclabili c’è bisogno di lavorare sulla sicurezza. Mi piace fare un esempio. Si dice sempre: “La città non è sicura, non hanno fatto bene le piste ciclabili”. A me viene in mente una campagna di comunicazione realizzata in Danimarca per disincentivare l’uso dell’auto, che dice: “Are you stuck in the traffic?”, cioè “Sei bloccato nel traffico?”. “No, you are the traffic!”, “tu sei il traffico!”. Spesso la sicurezza dei ciclisti viene magari anche da una poca educazione degli automobilisti, quindi dei cittadini. Bisogna svolgere un duplice lavoro: da un lato serve una progettazione adeguata delle piste ciclabili, dall’altro che tutta la comunità si renda conto che ci sono prima i pedoni, poi i ciclisti e poi gli automobilisti. Bisogna rimettere al centro i pedoni e i ciclisti.

Io ho vissuto a Roma, ma lo vedo anche qua a Milano… non sono un pedone per definizione, uso il trasporto pubblico e vado a piedi, non ho nessun mezzo motorizzato, e mi arrabbio alquanto – per non dire altro – quando vedo macchine parcheggiate sugli scivoli dei marciapiedi. Io ricorderei a quelle persone che potrebbero essere magari in futuro la suocera, la mamma che purtroppo è rimasta in carrozzina, la moglie che porta a spasso i bambini; allora credo che quello sia il principio dell’educazione: tutti noi dobbiamo renderci conto che non viviamo più da soli in questo mondo, ma ci sono molte città. Quindi il ruolo dell’amministrazione è sicuramente quello di garantire la sicurezza nella progettazione degli spazi, ma c’è un ruolo collettivo nel dire che chi sta accanto a me deve avere la stessa sicurezza e le stesse opportunità che ho io. Ricordiamoci che qualcuno, se sceglie la bici e non sceglie l’auto, è perché magari i soldi per l’auto non ce li ha.

Grazie.
Grazie a voi, ma in realtà devo ringraziare innanzitutto i medici e gli infermieri che sono stati in prima linea durante quest’emergenza, e voglio ringraziare anche tutti i genitori che sono stati meravigliosi in casa con i figli, continuando a lavorare. Ringrazio tutti i colleghi dell’amministrazione, sono seimila persone in smart working che non hanno mai smesso di lavorare, e grazie a tutti noi anche, che siamo stati veramente bravi nell’accettare queste condizioni difficili. Continuiamo ad esserlo!

Foto in anteprima © Lorenzo Palizzolo/Getty Images
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