Come i bisonti ci salveranno dai cambiamenti climatici. La visione del Pleistocene Park

In Siberia due scienziati stanno rigenerando un antico ecosistema reintroducendo grandi erbivori con un sogno: fermare lo scioglimento dei ghiacci.

Fino a poche migliaia di anni fa le steppe della Siberia brulicavano di vita, come le savane del Serengeti. Renne, cavalli selvatici, antilopi, rinoceronti lanosi, antilocapre e mammut pascolavano nelle vaste praterie, rendendo fertile il suolo e favorendo la crescita della vegetazione. Poi il riscaldamento del clima e l’avvento dell’Homo sapiens, piccolo primate glabro dalla straordinaria adattabilità e dall’insaziabile appetito, hanno portato al rapido declino della megafauna, provocando l’estinzione di numerose specie e trasformando la Siberia nello sterile deserto di ghiaccio che conosciamo oggi. Alla fine degli anni Ottanta però, un ecologo visionario, Sergey Zimov, ha voluto provare a invertire questa situazione e riportare indietro le lancette del tempo dando vita a quello che lui stesso ha definito “il più grande progetto nella storia dell’umanità”, il Pleistocene Park.

Ritorno all’era dei mammut

Creato nella Siberia nord orientale, nei pressi di Čerskij, Jacuzia, il Pleistocene Park è un radicale e articolato progetto di geoingegneria. L’obiettivo dei due scienziati che gestiscono il parco, padre e figlio, Sergey e Nikita Zimov, è di rigenerare l’ecosistema di 10mila anni fa, durante il Pleistocene appunto, e rendere nuovamente fertili e ricche di vita le steppe siberiane. Durante quell’era geologica vaste aree del pianeta erano ricoperte da praterie erbose, una sorta di versione fredda della savana africana, caratterizzate da una stupefacente biodiversità. Il Pleistocene Park è stato fondato nel 1996 e da allora è in costante espansione, l’obiettivo è che continui a diffondersi attraverso la Siberia artica per poi giungere in Nord America.

La fauna del Pleistocene Park

Nel 1988 la rinaturalizzazione dell’area iniziò con il rilascio del cavallo siberiano, lo yakut, che si ritiene essere strettamente imparentato con i cavalli selvatici che vivevano nella regione verso la fine dell’Era Glaciale. Dopodiché furono reintrodotti buoi muschiati, bisonti e cervi, mentre renne, alci e pecore selvatiche delle nevi (Ovis nivicola) vivevano già nella zona, così come linci, lupi, orsi e ghiottoni. Zimov e il suo team stanno valutando la possibilità di reintrodurre numerose altre specie che una volta vivevano nella regione, o che sono strettamente correlate a quelle che ne facevano parte. Tra queste la saiga tatarica, il cammello, il leopardo dell’Amur, tigri siberiane e leoni.

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Il Pleistocene Park salverà il mondo

Gli erbivori reintrodotti, come previsto dagli esperimenti di Zimov, stanno trasformano in steppa erbosa i muschi e i licheni della tundra. La sua ipotesi prevede che il ripristino della prateria ridurrà infatti il riscaldamento globale. Proprio questo è l’obiettivo principale dell’intero progetto, rallentare lo scioglimento del permafrost ed evitare che le grandi quantità di CO2 intrappolate nel ghiaccio si immettano nell’atmosfera. “Non sono uno di quegli scienziati pazzi che vogliono solo rendere il mondo più verde – ha spiegato Nikita Zimov all’Atlantic. – Voglio soltanto provare a risolvere il grande problema dei cambiamenti climatici. Lo faccio per gli umani. Ho tre figlie e lo faccio per loro”.

Animali contro il riscaldamento globale

Il ritorno dei grandi mammiferi che un tempo abitavano le steppe sta modificando l’ecosistema e ha rimesso in modo meccanismi ecologici inceppatisi migliaia di anni fa. Gli erbivori brucano infatti l’erba contribuendo al riciclo dei nutrienti, concimano il terreno e lo smuovono con il loro incedere. In questo modo gli animali contribuiscono a rallentare il disgelo del permafrost artico. Gli ecosistemi delle steppe hanno svolto un ruolo importante nella definizione del clima del pianeta. Durante le glaciazioni la tundra era il principale serbatoio di carbonio, mentre durante il periodo di riscaldamento climatico ha rilasciato nell’atmosfera migliaia di tonnellate di CO2. Quando le praterie sono rimaste senza erbivori gli ecosistemi hanno iniziato a degradarsi fino ad essere sostituiti dai moderni ecosistemi a bassa produttività, in cui le popolazioni animali non sono più riuscite a recuperare l’antica densità.

Il fondatore del Pleistocene Park con cavalli pronti ad essere reintrodotti nel parco
Gli ecosistemi delle steppe erano estremamente stabili, poiché si sono evoluti in centinaia di migliaia di anni e sono sopravvissuti a diverse alterazioni climatiche. L’alta densità di animali consentiva solo alle erbe di crescere a discapito di arbusti, muschi e alberi © Pleistocene Park

Come è nato il Pleistocene Park

Il Pleistocene Park è un progetto visionario e ambizioso, abbiamo chiesto a Nikita Zimov, direttore della riserva, come è nata l’idea. “L’idea è nata da mio padre, ci sono due versioni che conosco. Non sono sicuro che nessuna delle due sia vera. La prima vuole che abbia notato che, laddove venivano distrutte la tundra o la foresta locale, le erbe cominciavano a crescere con vigore. Quando il trasportatore cingolato che mio padre manovrava attraversava la tundra, il sentiero che apriva restava visibile per anni, poiché i muschi veivano sostituiti dall’erba. Penso che sia stata la prima intuizione. Da allora l’idea del Pleistocene Park ha iniziato a svilupparsi. Quando mio padre ha iniziato i primi esperimenti, nel 1988, non si parlava neppure di cambiamenti climatici né tantomeno era considerato l’effetto degli animali sulla vegetazione. La seconda versione è più divertente. Quando mio padre era adolescente era un appassionato di caccia. Aveva l’abitudine di passare il tempo con una pistola da lui stesso costruita in cerca di qualche preda. Quando, dopo l’università, si è traferito al Nord, ha capito che gli animali erano davvero pochi e il territorio denso di arbusti quasi impossibile da attraversare. Da testardo qual è ha dunque iniziato a pensare a come trasformarlo in un luogo facile da percorrere e  con un sacco di prede. Tuttavia da quando sono nato raramente ricordo che mio padre sia andato a caccia”.

Il ritorno del mammut dall’estinzione

Per l’effettiva ristrutturazione dell’ecosistema del tardo Pleistocene manca però il signore dei ghiacci, il mammut lanoso. L’idea di resuscitare l’antico pachiderma, estraendo materiale genetico dalle carcasse congelate rinvenute per iniettarlo negli ovuli di elefanti asiatici, viene oggi presa in seria considerazione. La de-estinzione di un animale scomparso circa 3.700 anni fa può naturalmente suscitare domande di natura etica, non sarebbe però un capriccio o una trovata pubblicitaria, il mammut sarebbe infatti determinante per completare la transizione verso le fertili steppe passate. I mammut, così come fanno oggi gli elefanti africani, abbattevano gli alberi favorendo la crescita delle praterie erbose del Nord. Nel 2017 il genetista George Church ha dichiarato di poter creare un embrione con genoma ibrido di elefante e mammut entro un paio di anni. Abbiamo chiesto a Nikita Zimov se, davvero, un giorno potremmo vedere i mammut pascolare nelle steppe della Siberia. “Non speculerò sulla possibile data in cui questo accadrà – ha affermato – ma penso che non ci siano irrisolvibili problemi scientifici per farlo accadere”. Dopotutto non sarebbe necessario ricreare dei veri mammut, che in fondo erano membri adattati al freddo della famiglia degli elefanti, “basterebbe” modificare i genomi dei moderni elefanti, come la natura ha modificato quelli dei loro antenati in centinaia di migliaia di anni.

Raccolta fondi per portare bisonti al Pleistocene Park

L’ultimo bisonte in Siberia fu ucciso circa 10mila anni fa, oggi, grazie agli sforzi di Nikita Zimov e suo padre, questi poderosi erbivori sono tornati in Russia e l’obiettivo è incrementarne la popolazione. Il prossimo mese dodici cuccioli di bisonte voleranno dall’Alaska al Pleistocene Park. Per finanziare la costosa operazione di trasporto i due scienziati hanno lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma IndieGoGo. È un’opportunità concreta per supportare questo straordinario progetto e contribuire a provare a salvare il pianeta dai cambiamenti climatici.

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Correggere gli errori passati

Il Pleistocene Park rappresenta una speranza per il futuro e un’opportunità per correggere gli errori fatti in passato, quando la nostra specie ha portato all’estinzione troppe specie animali spezzando cascate trofiche mai più ripristinate. Oggi il numero di esseri umani è in crescita esponenziale, esistono tuttavia ancora vaste aree inadatte all’agricoltura che possono essere rinaturalizzate, offrendo rifugio alla fauna selvatica e contribuendo a immagazzinare carbonio. Oltre venti anni fa un uomo che viveva ai confini del mondo, nel cuore della steppa siberiana, ha avuto un’idea folgorante, “ricreare” l’Era Glaciale per rallentare i devastanti effetti dei cambiamenti climatici. Oggi quell’idea viene portata avanti da suo figlio e il futuro del pianeta è anche nelle sue mani.

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