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Domenico Cassitta, Ceo di Radoff, spiega le tecnologie per governare la qualità dell’aria indoor, a tutela della salute e riducendo i consumi.
L’aria che respiriamo negli spazi chiusi è spesso invisibile anche a chi li progetta e li gestisce. Ma oggi può essere monitorata, prevista e gestita in modo più preciso. Tutelando la salute e ottimizzando i consumi. È questa la promessa di Radoff, scaleup nata in un piccolo borgo della Sardegna e cresciuta in Emilia-Romagna, dove sviluppa e produce la propria tecnologia in collaborazione con università e centri di ricerca. Dalle origini all’ingresso nell’ecosistema LifeGate Way, passando per la sfida tecnologica e le previsioni per i prossimi cinque anni, il Ceo di Radoff Domenico Cassitta ci spiega perché l’ambiente indoor sta per diventare una delle infrastrutture decisive della transizione ecologica.
Trascorriamo circa il 90 per cento del nostro tempo in spazi chiusi, eppure l’impressione è che ci sia ancora scarsa consapevolezza rispetto al tema dell’inquinamento indoor. È d’accordo?
Sono d’accordo. Ed è un ritardo che è prima di tutto di visione. Negli ultimi anni abbiamo costruito un linguaggio maturo per parlare di transizione: sicurezza energetica, competitività, resilienza ambientale. Sono i pilastri intorno a cui si organizzano oggi le strategie del sistema paese e le politiche delle grandi utility. Ma in quel linguaggio manca ancora una variabile decisiva: l’ambiente interno degli edifici. Misuriamo tutto, fuori. Non misuriamo quasi nulla, dentro. Governiamo i flussi che attraversano gli edifici, non la qualità dell’ambiente che ne deriva. E finché quella qualità non diventa misurabile e prevedibile, resta invisibile anche per chi gli edifici li progetta, li gestisce e li abita.
In che momento si è reso conto che la tecnologia esistente non era sufficiente e che serviva un approccio radicalmente nuovo come quello di Radoff?
Mentre lavoravamo sui primi progetti di monitoraggio ci siamo accorti di una cosa semplice. Il dato, anche quello buono, non cambia nulla da solo. Ti dice che c’è un problema. Non lo risolve. Era come avere un sismografo senza un piano di evacuazione. Da lì è nata la convinzione che servisse un sistema, non un dispositivo: una tecnologia capace di leggere l’ambiente, prevederne l’evoluzione e intervenire prima che il rischio diventi esposizione. Bologna è stata il laboratorio iniziale, mentre New York è stata la prova: là dove la complessità ambientale è massima e nessun dispositivo singolo può governarla, il sistema funziona ancora. Da quel momento, tutto il resto è venuto di conseguenza.
Come funzionano i vostri dispositivi e cosa li differenzia tecnicamente dalle soluzioni di ventilazione meccanica tradizionale?
La ventilazione meccanica tradizionale non è una soluzione che funziona male, ma oggi non basta più. Lavora dopo, su soglia statica, senza memoria né previsione. Per costruzione arriva tardi, agisce in modo discontinuo, spreca energia. È un paradigma di trent’anni fa applicato a un problema di oggi. La differenza con Radoff non è che ventiliamo meglio. Noi non ventiliamo: governiamo l’ambiente. Il sistema funziona attraverso quattro livelli integrati: un’infrastruttura di misura continua, un digital twin ambientale dell’edificio, modelli di intelligenza artificiale che producono previsioni probabilistiche, una decisione automatica che attiva la mitigazione con la modalità e la durata necessarie. Ogni ciclo alimenta il successivo: il dato genera il modello, il modello genera la previsione, la previsione genera l’azione, l’azione genera nuovo dato. Per questo non ci descriviamo come una tecnologia di ventilazione. Il prodotto non è il dispositivo ma la decisione ambientale. È il passaggio dall’aria che si ricambia a quella che si governa.
In che modo un approccio integrato che unisce hardware avanzato, algoritmi di intelligenza artificiale e gestione dei dati può ottimizzare i consumi energetici degli edifici, garantendo al contempo la salute di chi li occupa?
È la domanda strategica del prossimo decennio. Per anni ci siamo raccontati che la relazione tra energia e qualità dell’ambiente fosse un trade-off: o si consuma di più per garantire condizioni migliori, o si risparmia accettando un ambiente meno controllato. Era un pensiero del Novecento. L’intelligenza artificiale lo supera: anticipa il rischio e attiva la risposta solo quando, dove e per il tempo necessario. Interventi mirati invece che continui. Dosaggio invece che azione costante. Efficienza energetica come effetto naturale del governo predittivo dell’ambiente. È la differenza tra reagire a un dato e governare un fenomeno: non automazione, ma controllo predittivo. E in un edificio, controllo predittivo significa simultaneamente sicurezza energetica, competitività operativa e resilienza ambientale: il trilemma applicato finalmente all’unica infrastruttura che ogni giorno tocca direttamente il corpo delle persone.
Radoff propone soluzioni adatte sia all’uso domestico che a quello industriale: qual è la sfida ingegneristica più complessa che avete dovuto superare per ottenere l’adattabilità dei prodotti a contesti così differenti?
La sfida non è stata costruire una tecnologia adattabile, ma una tecnologia coerente: capace di funzionare con la stessa precisione in una stanza di trenta metri quadri come in una stazione ferroviaria. Sembra un problema di scala e invece è una questione di architettura. Per ottenerlo serve controllo end-to-end: hardware, firmware, cloud, AI, attuazione, tutti progettati per operare nello stesso paradigma. Non integrazione di componenti di terzi. Infrastruttura proprietaria, sviluppata interamente in Italia. È la condizione che ci permette oggi di parlare di sovranità tecnologica nel governo dell’ambiente.
Radoff è un esempio di come la tecnologia possa essere messa al servizio della prevenzione sanitaria: crede che il supporto tecnologico sia ormai sempre più indispensabile per garantire la salute delle persone?
La prevenzione sanitaria, oggi, senza tecnologia non esiste più. La complessità delle minacce ambientali contemporanee – radon, particolato fine, agenti chimici emergenti – è oltre la capacità di rilevazione di qualsiasi approccio non strumentato. Ma c’è un punto che mi sta a cuore e riguarda il modo in cui parliamo di resilienza ambientale. Oggi quel concetto è articolato sulle infrastrutture critiche: reti, filiere, sicurezza delle materie prime. Manca un livello. Ed è il più diretto: la resilienza dell’ambiente in cui le persone effettivamente respirano. Una resilienza ambientale che si ferma al perimetro esterno degli edifici è incompleta. La prevenzione, senza capacità predittiva né mitigazione sull’indoor, resta una dichiarazione. La tecnologia oggi consente esattamente questo passaggio: dalla lettura del presente alla gestione attiva del rischio.
Recentemente LifeGate Way ha concluso un investimento in Radoff. Quali opportunità strategiche si aprono ora per voi entrando nell’ecosistema?
L’ingresso di LifeGate Way è uno dei momenti più significativi nella storia di Radoff. In quasi trent’anni LifeGate ha costruito qualcosa di raro nel panorama italiano: una visione coerente della sostenibilità, declinata come sistema e non come narrativa. Comunicazione, energia, investimento, cultura, mobilità: un ecosistema in cui ogni elemento parla con gli altri. Per Radoff, entrare in questo disegno significa molto più che ricevere capitale. Significa portare il tema dell’ambiente indoor dentro una conversazione pubblica già strutturata e credibile. Rendere l’ambiente indoor misurabile, prevedibile e governabile è un passaggio che mancava all’architettura italiana della sostenibilità, e LifeGate ha avuto la capacità di vederlo prima di chiunque altro. Per noi, essere parte di questo disegno significa entrare in una delle conversazioni più credibili che oggi accadano in Italia sulla relazione tra sostenibilità e infrastruttura.
Nel medio termine, diciamo nei prossimi cinque anni, immagina nuove applicazioni per la tecnologia Radoff, e quale impatto sociale si augura di aver generato in termini di salute pubblica?
Nei prossimi cinque anni la tecnologia Radoff si estenderà verso ambiti in cui l’ambiente è una variabile critica e oggi sotto-governata: la sanità, la scuola, le grandi infrastrutture pubbliche, il patrimonio edilizio storico. Ma l’impatto sociale che mi auguro davvero è più profondo. Per troppo tempo abbiamo parlato di salute pubblica concentrandoci sui sistemi di cura. Il prossimo decennio si giocherà sui sistemi di prevenzione, e una parte sostanziale di quella prevenzione passa dall’ambiente in cui le persone vivono il 90 per cento del tempo. Mi auguro, soprattutto, che fra cinque anni il concetto stesso di resilienza ambientale sia stato esteso. Oggi è la resilienza dei sistemi che alimentano gli edifici. Domani dovrà essere anche la resilienza degli spazi che gli edifici creano. È in questo passaggio che gli operatori che oggi gestiscono energia, acqua e reti dovranno ridefinire il proprio perimetro. Chi non lo farà resterà al margine della transizione che ha contribuito a costruire. Mi auguro infine che fra cinque anni l’ambiente indoor sia diventato un diritto misurabile; non una preoccupazione di pochi esperti ma una variabile che ogni edificio dichiara, ogni gestore governa, ogni cittadino può conoscere. Dare forma all’invisibile: è da lì che nasce la resilienza vera.
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