Diritti umani

Non si possono chiudere le porte ai profughi climatici, è illegale secondo le Nazioni Unite

Le Nazioni Unite hanno giudicato il caso di una famiglia di Kiribati i cui membri volevano ottenere lo status di profughi climatici in Nuova Zelanda.

Respingere i profughi rinviandoli nel proprio paese d’origine, se la ragione per la quale sono migrati è legata alla crisi climatica in atto, è illegale. I governi dovranno trovare altre soluzioni, aiutando le persone in questione e accogliendole sui propri territori. Il verdetto – storico, sia per la potenziale portata giuridica, sia dal punto di vista politico – è stato pronunciato il 7 gennaio dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Ioane Teitiota e la sua famiglia chiedevano di essere riconosciuti come profughi climatici

La vicenda nasce alcuni anni fa in un arcipelago del Pacifico, la repubblica di Kiribati. Uno dei più esposti e vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici. E, prima di arrivare alle Nazioni Unite, passa per un tribunale della Nuova Zelanda. All’epoca, Ioane Teitiota, padre di famiglia di 42 anni, aveva reclamato a Wellington lo status di rifugiato climatico. Il motivo? Lui, sua moglie e i loro tre figlie rischieranno la vita nella loro nazione di origine. I trenta atolli che compongono la repubblica di Kiribati sono infatti già minacciati dalla risalita del livello degli oceani. Derivante dallo scioglimento dei ghiacci polari, provocato a sua volta dalla crescita della temperatura media globale.

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Il mare, cinque anni fa, già erodeva le coste. Invadeva le spiagge. Infiltrava acqua salata nella terra. Diminuiva le riserve di acqua dolce e rendeva i raccolti via via più magri per Ioane e per la sua famiglia. Che per questo decise di abbandonare la propria terra e trasferirsi in Nuova Zelanda.

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Se la temperatura media globale salirà nei prossimi decenni di più di due gradi centigradi, per le isole Kiribati non ci sarà scampo © Plan International Australia/Getty Images

I tribunali della Nuova Zelanda hanno respinto l’istanza

Qui, tuttavia, il cittadino di Kiribati si è visto costretto ad avviare una complessa battaglia legale. In primo e in secondo grado, il tribunale neozelandese ha tuttavia respinto le richieste di Ioane. E la Corte suprema locale ha confermato i primi due giudizi. La ragione? “Per poter ottenere lo status di rifugiato occorrere essere perseguitati nel proprio paese d’origine”, avevano indicato i magistrati neozelandesi, citando i documenti ufficiali delle Nazioni Unite.

E benché la repubblica di Kiribati fosse “incontestabilmente di fronte a delle importanti sfide, non abbiamo alcun elemento che possa indicare che il governo locale non stia facendo ciò che è nelle sue possibilità per proteggere la popolazione dagli effetti dei cambiamenti climatici”. Tuttavia, alle Kiribati (così come alle Maldive, a Tuvalu o a Tokelau) il punto non è rispondere ad una crisi temporanea. La risalita del livello dei mari potrà essere tale da rendere tali terre del tutto inabitabili.

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La Repubblica di Kiribati vista dall’alto © EyeSteelFilm

Se non completamente scomparse dalle carte geografiche, poiché, appunto, sommerse. Molti degli atolli che compongono la repubblica insulare sono già diventati inabitabili nel corso degli ultimi decenni. Tanto che quello di Tarawa, meno esposto degli altri, ha visto la propria popolazione aumentare dalle 1.641 persone del 1947 alle quasi 50mila del 2010.

Perché il pronunciamento delle Nazioni Unite rappresenta una svolta nel diritto internazionale

È per questa ragione che il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha in parte ribaltato i pronunciamenti dei tribunali della Nuova Zelanda. Non dal punto di vista della situazione specifica di Ioane e della sua famiglia, dal momento che la loro terra diventerà inabitabile “soltanto” nei prossimi 10 o 15 anni, è stato sentenziato che il pericolo non è così imminente da giustificare la richiesta di asilo. Tuttavia, più in generale, il Comitato ha affermato che quando gli effetti della crisi climatica minacceranno la tutela dei diritti, ciò innescherà un preciso obbligo. Quello, da parte dei governi di tutto il mondo, di non respingere chi fugge per siccità estreme, inondazioni, risalita del livello dei mari.

Va detto che il pronunciamento delle Nazioni Unite, tecnicamente, non è vincolante per i governi. “Ma ciò che è molto importante – ha spiegato al quotidiano inglese The Guardian Jane McAdam, direttrice del Kaldor centre for international refugee law dell’università del Nuovo Galles del Sud, in Australia – e che rende in qualche modo una svolta questo pronunciamento è il fatto che il Comitato ha riconosciuto, per il futuro, il diritto dei profughi climatici a non essere respinti e rinviati nei loro paesi”.

Soprattutto, sottolinea Kate Schuetze, responsabile dell’area Pacifico dell’associazione umanitaria Amnesty International, il Comitato “pur giudicando non imminente il pericolo nel caso specifico di Ioane, ha precisato che non è necessario aspettare che gli stati insulari vengano sommersi per azionare gli obblighi delle nazioni terze in materia di protezione del diritti umani”.

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