Investimenti sostenibili

Samir de Chadarevian. Cosa ci insegnano la filantropia e gli imprenditori illuminati

La nostra intervista a Samir de Chadarevian, esperto di sviluppo sostenibile, filantropia, impact investing e innovazione sociale.

Le famiglie facoltose hanno enormi capitali da spostare, attraverso le fondazioni e i family office (vale a dire le società specializzate nella gestione dei loro patrimoni). Ciò significa che hanno anche un enorme potere di fare qualcosa di concreto per il Pianeta e per le persone. Sul come e sul perché indaga “Investing for global impact”, un report pubblicato dal Financial Times in partnership con GIST (Global Impact Solutions Today) e con il supporto della banca britannica Barclays. La quarta edizione, presentata a marzo a Parigi, dipinge un quadro positivo: un quadro in cui filantropia e impact investing iniziano piano piano a diventare la norma, non più scelte coraggiose di pochi illuminati. Ne parliamo con Samir de Chadarevian, Research Director del rapporto con un lungo curriculum da imprenditore e advisor. Negli anni si è specializzato in innovazione sociale, finanza d’impatto, approccio sistemico, Sdgs (Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu) ed etica come risorse per uno sviluppo sostenibile.

Questo report ha un’impostazione molto particolare, perché intervista una categoria precisa di soggetti (fondazioni e family office) e perché prende in esame sia filantropia sia impact investing. Perché avete fatto questa scelta? 

Il nostro obiettivo è quello di intercettare un movimento di persone abituate ad agire, facendo da moltiplicatore. Ci siamo quindi focalizzati su imprese di famiglia, imprenditori, family office e fondazioni private di famiglia. In questi soggetti troviamo sia la capacità imprenditoriale sia un orientamento specifico al bene del Pianeta, che tra l’altro è raro: magari avessimo più imprenditori lungimiranti! Al centro mettiamo gli imprenditori e il patrimonio che investono sia all’interno della propria azienda sia in attività filantropiche oppure in imprese sociali.

L’approccio è olistico: dal nostro punto di vista la stessa persona è un imprenditore, è un investitore nella propria azienda e al di fuori, può essere un filantropo, un padre di famiglia… Ha tanti ruoli ma è comunque un’unica persona. Per lo stesso approccio, secondo noi è sbagliato separare filantropia, impact investing e investimenti che si fanno ad altro titolo. Per giunta abbiamo anche previsto questionari specifici per chi, ad oggi, non è impegnato come filantropo oppure  investitore impact. Questo confronto diretto ci permette di imparare l’uno dall’altro.

Ci sono ulteriori differenze rispetto alle altre ricerche?

Differenziandoci da ricerche più accademiche, noi vogliamo essere pronti a ragionare su quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani, non soltanto su dati statistici che hanno bisogno di tempi più lunghi di elaborazione e quindi arrivano sempre con qualche anno di ritardo. Nei nostri questionari chiediamo agli intervistati cos’hanno fatto negli ultimi 12 mesi e cosa vogliono fare nei 12 mesi successivi, proprio per dare modo ai nostri lettori di ricevere stimoli per le loro decisioni.

Oltre ai questionari, la ricerca comprende alcune interviste alle famiglie e ad altri operatori che possono essere ministeri, governi, centri di ricerca, imprenditori sociali, ong: chiunque faccia qualcosa che dal nostro punto di vista è interessante, o anche controverso. Intervistiamo anche chi non vuole fare impact investing, per capire il perché, le barriere che percepisce.

Samir de Chadarevian
Samir de Chadarevian

Immagino che le interviste servano anche per non parlare più solo di numeri ma di persone, che possono essere anche molto note, conferendovi credibilità e scatenando un effetto di emulazione. Quali sono secondo lei le interviste particolarmente riuscite?

Assolutamente, noi cerchiamo di intercettare chi viene considerato come un punto di riferimento, come la Roger Federer Foundation.

Un’intervista che a me piace moltissimo è quella a due voci con la fondazione di emanazione della Johnson & Johnson e la Aga Khan Foundation: da un lato l’emanazione di una multinazionale quotata in Borsa e votata al profitto, dall’altro il più grande network mondiale di sostegno alla filantropia, che ha una radice religiosa. In quell’intervista viene fuori un’espressione bellissima: unlikely alliances, le alleanze improbabili che nessuno prenderebbe in considerazione ma poi vengono realizzate, perché ci si rende conto del fatto che permettono risultati altrimenti irraggiungibili.

Un’altra intervista molto interessante è quella a Simone Cipriani, fondatore di Ethical Fashion Initiative, una rete tra piccoli artigiani africani, raggruppati in distretti, che sono riusciti gradualmente a trovare uno spazio nell’industria internazionale della moda. Stiamo parlando di centinaia di piccole imprese che ora hanno un futuro diverso grazie a un imprenditore che ha creato loro un mercato.

Roger Federer Foundation
Roger Federer Foundation

Quali sono le sue aspettative personali nei confronti di questo rapporto? Vorrebbe farlo arrivare sulla scrivania di qualche grande imprenditore, a Palazzo Chigi o altrove?

Le aspettative sono molto grandi ma stiamo parlando di un processo graduale. Questo è un progetto di educazione e dialogo di lungo termine, che – come tutti gli impegni veri – richiede di procedere passo dopo passo con impegno e costanza. Come in natura gli alberi hanno bisogno di anni per crescere, noi ragioniamo nel medio termine e invitiamo i nostri interlocutori a fare altrettanto.

Questo rapporto vuole finire nelle mani, nelle menti e nei cuori di tutti. Iniziando dai singoli, perché oggi, per fortuna, esistono anche possibilità di investire in modo intelligente e sostenibile anche per chi ha a disposizione 500 o 5000 euro. Poi, il mondo del business: se riusciremo a trasformare delle imprese che oggi sono puramente profit, allora sì che avremo vinto, perché si tratterebbe non solo di fare filantropia o impact investing ma di cambiare dall’interno le logiche di business di un’azienda. Inoltre vogliamo arrivare sui tavoli dei decisori politici: ministri, governi, sindaci.

Abbiamo anche iniziato a parlare degli Sdgs che a noi piacciono tantissimo perché, come noi, sono aperti e si rivolgono a tutti: governi, grandi aziende, piccole imprese, Paesi ricchi ed emergenti. Questa è proprio la logica che abbiamo provato a portare nel nostro lavoro.

Rispetto alla prima edizione del rapporto, che risale a quattro anni fa, avete visto dei miglioramenti nella sensibilità, nell’accoglienza e nella conoscenza di queste tematiche?

Faccio una parentesi. Filantropia e impact investing sono assolutamente sinergici l’uno con l’altro, non c’è contrapposizione. Sono due strumenti che possono aiutare a migliorare il mondo; agendo insieme sulle stesse iniziative, possono rendere sostenibile ciò che, vivendo solo di filantropia, nel lungo periodo non potrebbe esserlo.

Detto questo, la conoscenza si sta diffondendo, tant’è che abbiamo raddoppiato il numero di partecipanti. Cinque anni fa chi si affacciava all’impact investing aveva difficoltà a trovare opportunità di investimento, ora ce ne sono innumerevoli ed è possibile fare anche portafogli composti al 100 per cento da investimenti sostenibili.

Soprattutto tra i pionieri, inizia a diffondersi una scuola di pensiero: se vogliamo trattare nello stesso modo tutti gli investimenti, dobbiamo considerare gli impatti positivi dell’impact investing e specularmente considerare anche gli impatti negativi di tutti gli altri investimenti. Tecnicamente si chiamano esternalità: aria, acqua, strade, risorse che un’azienda sfrutta per il suo business, senza però pagarle (o pagando solo per una parte). A compensare per questo sfruttamento sono i governi, quindi i cittadini. È vero che chi ha investito in quell’azienda ha ottenuto i suoi dividendi, ma è vero anche che prima o poi la comunità avrà un costo aggiuntivo (per esempio sotto forma di maggiori oneri per il sistema sanitario pubblico). Oggi questi impatti negativi non vengono presi in considerazione. Se iniziassimo a prendere in considerazione allo stesso modo tutti gli impatti (positivi e negativi), il piatto della bilancia si sposterebbe ancora di più verso gli investimenti sostenibili.  

Questo è un rapporto internazionale che intervista soggetti come i family office, più noti nel mondo anglosassone, e le grandi fondazioni, un po’ diverse da quelle a cui siamo abituati in Italia. Come lo possiamo calare nel contesto italiano?

Abbiamo un buon numero di persone che hanno risposto dall’Italia e abbiamo esempi importanti come San Patrignano, la Fondazione Cariplo, il movimento delle cooperative. In Italia c’è tanta filantropia e c’è tanto impact investing, anche se capita che a livello formale siano “vestiti” in modo diverso. Si può dire lo stesso dei family office: il modello è diverso da quello anglosassone, ma ciò non significa che non ci siano attività analoghe, anche molto avanzate.

In Italia sono poche le fondazioni legate a una persona molto nota, più spesso sono legate ad aziende. C’è un potenziale di sviluppo per questo modello di filantropia?

Io credo che il potenziale di sviluppo ci sia. Pensiamo a Marino Golinelli, un noto imprenditore che si sta mostrando in prima persona con la sua fondazione, non per diventare famoso (non ne ha bisogno!) ma per far capire pubblicamente cosa un imprenditore può fare con parte del proprio patrimonio. O pensiamo a Investimenti Sostenibili LifeGate che dà la possibilità di fare impact investing in un fondo quotato in Borsa, con un buon livello di liquidità che per molti investitori è importante. In Italia c’è molto fermento e, come in molti mercati, servirebbe un’azione più incisiva dal punto di vista legislativo su come inquadrare e aiutare queste iniziative.

Da che lato dovrebbe intervenire lo Stato? Secondo lei servono più regole, definizioni, sgravi fiscali? 

La domanda è molto difficile. Da parte mia, tendenzialmente favorisco le attività che non hanno bisogno di essere tutelate con le sovvenzioni statali, tanto più perché l’Italia deve sottostare ad alcuni vincoli di bilancio. Magari si potrebbe cominciare trattando in modo equo chi, come dicevamo prima, usufruisce di una serie di esternalità per cui poi paga la collettività. Un’Italia con un po’ meno di evasione fiscale e lavoro nero offrirebbe già dei vantaggi grandissimi per chi oggi opera nella piena legalità. Certo è che anche favorire le aggregazioni e la trasparenza, sia per chi fa impact investing sia per chi non lo fa, potrebbe aiutare, se non altro per garantire che si giochi ad armi pari.

Non credo che l’Italia abbia bisogno di altre leggi, anzi sarebbe utile snellire e semplificare il nostro sistema di leggi, invece di appesantire ulteriormente una stratificazione di leggi che diventa ogni giorno più costosa e complicata, scoraggiando inoltre imprenditorialità e partecipazione civile. Io ormai vivo da sette anni nel mondo della filantropia, dell’impact investing e delle imprese sociali: c’è grande fermento e una grande vitalità che è un piacere sostenere e vedere crescere.

 

Foto in apertura © Spencer Platt/Getty Images
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