Shiatsu: il “non fare”

il non fare”wu wei” dei testi taoisti, aiuta il ripristino della spontaneità originaria che, nella terapia, si traduce con la tendenza al riequilibrio

Basato su uno dei cardini della filosofia taoista e del pensiero
orientale, la realizzazione del “vuoto”, ku, e della “non
intenzione” o musho toku, costituisce un monito di sicuro effetto
soprattutto per la nostra occidentale e modernissima tendenza a
concretizzare e finalizzare ogni pensiero e ancor di più
ogni azione.
Ecco che il “non fare”, il wu wei dei testi taoisti, aiuta il
ripristino della spontaneità originaria che, nella terapia,
si traduce facilmente con la naturale tendenza al riequilibrio di
ogni sistema, quando se ne dispone la condizione ideale. “Non
agire” significa infatti “lasciar agire” qualcosa di superiore.

Forse unico metodo davvero efficace in senso “altamente”
terapeutico, richiede però uno sforzo molto grosso,
unitamente ad un corretto senso di umiltà: quello di
sottrarsi all’influenza del mentale che porta, per sua natura, ad
attaccarsi ad un “bersaglio” per lo più fallace e illusorio,
come può essere la rimozione di un sintomo o, peggio, la
gratificazione dell’ego che deriva dalla possibilità di
raggiungerla.

E qui ci vuole davvero molta attenzione (e comprensione). Almeno
per non cadere nell’illusione virtuale, o nel ismo, dell’estremo
opposto. Facciamo un esempio.

Una persona mi chiede, più o meno esplicitamente, un aiuto.
La mia presenza, il mio ascolto è già molto. Unisco
il “rispetto” verso il suo disagio, nel senso che non lo
giudico.

Metto la mia mano, simbolicamente il mio cuore, la mia attenzione,
il mio intento, a sua disposizione, anche solo per un minuto ma, in
“quel” minuto, sono lì, ci sono, per lei, con tutto me
stesso. Vale a dire che il mio pensiero non fugge, né verso
le mie preoccupazioni personali, né verso le possibili
strade da percorrere per aiutarla.
Fin qui è l'”esserci”.

Il “non fare”, può essere invece pericoloso, se non ben
compreso.

Chi si rivolge al terapista chiede, in genere, sia un aiuto
“pratico” che un sostegno. Non bisogna dunque ignorare il sintomo e
neppure “limitarsi” a risolverlo. Altrimenti si va dal medico,
dall’omeopata, e via dicendo.

Chi possiede il grande strumento interpretativo che la medicina
orientale offre, valido non solo per “curare” ma anche per
“comprendere” cosa è successo e perché si è
generato lo squilibrio, deve utilizzarlo per “guidare” la persona
verso la comprensione e la reintegrazione del suo problema.

Wu wei, allora, non è “non fare”, bensì “fare senza
fare”. E’ diverso. Prendere per mano il paziente, offrigli il
proprio appoggio e la propria comprensione non basta: bisogna
saperlo guidare fuori dalla nebbia e bisogna saperlo fare, con gli
strumenti adeguati e senza appropriarsi delle sue conquiste.

Aiutare a ritrovare la strada. Per questo il non agire non va
confuso con l’inerzia (né con l’incompetenza). “Non fare”
è interiorizzazione dell’agire, è musho toku, assenza
di intenzione ma disposizione, chiarificazione di un Intento
Profondo che ha precise basi, finalità, strategie e,
anchesì, tecniche da utilizzare allo Scopo.

Loredana
Filippi

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