La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
Da Nicolas Maduro no alla richiesta di nuove elezioni dell’Unione europea. La crisi del Venezuela divide in due il mondo, come durante la guerra fredda.
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha rispedito al mittente l’ultimatum lanciato da numerose nazioni dell’Unione europea che chiedevano di indire nuove elezioni presidenziali. Ciò, secondo le diplomazie del Vecchio Continente, al fine di superare l’impasse generatasi dopo che il leader dell’opposizione, Juan Guaidó, si è autoproclamato presidente nella nazione sudamericana.
In un’intervista concessa all’emittente spagnola La Sexta, Maduro ha affermato di non voler cedere alle pressioni: “Per quale motivo l’Unione europea chiede ad una nazione sovrana, che ha già organizzato le sue elezioni presidenziali, di indirne di nuove? Perché non sono i suoi alleati di destra ad aver vinto? Con i loro ultimatum vogliono imporci una situazione di scontro estremo”.
A domandare al leader chavista di tornare alle urne sono stati in particolare Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Portogallo e da ultimo, domenica 3 febbraio, Austria. Le cui diplomazie hanno spiegato che, in mancanza di nuove consultazioni elettorali, riconosceranno Guaidó come il legittimo presidente del Venezuela. Cosa che potrebbe avvenire già nella giornata di oggi, lunedì 4 febbraio (Madrid, Londra e Vienna sono stati i primi a farlo).
In Italia, invece, il governo – put diviso al proprio interno sul tema – ha bloccato il possibile riconoscimento da parte dell’Unione europea di Guaidò. Ciò, riferisce l’agenzia Agi, dopo che gli altri 27 stati membri nella riunione informale dei ministri degli Esteri di ieri a Bucarest avevano trovato un accordo su una dichiarazione comune promossa dalla Svezia.
Venezuelan President Nicolas Maduro rejects EU ultimatum to call elections after country opposition leader Juan Guaido declared himself the country’s interim leader, AFP reports citing an excerpt from an interview with Spanish broadcaster Sexta pic.twitter.com/fysjVUgW2j
— CGTN (@CGTNOfficial) 4 febbraio 2019
Maduro ha risposto rilanciando invece l’opzione del “gruppo di contatto internazionale”, che comprenda l’Ue e le nazioni dell’America Latina. Esso si riunirà giovedì prossimo a Montevideo, in Uruguay: “Sono favorevole a questa conferenza, che permetterà alle diverse anime del Venezuela di sedersi attorno ad un tavolo e di dialogare. Appianando le nostre differenze e programmando un piano che possa risolvere i problemi del nostro paese”.
#UPDATE EU and Latin American countries that form an ‘international contact group’ hoping to end Venezuela’s political crisis will hold their first meeting in Montevideo on Thursday, the joint hosts announce https://t.co/Q6dvEEu6Eb #Venezuela
— AFP news agency (@AFP) 3 febbraio 2019
Intanto, come accadeva durante la guerra fredda, la vicenda di una singola nazione sta creando due schieramenti opposti sullo scacchiere geopolitico mondiale. Da una parte coloro che sostengono Guaidó, Stati Uniti in testa, con il presidente Donald Trump che ha immediatamente riconosciuto il leader anti-Maduro. Affermando che “il Parlamento (controllato dall’opposizione, ndr) è il solo organismo legittimo” del Venezuela.
Sulla stessa linea di Washington, sin da subito, si sono schierati Canada, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Perù. “Siamo convinti del fatto che Maduro rappresenti il problema e non la soluzione”, ha spiegato il presidente conservatore cileno Sebastian Pinera. “Vogliamo che i venezuelani ritrovino la via della democrazia”, ha aggiunto il ministro degli Esteri argentino Jorge Faurie.
Al contrario, manifestazioni ufficiali di sostegno al presidente in carica sono arrivate da Messico, Bolivia e Cuba. Il governo messicano ha in particolare spiegato che “conformemente ai nostri principi costituzionali di non ingerenza, non ci associamo a coloro che non riconoscono più il presidente di una nazione con la quale manteniamo rapporti diplomatici”.
Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha inoltre ribadito “il nostro sostegno e la nostra solidarietà al presidente Maduro, di fronte ai tentativi imperialisti di screditare e destabilizzare la rivoluzione bolivariana”. Il capo di stato boliviano Evo Morales ha quindi puntato il dito contro gli Stati Uniti, “colpevoli di aver promosso un colpo di stato e uno scontro fratricida tra venezuelani”.
A sostegno di Maduro si sono inoltre schierate la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. La Cina, infine, ha spiegato di aver “sempre applicato il principio di non ingerenza negli affari interni di altre nazioni” ed ha affermato di essere “contraria alle intromissioni esterne negli affari del Venezuela”.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
I bombardamenti israeliani sul Libano hanno già causato oltre 900 morti e un milione di sfollati. Israele vuole replicare quanto fatto nella Striscia di Gaza?
Impianti di desalinizzazione, vulnerabilità ambientale, intrecci finanziari: cosa c’entra l’acqua con la guerra in Medio Oriente.
Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica su Cuba. La situazione è una crisi umanitaria drammatica.
Il conflitto nel Golfo minaccia una delle infrastrutture energetiche più importanti, con effetti su mercati, commercio e sicurezza energetica globale. Qual è la storia, chi sono gli attori e le possibili conseguenze.
Nell’opulenta Dubai, vip, influencer e ultra-ricchi fuggono in massa dalla guerra. Lasciando cani legati a lampioni e gatti in gabbie per strada.
Mentre la conta dei danni civili e ambientali dell’offensiva degli scorsi anni non è ancora terminata, Israele ha ripreso a bombardare il Libano.
Un giudice del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari alla società che ha costruito l’oleodotto Dakota Acces Pipeline.
Usa e Israele stanno bombardando l’Iran, che ha risposto con missili e droni contro i paesi del golfo e fino a Cipro. Quanto durerà la guerra e che effetti avrà?


