Diritti umani

Le 10 vittorie indigene più importanti del 2016

Le battaglie dei popoli nativi di tutto il mondo per la difesa del territorio, dei loro diritti e dei loro stili di vita. Le 10 vittorie indigene più importanti degli ultimi 12 mesi.

I Munduruku vincono contro la diga di Tapajós, Brasile

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Un membro della tribù Munduruku a una protesta contro la diga di Tapajós © Mario Tama/Getty Images

La diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós sarebbe dovuta essere una delle più grandi del Brasile. Avrebbe deviato il corso del fiume Tapajós, affluente del Rio delle Amazzoni, inondando più di 700 chilometri quadrati, incluse le terre dei Munduruku. Ma non si farà. Dopo la battaglia della tribù e di organizzazioni quali Greenpeace e Survival International, il progetto non ha superato la Valutazione di impatto ambientale ed è quindi stato bloccato, decisione annunciata ad agosto. 

Una vittoria importante che, però, non segna la fine degli sforzi dei circa 12mila Munduruku che continuano a scontrarsi con la sete idroelettrica del Brasile. Sono almeno 40 i progetti previsti lungo il corso del fiume Tapajós. Per non parlare di quelli già ultimati, come la diga di Belo Monte sul fiume Xingu, combattuta per decenni da molteplici tribù amazzoniche.

I Larrakia ricevono 52mila ettari di terra, Australia

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Bambini Larrakia alla cerimonia di consegna delle loro terre ancestrali © Stefan Postles/Getty Images

Ci sono voluti 37 anni ed è stata la più lunga rivendicazione territoriale nella storia dell’Australia. Finalmente, il 21 giugno si è concluso il Kenbi land claim e al popolo aborigeno dei Larrakia sono stati restituiti 52mila ettari delle loro terre ancestrali. Inoltre, il governo australiano trasferirà circa 21 milioni di euro per ripristinare le terre danneggiate dalle sue attività.

Quella degli aborigeni australiani è una storia di espropriazione e di abuso. Per questo la cerimonia ufficiale di consegna dei territori tenutasi a Darwin è stata dolceamara. Se da un lato è stata una conquista storica, come commenta Jordan Singh, uno dei 2mila membri del popolo Larrakia, “sono triste per il fatto che le nostre madri oggi non siano qui”.

La vittoria dei Dongria contro il gigante minerario, India

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Donna Dongria © In Pictures Ltd./Corbis via Getty Images

Già nel 2013 la tribù Dongria dello stato di Odisha, lungo la cosa orientale dell’India, aveva rifiutato la costruzione di una mina dell’impresa Vedanta Resources sulle sue terre. Non soddisfatto, a inizio 2016 lo stato di Odisha ha fatto appello alla Corte suprema indiana chiedendo che venisse indetto un referendum per rivalutare la costruzione della diga. Ma i Dongria si sono opposti inequivocabilmente contro quello che sarebbe stato un disastro ambientale e un attentato al loro stile di vita. A maggio la corte indiana ha confermato che il referendum, e dunque la mina, non si faranno.

“Anche se ci tagliano la testa, o fanno sì che la nostra carne e le nostre ossa scorrano in fiumi di sangue, non sacrificheremo le nostre montagne”, queste le parole del capo tribù Lodu Sikaka. Intanto la minaccia di progetti minerari continua data la vicinanza dei territori Dongria a una raffineria di bauxite della Vedanta.

I Lummi complicano l’esportazione di carbone, Stati Uniti

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Un totem del popolo Lummi © Chris Maddaloni/Roll Call/Getty Images

Dall’India agli Stati Uniti, un’altra vittoria contro l’industria estrattiva. I Lummi sono una tribù nativo americana dello stato di Washington, sulla costa occidentale degli Stati Uniti: per anni si è battuta contro la costruzione di un terminale per l’esportazione del carbone, il Gateway pacific. Il progetto minacciava Xwe’chi’eXen, conosciuto come Cherry Point, sito di importanza storica per la tribù e circondato da acque protette dal Trattato della Nazione di Lummi.

Così il popolo ha deciso di appellarsi all’Army corps of engineers (corpo militare statunitense) che a maggio ha bloccato il progetto. L’impegno dei Lummi come di tanti altri abitanti del nordest della costa pacifica degli Stati Uniti ha permesso in quattro anni di bloccare ben cinque su sei progetti per la costruzione di terminali per l’esportazione del carbone. Attivo rimane solo quello per il Millennium bulk terminal.

La diga di Baram nel Sarawak non si farà, Malesia

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Contro la diga di Baram © Mohd Rasfan/AFP/Getty Images

Un’altra diga bloccata. Un’altra battaglia durata anni ma vinta grazie alla tenacia di un popolo. Gli indigeni della regione di Baram, nello stato di Sarawak nel Borneo malese, si sono opposti alla costruzione della diga di Baram sull’omonimo fiume per due anni. Nel 2013 il governo del Sarawak li ha privati del loro diritto alla terra, e, in risposta, in centinaia hanno organizzato un’ostruzione del territorio destinato alla diga durata ben due anni.

Un’azione così efficace – nonostante i tentativi anche violenti del governo di contrastarla – che il progetto non è potuto proseguire. Costringendo le autorità a rinunciare alla diga e il 23 marzo a revocare l’ordine che privava il popolo di Baram della titolarità delle loro terre ancestrali.

L’ecocidio del produttore di olio di palma, Guatemala

Una corte d’appello in Guatemala ha confermato la condanna per ecocidio nei confronti dell’azienda spagnola-africana produttrice di olio di palma, la Empresa reforestadora de palma de Petén Sa (Respa), a gennaio. Grazie alla denuncia fatta dalla Commissione per la difesa della vita e della natura, in cui figura fortemente la partecipazione di comunità indigene, è stato provato che le attività dell’impresa lungo il fiume La Pasión hanno causato la moria di milioni di pesci e di altri animali, e danni enormi subiti da decine di migliaia di guatemaltechi.

Rigoberto Lima Choc, professore indigena e difensore dei diritti umani, era stato il primo a documentare il danno socio-ambientale causato da Respa. È stato assassinato il 18 settembre 2015 fuori dal tribunale dopo che un giudice aveva ordinato al produttore di olio di palma di sospendere le sue attività. Si pensa che dietro alla sua uccisione ci sia la lobby del “big palma”, come anche al rapimento di tre attivisti della Commissione, poi rilasciati. Ancora una volta si conferma il coraggio degli attivisti indigeni e per l’ambiente anche di fronte alla violenza di chi vuole privarli dei loro diritti.

Agricoltori Ogoni potranno denunciare la Shell, Nigeria

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Terra contaminata dal petrolio in Ogoniland, Nigeria © Markus Matzel/Getty Images

In risposta alla denuncia fatta da quattro agricoltori della tribù Ogoni una corte olandese ha stabilito che il gigante petrolifero Royal Dutch Shell potrà essere ritenuto responsabile per i danni causati dall’estrazione di petrolio nel Delta del Niger a partire dagli anni Cinquanta. La sentenza, emessa il 18 dicembre 2015, ribalta la decisione presa nel 2013 a favore della Shell, aprendo la strada agli Ogoni a denunciare il colosso anglo-olandese.

Ci è voluto il coraggio di alcuni membri del suo popolo che per più di sette anni si sono battuti contro una delle aziende più potenti del mondo per sperare nella giustizia, commenta Geert Ritsema della divisione olandese di Friends of the earth. Alali Efanga, uno degli agricoltori Ogoni che ha denunciato la Shell, spera che la multinazionale “possa ripristinare il terreno attorno al mio villaggio in modo che io possa tornare a coltivare e a pescare”.

I Wampis creano il primo governo indigeno autonomo, Perù

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Nell’Amazzonia peruviana © Wolfgang Kaehler/LightRocket via Getty Images

La tribù di Wampis nell’Amazzonia peruviana ha stabilito il primo governo indigeno autonomo della nazione il 29 novembre 2015. Un territorio di 1.3 milioni di ettari creato per difendere lo stile di vita tradizionale di 100 comunità Wampis, in cui vivono oltre 10mila persone. Nel nome della sostenibilità e per tutelare una terra minacciata dalle incursioni dell’industria estrattiva, dei taglialegna illegali e delle piantagioni di palma da olio. Un governo con un suo parlamento eletto e con uno statuto che, oltre a richiedere che le autorità nazionali rispettino l’autonomia dei popoli indigeni, sancisce anche l’uguaglianza di genere.

La nazione Wampis non vuole indipendenza dal governo peruviano. L’obiettivo invece è “che questa unità ci dia la forza politica per spiegare al mondo, ai governi e alle aziende la nostra visione. Loro vedono solo oro e petrolio nei nostri fiumi e nelle nostre foreste. Troppo spesso ci vedono come piccoli insetti da schiacciare”, secondo il Waimaku (visionario Wampis) Andres Noningo Sesen.

Gli apicoltori Maya sfidano la Monsanto, Messico

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Celebrazione Maya nello Yucatán, in Messico © Francisco Martin/Reuters

Apicoltori Maya, un’organizzazione che unisce più di 15mila famiglie Maya produttrici di miele, ha costretto la Monsanto a dover consultarsi con loro per poter piantare 250mila ettari di soia geneticamente modificata nella penisola dello Yucatán, nel sud del Messico. L’organizzazione si è appellata a una corte perché l’utilizzo dell’erbicida glifosato in queste piantagioni minaccerebbe la loro salute e le loro attività economiche: la quale a novembre 2015 gli ha dato ragione.

La corte ha confermato quando previsto dalla costituzione messicana, secondo cui progetti di investimento e di sviluppo economico non possono procedere senza che vengano consultate le comunità indigene interessate. Nonostante la vittoria degli Apicoltori Maya, la battaglia per la difesa del territorio contro le multinazionali dell’agrochimica continua, in particolare riguardo a un divieto nazionale della vendita di semi di mais ogm.

Yaigojé Apaporis diventa parco nazionale, Colombia

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Nel parco nazionale di Yaigojé Apaporis © Jose Miguel Gomez/Reuters

Yaigojé Apaporis è una riserva indigena nella regione colombiana di Amazonas, nel sud del Paese. Adesso l’area è anche riconosciuta come parco nazionale, che impedisce a multinazionali come la canadese Cosigo Resources di condurre attività minerarie nella regione. Nel 2009 all’azienda era stata concessa una licenza per l’estrazione di oro a Yuisi, una delle aree considerate più sacre dalle popolazioni indigene della zona.

La legge colombiana prevede che il suolo di una riserva indigena sia proprietà collettiva dei suoi abitanti nativi. Ma il sottosuolo è considerato proprietà dello stato, lasciando le sue risorse vulnerabili allo sfruttamento. Sei anni fa la Cosigo è andata a bussare dai capi tribù della zona, offrendogli soldi per la loro terra. Al loro rifiuto è seguita una battaglia legale durata cinque anni, culminata nella decisione della Corte costituzionale colombiana, presa nell’ottobre del 2015, di dichiarare Yaigojé Apaporis parco nazionale e revocare la licenza concessa alla Cosigo. A dimostrazione che le vittorie indigene non vengono facili, ma che vale la pena continuare a lottare.

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