Investimenti sostenibili

Wall Street, la statua di questa bambina lancia un monito al mondo della finanza

Il celebre toro infuriato di Wall Street, alla vigilia dell’8 marzo, si è trovato di fronte una bambina coraggiosa che lo guardava con aria di sfida.

Lo sguardo fiero, i capelli legati in una coda di cavallo, le mani salde sui fianchi. La bambina raffigurata in questa statua è molto più piccola e gracile rispetto al celebre toro di Wall Street, ma il suo atteggiamento è di aperta sfida. E, alla vigilia dell’8 marzo, mette il mondo della finanza di fronte a una realtà inequivocabile.

Da dove arriva la statua della bambina ribelle a Wall Street

Nella mattinata di martedì 7 marzo, vigilia della festa delle donne, lavoratori e turisti che passavano a Wall Street si sono trovati di fronte a un’inaspettata novità. Di fronte al celebre toro era comparsa questa nuova scultura in bronzo, opera dell’artista Kristen Visbal, che raffigura una bambina ribelle. Secondo le prime testimonianze raccolte da Business Insider, l’installazione dovrebbe restare per almeno un mese.

La finanza non deve più essere solo al maschile

La trovata è di State Street Global Advisors, il terzo più grande asset manager del mondo, che gestisce complessivamente quasi 2.500 miliardi di dollari. E comunica un messaggio chiaro: le aziende devono dare più spazio alle donne, anche e soprattutto nei loro consigli di amministrazione. Una richiesta che State Street ribadisce in una lettera inviata a 3.500 aziende tra Usa, Regno Unito e Australia, minacciando anche di mettere i bastoni tra le ruote in assemblea a quei cda che non si impegneranno a includere un maggior numero di donne. “Non voteremo in automatico contro le aziende, ma vogliamo assicurarci del fatto che stiano adottando misure concrete e tangibili”, ha dichiarato a Business Insider Lori Heinel, vice responsabile degli investimenti di State Street.

Perché alle aziende conviene nominare manager donna

La provocazione va a toccare un nervo scoperto. Se consideriamo le aziende che appartengono al Russell 3000 (l’indice delle tremila società quotate negli Usa con la maggiore capitalizzazione di mercato), scopriamo che in un consiglio di amministrazione su quattro non siede nemmeno una donna. E nel 60 per cento dei cda – dicono le ricerche citate da State Street – la quota femminile non supera il 15 per cento.

L’establishment, per giunta, non sembra preoccuparsene. Più della metà degli 884 dirigenti di grandi aziende interpellati da PwC  ritiene che la percentuale femminile ideale, all’interno di un consiglio di amministrazione, sia inferiore al 40 per cento. Le analisi, però, dicono qualcosa di molto diverso. Dicono che un’azienda che garantisce la parità di genere tendenzialmente ha performance di mercato migliori rispetto a un’azienda prettamente al maschile.

Impegnarsi per la parità di genere, dunque, non è solo una questione di equità e responsabilità sociale: è anche una questione di business. E i giganti di Wall Street, quelli che tengono le redini dell’economia globale, farebbero bene a riconoscerlo. Magari, chissà, anche grazie allo sguardo di sfida di questa bambina.

 

Foto in apertura: Drew Angerer/Getty Images
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