L’architettura come multidisciplina

L'architettura deve sposare la biologia, la fisica, la medicina, l'economia, l'urbanistica e tutti gli altri campi del sapere.

Se ci apriamo una visione di “sacralità della vita” possiamo allargare i nostri orizzonti e cogliere la vastità e la complessità del mondo che ci circonda. A partire da questa visione olistica della realtà diventa possibile far collaborare tra loro tutte le diverse scienze per elaborare modi sempre migliori di “essere” e di abitare su questa Terra.

Già agli inizi degli anni ’60, uomini di grande sensibilità hanno proposto esperienze in cui si riformulava il modo di vivere e di comunicare con gli altri, diventando così esperienze culturali utili ad una rilettura del modo di abitare. Possiamo ricordare “Dropo City”, la “Lindisfarme”, “Arcosanti”, il “New Alchemy Institute”, le esperienze di “Gaia”, di “Findhorn”, di “Auroville” e, andando ancora più indietro, la comunità di “Monte Verità”: alla loro base una nuova concezione di una Terra, non più considerata come un luogo inanimato, ma piuttosto come un essere colmo di vita, di vibrazioni, di energia.

Lo scienziato inglese James Lovelock, ricercatore, chimico ed inventore, alla fine degli anni sessanta formulò una nuova ipotesi sullo sviluppo della vita, l’Ipotesi Gaia (dal nome dell’antica Dea greca della Terra) in cui descrisse il nostro pianeta come un superorganismo in grado di creare attivamente le condizioni più favorevoli al perpetuarsi della vita, nel quale l’uomo era un ‘incidente’ non significativo. E la comunità scientifica ne restò, a dir poco, perplessa! Oggi, dopo più di trent’anni, questa rivoluzionaria ipotesi è accolta dagli scienziati con attento interesse e la quantità di libri, di articoli e di conferenze e convegni in cui viene trattata, fanno pensare che “Gaia” stia diventando il nuovo paradigma per lo studio delle scienze della vita.

Durante un’intervista su come era arrivato a formulare quest’Ipotesi, Lovelock disse: “Quando stavo facendo ricerche su Marte, mi resi conto che la prima cosa che si poteva studiare, guardando il pianeta dall’esterno, era la sua atmosfera, per confrontarla con quella della Terra. Mentre l’atmosfera di Marte è vicina all’equilibrio, l’atmosfera della Terra, un pianeta su cui è presente la vita, è molto lontana dall’equilibrio. In essa sono presenti gas incompatibili fra loro, come l’ossigeno e il metano, in una percentuale che viola le leggi della chimica. Ho cominciato a credere che tutto il complesso della materia vivente sulla Terra, dalle balene, alle piante o ai virus, fosse un’unica entità capace di manipolare l’ambiente allo scopo di soddisfare i propri bisogni.”

Questo fa tornare alla mente anche l’”Essere vivente Terra” di cui parlò il geologo James Hutton, durante il suo intervento alla Royal Society di Edimburgo, nel lontano 1785, in questi termini: “La Terra è un superorganismo che deve essere studiato con i metodi della fisiologia.” Si passa, quindi, da un principio di “evoluzione di adattamento della vita all’ambiente” a un’idea di “coevoluzione di sistema dell’ambiente”.

Gigi Capriolo

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