Non solo kintsugi, il meglio della sostenibilità nell’artigianato giapponese

Riutilizzo, durabilità e bellezza sono gli ingredienti che rendono sostenibili queste forme di artigianato giapponese, in cui materiali come ceramica, legno, carta e stoffa diventano preziosi perché lavorati con cura e rispetto.

L’artigianato giapponese, come in altre parti del mondo, è stato vittima dell’accelerarsi della produzione industriale di massa nella seconda metà del Novecento, il motore che ha consentito al paese di risollevarsi dopo la devastazione della Seconda guerra mondiale e diventare una delle principali economie globali. Oggi le nuove tecnologie e una maggiore sensibilità verso gli impatti socio-ambientali di un modello economico troppo vorace stanno contribuendo a una rinascita dell’artigianato in tutto il mondo, anche in forme che combinano il fare manuale con le tecnologie digitali.

Nonostante il ruolo sempre più importante dell’innovazione, nessun artigiano può essere considerato tale senza avere dedicato molte ore di lavoro alla sua arte: ne servono 60mila per diventare un takumi, ovvero un maestro artigiano giapponese, come evidenzia un documentario dedicato a questi personaggi straordinari. Senza la fatica non si possono conoscere a fondo le tecniche tradizionali di cui questo paese è ricco. Lavorazioni con un approccio equilibrato alle risorse e volte a creare oggetti unici che durano nel tempo (e quindi non devono essere sostituiti continuamente): forme di artigianato a basso impatto spesso nate in tempi in cui la parola sostenibilità non aveva ancora il significato che gli attribuiamo oggi.

Nel kintsugi non si butta via niente

L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite.Stefano Carnazzi su LifeGate

Si è rotta una tazza da tè. Così inizia la storia del kintsugi, le cui origini sono ancora misteriose. Si pensa che lo shogun Ashikaga Yoshimasa, che governò il Giappone alla fine del Quindicesimo secolo, decise di mandare a riparare la sua tazza preferita in Cina. Deluso dal lavoro degli artigiani d’oltremare che avevano usato legature metalliche per rimettere insieme i cocci, chiese alle controparti locali di rimediare, le quali decisero di riempire le spaccature con lacca e polvere d’oro. Così rinacque la tazza e con essa il kintsugi.

Conosciuto anche come kintsukuroi, il nome di questa tecnica unisce le parole kin, cioè oro, e tsugi, riunire o riparare. Come nella storia dello shogun, prevede la ricostruzione di ceramiche rotte usando metalli preziosi come oro e argento e la lacca tradizionale urushi. È una delle massime espressioni artistiche del wabi-sabi, principio buddista zen che celebra la semplicità, l’imperfezione e l’incompletezza e secondo cui le cicatrici sono qualcosa di prezioso da risaltare. Una filosofia rispecchiata anche nella campagna The unbreakable, i cui protagonisti hanno saputo trasformare grandi sfide in opportunità di superamento dei limiti: dimostrazioni di resilienza che richiamo proprio i principi del kinstugi, in cui le crepe non vengono nascoste ma valorizzate.

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L’esterno del padiglione del Giappone a Expo Milano 2015 è stato costruito fondendo tecniche tradizionali e moderne di costruzione con il legno © Stefano Merli/Flickr

Lo tsugite, l’incontro tra l’architettura di ieri e di oggi

È da oltre un millennio che i santuari di naikū e gekū del complesso di Ise, uno dei luoghi più sacri dello shintoismo, vengono ricostruiti ogni vent’anni. Questo non sarebbe possibile senza i miyadaiku, maestri di falegnameria specializzati in edifici tradizionali come i templi, tra i protagonisti del documentario Takumi. A Ise nella zona dei santuari non sono permessi utensili elettrici e gli artigiani utilizzano tecniche antiche di lavorazione del legno come lo tsugite.

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Il museo di Prostho a opera dell’architetto Kengo Kuma si trova a Kasugai, in Giappone © Maurizio Mucciola/Flickr

Questo metodo consente di costruire intere strutture come se fossero giganti puzzle, incastrando pezzi di legno (non a caso, anche questo termine deriva dalla parola tsugi). Comune tra il Dodicesimo e il Diciannovesimo secolo, oggi lo è sempre meno per via delle normative antisismiche. Progettisti giapponesi come Kengo Kuma, uno dei massimi esponenti dell’architettura sostenibile, stanno però dando nuova vita a questa tecnica sia per il suo valore estetico che il basso impatto ambientale: l’assenza di chiodi, colle e saldature permette di riutilizzare più facilmente il legno e rende le strutture biodegradabili. Il museo di Prostho e quello di Yusuhara in Giappone, e l’opera Kodama ad Arte Sella in Italia sono solo alcuni esempi del genio di Kuma nel tradurre l’architettura tradizionale giapponese in edifici all’avanguardia. 

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Ogni borsa realizzata a mano usando vecchi giornali è un pezzo unico © Shimanto shimbun

Shimanto shimbun, origami sostenibile alla portata di tutti

Mottainai è un termine giapponese che esprime rammarico per una cosa sprecata. Oltre all’antica arte del kintsugi, un’espressione contemporanea di questo concetto vede la creazione di oggetti di uso quotidiano come borse piegando vecchi giornali, o shimbun. Questa forma di origami pensata per favorire il riuso di materiali di scarto è nata da un’idea dell’azienda Shimanto drama, rivenditore di prodotti della zona del fiume Shimanto nella prefettura di Kochi, che dopo avere cominciato a usare la carta da giornale per confezionare i propri prodotti quasi vent’anni fa ha iniziato “a creare borse adattando tecniche di origami con la destrezza che contraddistingue noi giapponesi”, spiega il presidente Risho Azechi.

Da lì è nato il progetto Shimanto shimbun. Non si tratta solo di produrre e vendere le borse anche a clienti prestigiosi come il museo d’arte di Boston, negli Stati Uniti, ma “dal 2009 abbiamo iniziato a formare gli insegnanti che contribuiscono a diffondere la tecnica”, racconta Azechi. I 250 istruttori certificati in tutto il Giappone sono gli ambasciatori di questa forma di artigianato nata per combattere il consumo di materiali usa e getta nel secondo paese al mondo per consumo di imballaggi di plastica pro capite. Inoltre, parte dei proventi dei corsi e della vendita delle borse sono destinati alla conservazione delle foreste lungo il fiume Shimanto, considerato uno degli ultimi corsa d’acqua puliti del Giappone.

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I tessuti giapponesi in stile boro sono diventati oggetti da museo © NelC/Flickr

Lo stile boro e l’artigianato giapponese contadino

Nell’Ottocento e a inizio Novecento il cotone era un materiale poco diffuso nelle campagne giapponesi. Quando i kimono o le lenzuola dei futon diventavano consumati o si rompevano questi materiali di scarto venivano cuciti insieme per creare tessuti nello stile boro, usati per capi di abbigliamento e altri oggetti di uso quotidiano. Impreziosite con ricami tradizionali sashiko, le stoffe venivano tramandate di generazione in generazione, e con il passare del tempo mutavano con l’aggiunta di pezzi nuovi presi da vecchi tessuti anche in canapa, materiale utilizzato nei capi invernali.

I tessuti boro non erano creazioni di alto artigianato ma permettevano ai contadini di valorizzare le scarse risorse a disposizione. Lo stile diventò sempre meno popolare con l’industrializzazione della produzione tessile nel secondo dopoguerra, periodo in cui venne abbandonato anche perché rappresentava un cimelio di un passato di povertà. Paradossalmente, al giorno d’oggi gli antichi capi sono invece considerati così preziosi da essere esposti in musei come l’Amuse di Tokyo e la galleria Sri a New York. E con la ricerca più urgente che mai di modelli di moda sostenibile, la tecnica è rinata grazie a marchi giapponesi contemporanei come Kapital e Visvim.

Questi tessuti offrono uno sguardo sulla vita nel Giappone preindustriale. Venivano creati per uso quotidiano e quindi rattoppati con una logica funzionale e non decorativa. Il fatto che l’estetica finale sia il prodotto di un processo casuale e arbitrario è qualcosa di profondo e molto moderno. Stephen Szczepanek, proprietario della galleria Sri
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