Popoli indigeni

India, gli aborigeni Adivasi sfrattati perché contrari alla centrale a carbone di Adani

I racconti degli aborigeni indiani Adivasi: “Ci hanno cacciato con la forza. Combatteremo ovunque, dalla corte suprema alla corte dell’aldilà”.

Lo scheletro della centrale a carbone della compagnia Adani svetta incontrastato sulle terre del Godda, nello stato indiano di Jharkhand. Finora le proteste degli aborigeni Adivasi, al confronto così fragili e così umani, non sono valse a nulla: tra il 2016 e il 2018 sono stati sfrattati dalle proprie terre. Perché è lì che l’impresa indiana ha deciso di costruire un impianto da 1.496 megawatt (MW) e di trasportare l’elettricità fino in Bangladesh. E ha fretta: l’accordo con l’agenzia governativa Bangladesh power development board è stato chiuso nel 2015.

centrale Godda Adani
Alle spalle di alcuni indigeni lo scheletro della centrale Godda di Adani © Geoff Law

La denuncia parte dal blog Adani Watch della ong ambientalista australiana Bob Brown Foundation, da tempo sulle orme di Adani. Le dichiarazioni rese dagli indigeni agli appartenenti della ong aiutano a ricostruire gli ultimi anni della vicenda.

Gli indigeni del Godda contro la centrale di Adani

È nel 2016 che gli adivasi sentono parlare per la prima volta del progetto e da subito avvertono una minaccia alla propria sopravvivenza. Lo stesso anno il governo, per conto dell’azienda, inizia il percorso di acquisizione delle terre. I movimenti di protesta partono: “La polizia ci ha caricato con i bastoni. Molti di noi sono stati picchiati”, spiega Suryanarayan Hembrom.

centrale Adani Godda
Al centro della foto Suryanarayan Hembrom. © Geoff Law

Il 16 dicembre dello stesso anno, racconta Suryanarayan, l’azienda ottiene il consenso di tre quarti dei proprietari terrieri durante una riunione. Ad accedere solo alcuni stranieri, arruolati dall’impresa, ai quali è stata data una tessera verde, senza firma o timbro ufficiali. Restano fuori gli aborigeni del Godda che non vogliono la centrale di Adani. In mano hanno una tessera rossa.

Le proteste locali non vengono ascoltate

Trascorrono alcuni mesi, il meccanismo è lo stesso. I funzionari del governo organizzano una riunione per ottenere il consenso sull’impatto ambientale dell’opera e fanno accedere solo chi indossa un turbante bianco. Inutile anche l’intervento di Pradeep Yadav, un membro del parlamento che guida la protesta contro l’espropriazione delle terre. Quando gli indigeni riescono a entrare “i funzionari dicono che hanno ottenuto il consenso”, prosegue Suryanarayan. Il 31 agosto 2017 il ministero dell’Ambiente rilascia il nullaosta ufficiale, senza tenere conto delle proteste locali.

Gli abitanti del villaggio non si arrendono. Fino all’ultimo Manager Hembrom ha cercato di proteggere la sua terra e il cimitero che ospitava. Tutto è andato distrutto e per la legge indiana Scheduled castes and scheduled tribes la profanazione di tombe è un’atrocità. Il padre di Balesh Pandey, uno degli oppositori, è stato fatto figurare morto così da non dover rilasciare alcuna autorizzazione. Non sono poche le persone trascinate via con la forza, come si vede nei video pubblicati su Youtube.

Nell’aprile del 2018 45 indigeni e Pradeep Yadav indicono uno sciopero della fame. Dopo circa 20 giorni Yadav viene arrestato, il gruppo rimane senza guida e nell’agosto dello stesso anno i funzionari governativi aiutati dalle forze dell’ordine occupano altre porzioni di terra.

aborigeni Godda
La vita nel villaggio continua con difficoltà anche per gli effetti sull’acqua provocati dalla costruzione della centrale. © Geoff Law

L’acqua rossa e il carbone dall’Australia

A preoccupare gli aborigeni del Godda rimasti a protestare contro la costruzione della centrale di Adani è anche il rosso dell’acqua nei pozzi. Il colore indica che le falde acquifere si stanno prosciugando, con conseguenze che rischiano di essere devastanti per l’equilibrio ecosistemico dell’area.

Senza contare che l’impianto sarà alimentato con le risorse prelevate dal bacino carbonifero Carmichael del Galilee Basin, nel Queensland australiano. Già nel 2013 Greenpeace Italia l’ha definito una delle più pericolose “bombe climatiche” esistenti. Lo scorso anno alcuni attivisti climatici del gruppo Frontline action on coal hanno protestato contro la realizzazione della miniera di carbone bloccando un tratto della ferrovia che la collega con il porto di Abbot Point. Quattro giornalisti francesi che stavano filmando la protesta sono stati arrestati e rilasciati con il divieto di avvicinamento di oltre 20 chilometri.

Aborigeni Adivasi: “Continueremo a combattere fino alla corte dell’aldilà”

Sedici abitanti del villaggio continuano la loro battaglia contro il gigante. Hanno chiesto all’Alta corte di Jharkhand di annullare la confisca delle terre. Altri hanno fatto appello al ministero dell’Ambiente perché annulli l’approvazione alla costruzione della centrale. L’azienda tira dritto e dichiara di aver rispettato la volontà delle popolazioni indigene, forte del proprio slogan “crescita con benessere”.

I protettori della terra sono determinati: “Continueremo a combattere”, afferma Suryanaryan, “dalla corte distrettuale alla corte suprema alla corte dell’aldilà”. Intanto la pandemia da Covid-19 ci mette lo zampino, ferma il cantiere e rallenta i lavori.

Articoli correlati