Approvata nel 2022, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) è stata poi semplificata attraverso il pacchetto Omnibus.
Il 90 per cento del consumo di acqua legato a un prodotto si genera all’inizio delle filiere. Fasi che non tutte le aziende sanno monitorare
Sappiamo bene che l’acqua è una risorsa limitata. Dei 1.400 milioni di miliardi di metri cubi di acqua presenti sul nostro Pianeta, solo il 2,5 per cento è dolce; e, di questo, più del 99 per cento è inaccessibile all’uomo perché sotto forma di ghiaccio o troppo in profondità. Per dissetarci, e per qualsiasi attività economica, possiamo fare affidamento solo su laghi, dighe, invasi e falde acquifere di superficie. Ma il 70 per cento degli acquiferi principali mostra un declino di lungo periodo e il 40 per cento dell’acqua per l’irrigazione è prelevata da acquiferi in progressivo esaurimento. Anche l’acqua, dunque, diventa una variabile che le aziende devono incorporare nelle proprie decisioni, coinvolgendo le proprie filiere. Ma questa consapevolezza è ancora in parte da costruire.
Anche l’Italia vive in prima persona il problema della pressione sulle risorse idriche. L’Istat riferisce che nel 2022 1.492 enti hanno prelevato per uso potabile 9,14 miliardi di metri cubi d’acqua, per una media di 424 litri al giorno per abitante. In questo conteggio ricade sia l’acqua che esce dai rubinetti delle case sia quella usata da piccole imprese, alberghi, servizi, negozi, strutture pubbliche come scuole e ospedali, attività agricole e industriali collegate direttamente alla rete pubblica.
Da oltre vent’anni il nostro Paese è il primo nell’Unione europea per quantità (in valore assoluto) di acqua dolce prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali e sotterranei. A questo record negativo contribuisce il fatto che una quota molto rilevante dell’acqua immessa in rete, ben il 42,4%, vada persa nella fase di distribuzione. Si tratta di 3,4 miliardi di metri cubi all’anno: abbastanza per soddisfare le esigenze idriche dei tre quarti della popolazione italiana.
Alla dimensione dei prelievi diretti si aggiunge quella della water footprint che include anche l’acqua “incorporata” nelle filiere, cioè quella utilizzata lungo tutte le fasi di produzione di beni e servizi, spesso fuori dai confini nazionali. Sotto questo profilo l’Italia è il Paese più idrovoro d’Europa, con circa 130 miliardi di metri cubi consumati all’anno contro una media di appena 30 miliardi di mc/anno per l’Europa (UE27 + Regno Unito); è quanto emerge dal Libro Bianco Valore Acqua 2026, pubblicato da Teha il 18 marzo.
Il fatto che l’acqua sia una risorsa limitata è un fattore di vulnerabilità per le imprese. Non solo per il fabbisogno idrico diretto dei processi produttivi ma per la struttura stessa delle filiere globali, che distribuiscono il rischio lungo catene del valore spesso opache e difficili da controllare.
Il quadro più aggiornato arriva da un report pubblicato da CDP, sulla base del questionario annuale sulla water security sottoposto nel 2023 a 3.163 grandi aziende con ricavi superiori a 250 milioni di euro/dollari, su richiesta degli investitori. Di queste 3.163 imprese, 623 hanno dichiarato rischi idrici rilevanti lungo la propria catena di fornitura, per un impatto potenziale complessivo pari a 77 miliardi di dollari. In media, significa circa 124 milioni di dollari per azienda. Di questi, quasi 7 miliardi sono considerati a rischio immediato, legati a eventi già in corso come siccità, alluvioni o problemi di qualità dell’acqua.
Il report evidenzia inoltre come i rischi non siano solo fisici, ma anche regolatori, reputazionali e di mercato. Restrizioni all’uso dell’acqua, aumento dei costi, conflitti con le comunità locali o danni ambientali possono tradursi in perdita di valore, interruzioni operative e impatti sulla reputazione dei brand. La distribuzione di questi rischi varia da settore a settore ma il loro peso economico è già oggi significativo, come mostrano le stime aggregate sugli impatti finanziari.
Il nodo principale è che il rischio si concentra fuori dal perimetro aziendale. Secondo CDP, le fasi iniziali della catena del valore possono arrivare a rappresentare fino al 90 per cento dell’uso complessivo di acqua associato a un prodotto. Questo significa che la vulnerabilità non dipende tanto dai consumi diretti, quanto da dove sono i fornitori e da quali pratiche adottano.
Non a caso, 1.542 aziende – la metà di quelle interpellate – ha dichiarato di coinvolgere la propria filiera nella gestione dei rischi idrici, ad esempio introducendo requisiti legati all’acqua nei contratti, raccogliendo dati, avviando attività di sensibilizzazione sul tema e collaborazioni per sviluppare soluzioni innovative.
Uno sforzo che viene ripagato: le aziende che includono i fornitori nelle proprie analisi di rischio hanno una probabilità sette volte maggiore di identificare criticità legate all’acqua. La consapevolezza, però, è ancora in parte da costruire. Lo dimostra il fatto che 894 aziende, pari al 28% del campione, non coinvolgono la propria filiera nella gestione dei rischi idrici e non prevedono di farlo nei prossimi due anni.
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