All the invisible children. Nuovo film di Spike Lee

Il film, diretto a più mani, mostra bambini da ogni parte del mondo. Con una caratteristica: il trovarsi a crescere troppo presto.

Il trovarsi di fronte a situazioni che vanno a minare la
loro fiducia, la loro limpidezza. Troppe nubi vanno ad adombrare il
loro essere!

La povertà, la guerra, l’emarginazione: questi sono,
forse, i temi più toccanti dalle varie “direzioni”. Anche
molto diverse tra loro, ma tutte incentrate su queste tematiche.
Diffuse in ogni parte del mondo.

Infatti, pur provenendo da universi molto differenti, da culture
spesso antitetiche, che possono stridere, quello che va a legare
queste storie è al di là di quanto appare
semplicemente nelle immagini. Si scava in quella umanità, in
quell’essenza che caratterizza l’essere umano, ovunque si trovi.
Anche parlando lingue differenti, infatti, tutti i personaggi si
scoprono parlare un’unica lingua, comunicare con le stesse parole
storie di disagi, di vite al limite dell’immaginabile, di
situazioni che appaiono irreali.

Si cerca quel denominatore comune, che viene spesso a collegare
ogni cosa, ogni momento. Quasi come, seppur in episodi diversi, non
ci fossero stacchi, ed ogni protagonista passasse il testimone ad
un altro, gli donasse, in qualche maniera, la propria storia, il
proprio bagaglio di incredibile sofferenza. Forse, per cercare
insieme una via diversa, una via verso la speranza.

Contrasti, anche incredibili, in storie descritte in modo e con
linguaggio al limite del delirio. È il caso, ad esempio,
della storia di Spike Lee. Una bambina bianca, sudamericana,
affetta da Aids. Per questo perseguitata dai compagni, qui di
colore. La sua famiglia anch’essa composta da genitori
sieropositivi. Una situazione che ha dell’irreale. Descritta in
modo crudo, quasi una guerra esistenziale, che ha sullo sfondo il
dramma della malattia, ma anche l’apertura a sognare qualcosa di
diverso. Sullo sfondo un razzismo opposto a quello abituale (del
nero per il bianco), che suona quasi grottesco, ed enfatizza ancor
più il dramma di Blanca.

Una guerra nella società, per così dire, che ha
come interfaccia una guerra reale, nel Burkina Faso. Ed i bambini,
ancor prima di scoprire la vita, sono di fronte alla morte, che li
sommerge in ogni istante. Tutto descritto con una freddezza carica
di tensione, con silenzi carichi di suoni tristi di morte. E con
una bomba che, forse, non viene innescata.

Non mancano i suoni accattivanti e caldi: Kusturica fonde il suo
racconto con i ritmi coinvolgenti della musica zingara. Una sorta
di blues dai toni caldi e a tratti orientaleggianti, suadenti e a
tratti estatici, per descrivere, però, la tristezza ed il
dramma di bambini costretti a rubare. Qui, la musica assume un
carattere di ironia, molto amara, e pervade con i suoi toni tutto
il racconto. Anche episodi di umorismo (le cadute speculari dei
personaggi) sono sempre l’interfaccia alla tristezza ed alla
disperazione.

Si vola poi in Brasile, tra “cartoneros”: bambini che vivono
rivendendo lattine e cartoni raccolti per le strade. Emarginazione,
contrasti: i grattacieli commerciali, con la sigla dell'”Hilton” in
evidenza, accostati a baracche: ricchezza e opulenza del mondo del
business avvicinati alla povertà ed al dramma di coloro i
quali sono costretti a vivere ai margini della società, che
sembra sommergerli con il suo fiume di indifferenza. E, forse, i
grattacieli del commercio e la miseria sono due facce della stessa
medaglia.

“Passando” per Napoli, con la storia di Ciro, bambino costretto
a rubare per vivere, si arriva in Giappone. Il sol Levante, simbolo
di prosperità, rivela qui un’altra faccia, inaspettata.
Fatta di miseria e sfruttamento, di bambini senza casa e uomini
pronti a sfruttarne i servizi lavorativi. Una povertà
legata, come da un filo sottile, ad una ricchezza fatta,
però, di incomprensione e chiusura alla vita. I due mondi
sembrano toccarsi, e guarirsi a vicenda.

Come se due similitudini “opposte” portassero, insieme, alla
risoluzione positiva.

Come se i due mondi, con i loro rispettivi candori
dell’infanzia, si parlassero da lontano, e poi, quasi per incanto,
si toccassero in un abbraccio carico di comprensione, anche se
senza parole.

Ma nel film si passa anche dall’altra parte. Ridley Scott ci
porta ad un fotografo di guerra. Che si interroga sul suo trarre
profitto dalla miseria altrui. E si rivede, quasi per incanto,
bambino. Ma non solo il bambino che era: si trova, forse con i suoi
compagni dell’infanzia, tra gli stessi bambini che lui fotografava,
a vivere le loro miserie. E nasce quasi una profonda
comprensione.

Il Jonathan che era si specchia in quello che è. Passato
e presente si toccano, si sfiorano, con un sorriso carico di
comprensione e di amore. Per riconciliarsi con sé stessi. E
forse ricominciare con spirito rinnovato.

Storie: alcune tra le tante. Che parlano di persone come noi, la
cui infanzia è, forse, stata mozzata. Ma che, nello stesso
tempo, vogliono esprimere il desiderio di qualcosa di nuovo, il non
chiudere con la vita, ma l’aprirsi ad una vita diversa, più
consapevole. Una vita che la protagonista dell’ultimo episodio di
Woo si appresta a vivere. E che, si spera, possa vivere qualsiasi
dei bambini raccontati, e dei bambini che soffrono nel Mondo.

Sergio
Ragaini

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