Alpaqueros, chi sono le custodi dell’oro delle Ande

Nelle regioni alto andine, gli alpaqueros allevano da secoli alpaca e camelidi esportando le loro fibre pregiate. Un equilibro antico che oggi rischia di spezzarsi, come raccontato nel documentario Le custodi dell’oro delle Ande.

Mentre il mondo corre incontro al progresso e le civiltà si trasformano, esistono luoghi dove le antiche tradizioni continuano a perdurare, traghettando nel muovo millennio culture antiche  che ancora oggi sembrano poter offrire alternative concrete a pratiche ad alto impatto ambientale. È il caso degli alpaqueros, gli allevatori e le allevatrici di alpaca e altri camelidi che, insieme al loro bestiame, sopravvivono ancora nelle regioni alto andine, tra il Perù e la Bolivia. Spinte sempre più in alto, dopo la conquista spagnola del XVI secolo che ha introdotto nuovi allevamenti a quote più basse e lasciato sempre meno spazio alle greggi di alpaca, oggi queste comunità vivono a circa 4mila metri di altitudine e rischiano di scomparire.

Un gregge di alpaca nelle regioni alto andine
Nelle regioni alto andine vivono camelidi come alpaca, vigogne, guanaco e lama © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

A fotografare e raccontare questa realtà, quasi cristallizzata nel tempo, è la regista Marcella Menozzi, con il documentario Le custodi dell’oro delle Ande, presentato nei giorni scorsi al Teatro dal Verme di Milano, nell’ambito dell’iniziativa Climate Space, una rassegna di cortometraggi d’autore provenienti da tutto il mondo per riflettere sulla crisi ambientale e mostrare le buone pratiche in atto per contrastarla. Storie scelte per informare e ispirare forme di cambiamento e di recupero di tradizioni capaci di rispondere in modo sostenibile alle esigenze moderne.

Climate Space, le tematiche dei corti presentati

Tra le tematiche affrontate dai film troviamo esempi di coabitazione rispettosa tra l’uomo e le altre specie, o di attività agricole praticate in modo responsabile, o ancora iniziative di salvaguardia e rigenerazione degli habitat naturali depredati dall’attività umana. In questo excursus è inserito anche il tema dell’allevamento. Un’attività cui oggi si tende a pensare spesso in chiave negativa, considerata tra le principali fonti di gas climalteranti, di inquinamento dell’aria e dell’acqua e di deforestazione. In questo scenario sconfortante la rassegna propone opere in grado di restituire nuovi spunti di lettura, con esempi di forme tradizionali d’allevamento con un  impatto ridottissimo sull’ambiente e persino in grado di aumentare la capacità del suolo di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera, migliorando il benessere animale.

Un viaggio nel tempo e nelle tradizioni antiche

Di questo filone, dedicato da Climate Space ad allevamento e sostenibilità, fa parte anche il documentario Le custodi dell’oro delle Ande, che ci mostra l’attività delle famiglie quechua e aymara che, da secoli, portano avanti il loro instancabile lavoro, vivendo in armonia con l’ambiente e fornendo al mercato internazionale i pregiati filati ricavati dalla lana dei loro animali e lavorati dalle donne con perizia artigiana. Girato tra il 2019 e il 2020, il documentario è stato prodotto dalle ong Progettomondo e Iscos Emilia Romagna nel contesto del progetto Tessendo la solidarietà, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, con l’obiettivo di portare avanti percorsi di formazione e sviluppo locale sostenibile e inclusivo di imprenditorialità sociale, valorizzando il lavoro degli allevatori e delle allevatrici e la loro identità culturale.

Innamorata di queste terre, la regista, racconta di aver aderito con entusiasmo al progetto fin da subito. “Avevo già avuto modo di assaporare la meraviglia delle Ande, ma scoprire queste comunità è stato come essere trasportati indietro di un secolo”, spiega Marcella Menozzi che ha trascorso quasi un mese tra gli alpaqueros. “Qui le persone vivono ancora senza elettricità e senza acqua corrente. Situazioni che noi abbiamo letto solo sui libri e che mi hanno ricordato i racconti di mia nonna”.

Le donne alpaqueros sono il fulcro della comunità e delle famiglie. Sono loro le “custodi dell’oro delle Ande” © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

Le donne alpaqueros, fulcro della comunità

Fulcro delle comunità degli alpaqueros sono le donne. A loro tocca la gestione della famiglia, il pascolo degli animali e il lavoro artigianale della lavorazione delle pregiate fibre di lana. “Se non è la donna ad amministrare l’economia domestica, la famiglia avrà dei problemi”, spiega Sixto Raul Flores Delgado, responsabile tecnico della Calpex (consorzio di associazioni e cooperative di produttori di fibra di camelidi sudamericani) intervistato nel documentario. “Sono le donne le custodi dell’oro delle Ande citato nel titolo”, spiega la regista che, seguendo alcune di loro, ci accompagna nella quotidianità e nella vita degli alpaqueros. Una vita fatta di sveglie all’alba e di giornate scandite dai ritmi richiesti dalla gestione degli alpaca e incorniciate dal magnifico paesaggio alto-andino.

Gli alpaca e le vigogne sono l’unica fonte di sostentamento per le famiglie di queste zone che vanno avanti tra molte difficoltà e spesso senza garanzie di assistenza sanitaria o sistemi pensionistici. “Diverse associazioni tentano di salvaguardare questo mestiere, incentivando tutele e assicurazioni”, spiega la regista che, dopo aver documentato la vita degli alpaqueros passa a raccontare l’unica altra risorsa alternativa all’allevamento, presente qui: le miniere d’oro, attive su queste montagne da prima della Conquista.

Giovanni Fernando Salamanca Cacéres
Giovanni Fernando Salamanca Cacéres, giovane supervisore ambientale di una cooperativa mineraria formale, intervistato nel documentario © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

I due volti delle miniere d’oro delle Ande

Lasciate le distese erbose e i colori vivaci dei costumi tradizionali delle allevatrici, il documentario ci accompagna nei luoghi aridi e brulli che circondando i giacimenti minerari. Qui gli uomini trascorrono mesi e anni lontani dalle famiglie per lavorare nelle miniere – cosiddette – formali (regolate da norme e protocolli), oppure in quelle informali: luoghi in cui “sia la natura che gli uomini perdono i loro diritti”, come si sente dire nel documentario. Tra queste c’è la Rinconada, miniera a oltre 5mila metri di altitudine, dove alla regista è bastato rimanere una giornata per poter affermare “se esiste l’inferno è quello, ma al freddo”. Con temperature che oscillano tra gli zero e i meno dieci gradi, i minatori vengono qui per lavorare alcuni mesi, vivendo in baracche di lamiera, alla mercé del gelo e dello sfruttamento. Condizioni già al centro di numerosi documentari di inchiesta e denuncia che in questo caso vengono solo inquadrate, ma non approfondite, come spiega la regista.

Un alpaca nero
Il pelo degli alpaca può essere di colore bianco, nero o color cannella e produce una morbida fibra pregiata utilizzata per realizzare indumenti fin dall’antichità © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

Oltre alla mancanza di rispetto dei diritti dei lavoratori, il documentario introduce anche un altro tema scottante: quello dell’impatto ambientale provocato dalle miniere stesse. Il motivo principale è legato agli sversamenti di liquami non trattati e carichi di mercurio e sostanze tossiche che, nel caso delle miniere informali, finiscono nei corsi d’acqua locali, che sono gli stessi a cui le mandrie di alpaca si abbeverano, ammalandosi a danno dell’attività degli alpaqueros. Diversa è invece la situazione nelle miniere formali, dove il rispetto delle norme e dell’ambiente viene maggiormente garantito, come testimoniato da Giovanni Fernando Salamanca Cacéres, giovane supervisore ambientale di una cooperativa mineraria formale che spiega: “Stiamo cercando di eliminare il mercurio, sostituendolo con altre tecnologie meno inquinanti”. Per lui scegliere di lavorare qui, lontano dalle comodità della città, impegnandosi nella salvaguardia di queste terre assume quasi “l’aspetto di una missione”, racconta la regista.

Le femmine di alpaca possono dare alla luce un cucciolo all’anno perché il loro periodo di gestazione è di 11 mesi © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

Una musica con tante sfumature

Oltre ad occuparsi del montaggio e delle riprese, la regista ha realizzato anche la musica per il film. Alle competenze di videomaker (di documentari e videoclip) Marcella Menozzi affianca, infatti, anche quelle di compositrice. “Quando faccio le riprese inizio già a elaborare la musica che le accompagnerà”, spiega la regista, raccontando quali emozioni abbia cercato di veicolare ne Le custodi dell’oro delle Ande. “Questi viaggi ti riempiono di aperture. Qui ho visto posti bellissimi e incontrato popolazioni ingenue e semplici. Persone consapevoli, ma senza la forza di reagire. E ho visto anche il marcio di chi se ne approfitta. Un contrasto di sensazioni che ho cercato di rendere, creando una musica con tante sfumature”.

Una gregge di alpaca
Gli alpaca producono una morbida fibra pregiata utilizzata per realizzare indumenti fin dall’antichità © Marcella Menozzi/Iscos Emilia Romagna

Un futuro più equo per tutelare un popolo e un’antica tradizione

A chiudere il documentario sono lo voci delle donne e degli uomini impegnati a dare un futuro più sicuro e a garantire condizioni eque agli alpaqueros e agli artigiani di queste terre, come il consorzio di allevatori peruviani Calpex, impegnato a raccogliere, lavorare le pregiate fibre di alpaca e vigogna, esportandole senza intermediari; o come la Aigacaa Coproca, associazione di allevatori di camelidi delle Ande boliviane, impegnata a tutelare sia il lavoro che il benessere animale.

Risposte concrete per salvaguardare un’attività che non è solo una fonte di sostentamento per queste popolazioni, ma anche l’espressione di una cultura e di una tradizione che, più di tutto il resto, rappresenta il vero “oro delle Ande”.

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