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Uno studio italiano rivela come un microbioma alterato anticipi il manifestarsi di malattie croniche. Gli scienziati sottolineano il potenziale di prevenzione e chiedono nuove norme per i cibi ultra-processati.
Il microbiota intestinale, l’insieme dei microorganismi che abitano il nostro intestino, è uno “specchio biologico”: attraverso le sue condizioni si potrebbero conoscere in anticipo le malattie croniche dell’organismo, molti anni prima che i sintomi si manifestino.
È quanto affermato da uno studio pubblicato su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology da tre generazioni di scienziati di Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, i professori Antonio Gasbarrini, Gianluca Ianiro e Giovanni Gasbarrini.
Quando vengono diagnosticati diabete, disturbi cardiovascolari o tumori, alcuni dei processi biologici che hanno causato la malattia potrebbero essere in corso da anni. Questo stato viene definito metainfiammazione ed è cronico, silenzioso, invisibile agli esami standard. “Le firme biologiche della metainfiammazione potrebbero essere rilevabili anni, o addirittura decenni, prima che la malattia si manifesti clinicamente”, spiega Antonio Gasbarrini, direttore scientifico in Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma e professore ordinario in Medicina interna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Questo apre prospettive concrete per una medicina realmente anticipatoria, preventiva e personalizzata. Non aspettiamo la malattia: la intercettiamo prima che arrivi».
Il microbiota intestinale, dunque, non è solo associato alle malattie croniche: le anticipa. “Ho visto nascere questa disciplina”, afferma Giovanni Gasbarrini, professore emerito di Medicina Interna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Quello che la scienza del microbiota sta rivelando oggi, ovvero che la salute è una proprietà dell’ecosistema, non solo dell’organismo, è la più profonda rivoluzione concettuale che abbia incontrato in sessant’anni di pratica clinica e di ricerca. Non è un’ipotesi: è la realtà biologica che aspettava di essere misurata”.
Come spiegano poi gli scienziati, tra le principali cause dell’alterazione del microbiota c’è il consumo di cibi ultra-processati che danneggiano la salute dell’organismo e dell’intestino non solo con la loro composizione nutrizionale, ma anche con il loro elevato contenuto di additivi come coloranti, conservanti, emulsionanti, dolcificanti. Per questo lo studio lancia un allarme su tali alimenti e chiede agli enti regolatori di rivedere le norme sulla presenza degli additivi nei cibi, alla luce delle più recenti scoperte sul microbiota che collegano il suo funzionamento al metabolismo, al sistema nervoso e immunitario.
“L’impatto degli additivi sul microbiota e sulla barriera intestinale non è un effetto collaterale trascurabile. È un meccanismo patogenetico primario“, spiega Gianluca Ianiro, dirigente medico di UOC CEMAD, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e ricercatore in Gastroenterologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Stiamo permettendo la ristrutturazione industriale del microbiota umano su scala di popolazione senza misurarne le conseguenze. Questo deve finire”.
“Chiediamo che la valutazione di sicurezza degli additivi alimentari includa valutazioni standardizzate sul microbiota. Chiediamo che vengano valutati gli effetti delle miscele di additivi in un contesto reale. E chiediamo di superare la separazione tra regolamentazione nutrizionale e sicurezza alimentare: non si può dichiarare sicuro un alimento guardando solo i macronutrienti e ignorando quello che fa all’ecosistema intestinale”, aggiunge Antonio Gasbarrini.
Le malattie croniche causano 43 milioni di morti ogni anno. Per prevenire questi decessi, secondo gli scienziati è urgente tradurre le conoscenze scientifiche sul microbiota in azioni concrete che coinvolgano tutti i soggetti interessati, dagli enti preposti alla sicurezza alimentare alle autorità di sanità pubblica e ai decisori politici. La ricerca propone una call to action in cinque pilastri:
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