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La produzione di gamberetti ecuadoriana destinata all’esportazione continua a crescere, ma l’ecosistema delle mangrovie ne paga il prezzo più alto.
In Ecuador gli allevamenti di gamberetti destinati all’esportazione stanno prendendo il posto delle mangrovie distruggendo la biodiversità e rendendo difficile il sostentamento delle popolazioni locali che in queste foreste, nel suolo fangoso che le caratterizza, pescano le conchas negras, molluschi commestibili dal sapore intenso. Lo racconta un reportage dal Paese pubblicato sul Guardian con interviste a pescatori, attivisti, ricercatori, ex lavoratori dell’industria di gamberetti.
Nell’ultimo decennio, la produzione di gamberi in Ecuador è quasi quadruplicata, superando il petrolio come principale prodotto di esportazione del Paese. Quasi tutta la produzione è destinata a Cina, Stati Uniti ed Europa, con esportazioni quintuplicate dopo l’eliminazione dei dazi. La produzione ha spinto gli allevamenti sempre più in profondità in paesaggi già deturpati dalla deforestazione. Tra il 1969 e il 1999, l’Ecuador ha perso fino al 43 per cento delle sue mangrovie e gli allevamenti di gamberi ora coprono circa una volta e mezza l’area delle mangrovie rimanenti.
La deforestazione delle mangrovie attualmente è vietata e dall’industria affermano che la conversione è scesa quasi a zero, nonostante la produzione sia cresciuta vertiginosamente. Ma residenti e scienziati raccontano, invece, che la distruzione degli ecosistemi di mangrovie non si è fermata, anzi, va avanti con il pretesto di potare le mangrovie, scavare un canale, costruire o riparare argini.
I dati di Trase, un’iniziativa globale senza scopo di lucro per la trasparenza della filiera produttiva, mostrano che tra il 2014 e il 2018 sono stati convertiti 427 ettari di mangrovie in allevamenti di gamberi, principalmente nella provincia di Guayas, il principale centro di allevamento di gamberi del Paese. Un altro studio, basato su immagini telerilevate, ha registrato la scomparsa di 2.900 ettari nei quattro anni successivi, quasi la metà all’interno di aree protette. Nel gennaio 2024, un’operazione della marina militare avrebbe individuato un’area disboscata di 10 ettari all’interno di Manglares Don Goyo, nella parte interna del Golfo di Guayaquil, zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar.
I danni vanno oltre la deforestazione. I canali e gli argini degli allevamenti di gamberi interrompono le correnti di marea che mantengono umidi e ossigenati i terreni delle mangrovie. Il fango così può seccarsi e indurirsi, la salinità può variare e gli alberi possono morire lentamente. Inoltre, gli allevamenti di gamberi scaricano acqua anche negli estuari causando inquinamento e moria di pesci e granchi.
Nonostante la legge ecuadoriana vieti lo scarico di rifiuti non trattati, che possono contenere materia organica e nutrienti derivanti da mangimi, feci e fertilizzanti, uno studio del 2023 ha rilevato che i sistemi di mangrovie intorno agli allevamenti di gamberi a Esmeraldas presentavano una concentrazione di ammonio e fosforo circa due volte e mezzo superiore rispetto alla normale acqua di mangrovie. Una valutazione di Seafood Watch ha stimato che oltre la metà dei rifiuti degli allevamenti viene scaricata nell’ambiente.
Attualmente non c’è volontà politica di fare controlli severi o mitigare questi impatti perché l’industria dei gamberetti è economicamente importante per l’Ecuador; chi denuncia rimane inascoltato o addirittura rischia estorsioni. Esistono alcuni progetti di ripristino delle mangrovie finanziati dall’industria, ma il rischio è che si tratti perlopiù di operazioni di greenwashing.
Alcune comunità locali hanno avviato, invece, una sorta di resistenza: i residenti hanno piantato mangrovie in un’area un tempo utilizzata per la raccolta di molluschi; alcune piantine sono state spazzate via dalle onde o mangiate dalle lumache, altre invece hanno attecchito; dove gli alberi sono sopravvissuti il fango ha ricominciato ad ammorbidirsi e un giorno, magari, ricompariranno le conchas negras selvatiche.
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