La produzione di gamberetti ecuadoriana destinata all’esportazione continua a crescere, ma l’ecosistema delle mangrovie ne paga il prezzo più alto.
Secondo gli analisti, il verificarsi di un “super” El Niño creerebbe un shock globale dei prezzi alimentari, aumentando l’inflazione già causata dalla guerra in Iran.
Un “super” El Niño potrebbe causare uno shock globale sui prezzi alimentari che si protrarrà fino al 2028: lo affermano gli analisti osservando come il clima minaccia i raccolti in tutto il mondo, alimentando l’inflazione già aggravata dalla guerra con l’Iran.
El Niño si origina quando si verifica un riscaldamento della temperatura superficiale dell’oceano Pacifico (da mezzo grado fino a 3-4 gradi) che influenza la meteorologia e il clima mondiali. Questo fenomeno naturale ha una lunga storia di impatto sui raccolti e sulla rete di approvvigionamento alimentare. Più di un secolo fa, El Niño più grave mai registrato provocò siccità catastrofiche in Cina, Africa meridionale, Brasile, Egitto e India. In una situazione già aggravata dal dominio coloniale, si verificarono carestie che causarono la morte di milioni di persone, tra cui oltre 6 milioni in India nel periodo 1876-78.
Gli eventi El Niño del 1981-82, 1996-97, 2015-16 e 2023-24 sono stati tra i più intensi mai registrati, ma il ciclo 2026-27 potrebbe essere ancora più grave – un “super” o “Godzilla” El Niño come viene definito –, aumentando il rischio di siccità e inondazioni che potrebbero colpire il sistema agroalimentare. La National Oceanic and Atmospheric Administration ha dichiarato, infatti, che c’è una probabilità del 63 per cento che le temperature superficiali del mare superino i 2°C rispetto alla norma entro la fine dell’anno.
In genere, El Niño porta a un aumento del rischio di siccità nell’Africa meridionale e nelle regioni settentrionali del Sud America, ma anche a inondazioni nel Brasile meridionale, in Argentina, Paraguay e Uruguay. El Niño ha già iniziato a influenzare i raccolti, causando una stagione monsonica più secca in India, con alcune regioni che hanno registrato solo il 25 per cento delle precipitazioni abituali e alcune zone dell’India centrale che ne hanno ricevute solo il 50 per cento, il che potrebbe influire sull’offerta di grano, riso e canna da zucchero.
La prospettiva di un nuovo shock inflazionistico sta preoccupando le banche centrali, alimentando il timore che i tassi di interesse possano essere mantenuti a livelli elevati. “El Niño riporta la ‘climateflation’ all’ordine del giorno”, hanno scritto gli analisti di Banca UniCredit in una nota. “Le recenti ondate di calore in Europa ci ricordano che il punto di riferimento climatico si sta già spostando. El Niño potrebbe aggiungere un ulteriore livello di pressione entro la fine dell’anno, amplificando gli effetti del riscaldamento globale.”
Secondo gli analisti di Goldman Sachs, l’intensità di questo El Niño potrebbe causare un aumento del 15,8 per cento dei prezzi globali delle materie prime alimentari. Ciò avrebbe ripercussioni a catena. L’impatto si farà sentire a livello globale, anche sui consumatori europei, dove si prevede un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari dell’1,3 per cento nell’eurozona.
Secondo Risilience, società di analisi dei rischi climatici, la probabilità di uno scenario estremo di El Niño rimane elevata. Ciò potrebbe comportare una riduzione del 14,3 per cento della produzione agricola globale, equivalente a una perdita di produzione pari a 342 miliardi di dollari. Gli shock di prezzo potrebbero raggiungere il 10-50 per cento per le materie prime principali, mentre le colture più esposte, tra cui riso, olio di palma, zucchero e caffè, potrebbero subire aumenti del 50-100 per cento o più.
Per gli esperti, l’effetto completo de El Niño si manifesterà gradualmente (bisogna considerare i diversi cicli di semina, crescita e raccolta oltre alle diverse zone agricole del mondo) e le conseguenze potrebbero emergere pienamente solo nella seconda metà del 2028. Anche piccole interruzioni dei flussi commerciali potrebbero innescare oscillazioni dei costi. L’impatto dei prezzi sugli scaffali dipenderà dalle strategie di mitigazione e dalle politiche nazionali. E pure fattori come la domanda dei consumatori e i prezzi al dettaglio giocano un ruolo importante.
Un articolo dell’agenzia Reuters racconta come in Italia, il caldo estremo stia minacciando la filiera del Parmigiano Reggiano. Le temperature record influenzano la quantità e la qualità della produzione di latte delle mucche. Gli animali con il caldo stanno più tempo sdraiati, mangiano meno e producono fino al 10 per cento di latte in meno. Inoltre, se non piove, l’erba di cui si nutrono le mucche non cresce. L’installazione di ventilatori e sistemi di nebulizzazione negli allevamenti fa lievitare i costi energetici di produzione. Aumenta la necessità di energia anche nei magazzini di conservazione delle forme di Parmigiano Reggiano. Se gli eventi estremi dovessero prolungarsi e intensificarsi, questo porterà a un aumento dei costi.
Sempre in Italia, Confcooperative agroalimentare e pesca lancia l’allarme sul Delta Po polesano e ferrarese dove il caldo sta facendo strage di molluschi. L’aumento della temperatura dell’acqua, che ha raggiunto i 32 gradi, riduce la concentrazione di ossigeno nelle aree costiere e lagunari. Nella Sacca di Scardovari (Rovigo), il Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine, oltre alla perdita di cozze, esprime la preoccupazione per le ostriche, più resistenti ma comunque esposte al rischio. La situazione è altrettanto critica nella Sacca di Goro (Ferrara), dove le elevate temperature e il limitato ricambio idrico hanno trasformato la laguna in una “gigantesca pentola”, con conseguenze negative sulle vongole.
Si è verificata poi una fioritura algale che non si registrava con questa intensità da 10-15 anni: gli operatori sono costretti a rimuovere le alghe per continuare a lavorare. Inoltre, i recinti anti granchio blu limitano ulteriormente il ricambio dell’acqua all’interno delle aree lagunari. Secondo le stime, i cambiamenti climatici provocano danni diretti alla pesca professionale italiana per circa 200 milioni di euro l’anno, in particolare alla molluschicoltura.
“Non è una situazione che riguarda solo il Delta del Po”, ha spiegato Paolo Varrella, presidente Cooperativa Mitilicoltori Associati di La Spezia intervenuto nel podcast 71% . “Il caldo colpisce la molluschicoltura anche in mare aperto, dalla Liguria alla Puglia passando per la Sardegna. L’ossigeno in acqua diminuisce e questo colpisce soprattutto mitili e vongole, ma anche le ostriche. Servono strategie di adattamento”.
A influire sui prezzi alimentari non è solo il clima. Un rapporto Fao evidenzia come, negli ultimi anni, i prezzi globali delle bevande siano aumentati molto più rapidamente rispetto ai prodotti agricoli. I mercati globali di caffè, cacao e tè sono in forte turbolenza, penalizzati da una fragilità strutturale: oltre il 90 per cento delle fluttuazioni dei prezzi è causato da squilibri improvvisi tra domanda e offerta, spesso amplificati da speculazioni finanziarie.
La produzione è concentrata nelle mani di piccoli agricoltori in pochi paesi in via di sviluppo, mentre la trasformazione e il consumo avvengono nelle nazioni più ricche. Questo profondo divario geografico allunga le filiere, aumentando l’esposizione ai costi di trasporto e ai blocchi logistici, col risultato di amplificare gli shock globali sui mercati locali e minacciare i redditi dei coltivatori.
Quando i prezzi aumentano, i piccoli produttori beneficiano raramente di tali rincari, rimanendo i più esposti a povertà e insicurezza alimentare. Al contrario, l‘impatto sui prezzi al dettaglio per il consumatore è spesso attutito dal fatto che la materia prima grezza rappresenta solo una frazione infinitesimale del costo del prodotto trasformato e confezionato. Secondo la Fao occorre interrompere questo circolo vizioso investendo in pratiche agricole resilienti, migliorando la trasparenza sui dati dei raccolti per contenere la speculazione preventiva e favorendo una più equa ridistribuzione del valore lungo tutta la catena.
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