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In quasi 50 anni sono centinaia gli oranghi salvati e introdotti di nuovo in natura. Qui arrivano cuccioli e se ne vanno adulti, per vivere nella foresta.
Il Sepilok orangutan rehabilitation centre si trova ai margini della Kabili Sepilok Forest Reserve, nello stato del Sabah, in Malesia. Qui, dal 1964, vengono salvati, curati e riabilitati i giovani oranghi (Pongo pygmaeus) che rimangono orfani a causa della caccia degli esemplari adulti o della distruzione del loro habitat naturale, la foresta.
Avvicinandosi al centro di recupero, la vegetazione inizia a farsi imponente e la foresta si manifesta in tutta la sua magnificenza. D’altro canto siamo ai margini del Borneo, una dei polmoni verdi del pianeta. Le chiome svettano per decine e decine di metri e da lontano paiono fondersi in un muro verde, che pare impenetrabile. È qui che sorge la riserva che oggi ospita dai 60 agli 80 oranghi reimmessi in natura dopo un periodo di riabilitazione. Una parte di questa è aperta al pubblico. All’interno dei 43 chilometri quadrati della riserva, si aggirano anche macachi, nasiche, orsi malesi. Capita pure di sentire barrire un piccolo di elefante.
Il primo impatto con un esemplare visto e studiato solo sui libri lascia a bocca aperta, storditi. Il viso, i movimenti, gli sguardi sono estremamente simili a quelli dell’uomo, e quando una femmina di circa due anni scalcia perché non vuole rientrare nella zona a lei dedicata, pare di vedere il proprio figlio protestare perché non vuole tornare in casa. Quel che è certo è che anche dal punto di vista evolutivo e biologico questi primati sono legati ad Homo sapiens. Ad oggi sono circa una ventina i giovani esemplari, alcuni hanno uno o due anni. “Qui accettiamo gli esemplari più giovani perché spesso i più anziani ormai non sono più recuperabili”, spiega Pakee Raj, 25 anni, uno dei due veterinari presenti nel centro.
“La maggior parte arriva in questo centro perché la madre viene uccisa o perché la stessa li abbandona, non più in grado di badare a loro”. I giovani oranghi infatti vivono con la madre fino agli otto anni, imparando a procurarsi il cibo, costruire le ceste e arrampicarsi sulle chiome degli alberi. Nonostante l’orangotango sia protetto “i piccoli vengono ancora catturati e addomesticati come animali da compagnia e tenuti in casa”, continua Pakee. Così, qui i volontari e i veterinari del centro insegnano ai più piccoli a sopravvivere nella foresta, ad arrampicarsi, a procurarsi il cibo, in un percorso lungo durante il quale ritrovano il legame perduto con la foresta.
“Li mettiamo in gruppi di 4-5 esemplari dove i più anziani insegnano ai più piccoli”, spiega il veterinario. E lo si può vedere durante il momento del pasto: un giovane esemplare si avvinghia ad uno più anziano, che sta tentando di agguantare un frutto. Il più grande lo scansa, ma poi gli passa una parte del “rancio”, allontanandosi definitivamente per “pranzare” in pace. “Una volta completato il processo di riabilitazione, che dura fino a otto anni, iniziamo con un primo reinserimento a circa 45 chilometri, per poi rilasciarli definitivamente in natura a più di qualche centinaio di chilometri”, sottolinea il veterinario.
Negli ultimi anni gli esemplari che arrivano al centro sono sempre meno, segno che le politiche di conservazione da una parte e di educazione e sensibilizzazione, oltre che ad un inasprimento della legge da parte del governo malese dall’altra, paiono funzionare. Da quando il centro è aperto sono centinaia gli esemplari tornati nella foresta, nel loro ambiente naturale. “Qualcuno ritorna pure. Ma solo per banchettare assieme agli altri oranghi”, conclude Pakee.
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