L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha pubblicato il suo atteso parere scientifico sul benessere di visoni, volpi, cani procione e cincillà allevati per la produzione di pellicce.
Con le Olimpiadi invernali l’Italia ha perso una grande occasione per la conoscenza e la conservazione degli ermellini, di cui ci sono pochissimi dati. Ora c’è un progetto che vuole raccoglierli.
Mai come negli scorsi mesi gli ermellini hanno goduto di tanta notorietà. Scelti come mascotte delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, gli ermellini sono apparsi in televisione, sui palchi, sulle piste di gara e nelle case delle persone come portachiavi o pupazzetti. Eppure, nella realtà, sono una delle specie meno conosciute e studiate in Italia.
“Nel nostro paese, e in generale sulle Alpi, ci sono stati solo due progetti di ricerca sull’ermellino”, racconta a LifeGate il biologo Marco Granata, ricercatore all’università di Torino dove si occupa ecologia e conservazione di piccoli carnivori e fondatore di Ermlin project. “Uno a inizio degli anni Novanta in Valle d’Aosta e l’altro verso la fine sull’Adamello Brenta, dopodiché l’ermellino è stato dimenticato”. Per i vent’anni successivi, nessuno in Italia ha più studiato con progetti di ricerca dedicati questa specie. Fino a Granata che, come dottorando, ha avviato un progetto di ricerca proprio per colmare questo vuoto.
Gli ermellini sono piccoli mammiferi che appartengono ai mustelidi, una famiglia di carnivori che racchiude anche donnole, martore, faine, tassi, puzzole, furetti. In Italia il loro habitat va dai boschi alle praterie alpine e le pietraie, fino a 3.500 metri d’altitudine. Sul loro stato di salute e di conservazione, però, si sa poco, se non che sono presenti con popolazioni frammentate su tutto l’arco alpino. Non abbiamo dati e quindi nessun numero che possa indicare quanti esemplari ci sono al momento sul nostro territorio. L’Iucn (l’Unione internazionale per la conservazione delle specie) indica infatti che “non si dispone di informazioni adeguate sullo status dell’ermellino sull’arco alpino” e che “le popolazioni di questa specie possono subire fluttuazioni notevoli”.
“Io uso sempre la metafora dei fantasmi selvaggi, perché sono piccoli, rari, elusivi, non li vedi praticamente mai”, ci racconta Granata. “Ma visto che probabilmente non se la passano bene, rischiano di diventare fantasmi nella realtà a tutti gli effetti, scomparendo da molte montagne del nostro paese”.
Sono fantasmi selvaggi che rischiano di esserlo anche nella realtà
Una delle caratteristiche peculiari dell’ermellino è la sua muta. Durante l’estate l’ermellino è marrone fulvo, con la pancia bianca e la punta della coda nera, mentre in inverno diventa bianco grazie a una serie di cambiamenti ormonali che alterano la pigmentazione del pelo. “Ci sono ermellini bianchi e ermellini marroni, ma tendenzialmente non convivono, perché sono gli stessi ermellini che cambiano colore due volte l’anno”, spiega Granata.
La muta ha un obiettivo prettamente di sopravvivenza: l’ermellino vuole mimetizzarsi sulla neve d’inverno e tra le pietraie d’estate. In inverno, in particolare, il cambio della muta avviene quando dovrebbero verificarsi le prime nevicate abbondanti in quota, nel mese di novembre. “Questi cambiamenti vengono innescati solo dal fotoperiodo, ovvero dalla lunghezza delle giornate, indipendentemente quindi dalla quantità di neve che c’è a terra”, ci spiega Granata. “Questa è un po’ la fregatura: perché se non nevica l’ermellino non decide di non fare la muta”. E in un contesto di sempre meno precipitazioni nevose e di rialzo delle temperature che spingono la neve e le specie sempre più in alto, l’ermellino affronta maggiori rischi.
La muta è stata per tanto tempo il superpotere dell’ermellino
“La muta è stata per tanto tempo il superpotere dell’ermellino”, continua Granata. “Non tanto perché lo agevoli nella caccia. L’ermellino caccia le sue prede dentro i tunnel e nei pietrai, tendenzialmente al buio, non caccia all’aguato. Non ha bisogno di essere mimetico per predare, ma è mimetico per non essere predato. Parliamo di un animale molto piccolo che può essere portato via facilmente da rapaci e carnivori più grandi. Quindi essere dello stesso colore dello sfondo ambientale è stato un vantaggio che per tantissimo tempo ne ha permesso la sopravvivenza”.
Sopravvivenza che tra l’altro sappiamo essere già naturalmente bassa: le stime, realizzate sui dati dalla Svizzera e dalla Svezia in ambienti simili, mostrano che durante il primo inverno sopravvive più o meno il 10 per cento delle popolazioni di ermellino. “Quindi se sopravvive già solo un ermellino su 10, e quell’ermellino viene predato da una volpe perché lo sfondo non è più bianco mentre l’ermellino lo è, è un grande problema, ed è legato ai cambiamenti climatici”.
Il tema della muta è arrivato anche alle Olimpiadi con le due mascotte (Tina e Milo, rispettivamente bianco e marrone per rappresentare le Olimpiadi e le Paralimpiadi), ma in modo diverso. Durante i Giochi non sono stati spiegati (in momenti dedicati o sul sito ufficiale) né l’ecologia della specie né il fenomeno del cambio di colore e i possibili rischi legati alla situazione climatica attuale. Con il possibile risultato che il messaggio arrivato al grande pubblico sia stato che bianco e marrone siano due tipi di ermellino distinti.
Questo esempio riflette il tipo di comunicazione divulgativa che è mancata intorno alle due mascotte in quanto specie italiana, che avrebbe potuto essere in realtà una grande azione di consapevolezza per le persone.
“Ci aspettavamo forse ingenuamente un interesse da parte dei Giochi invernali”, racconta Granata della scoperta delle mascotte e della speranza che l’animale studiato da lui ogni giorno avesse finalmente un palco. “Ma più è passato il tempo più ci siamo accorti con grande dispiacere che non era così. Un’idea di non difficile applicazione per lasciare un’eredità ecologica piccola ma positiva era quella di passare il messaggio della necessità attuale di salvare la mascotte o aiutare a studiarla.
A ottobre abbiamo lanciato un appello diretto alla Fondazione Milano Cortina proponendo che una piccola parte dei fondi olimpici venisse anche destinato alla ricerca e alla conservazione di questa specie. Ma a pochi giorni dalle Olimpiadi ci hanno fatto sapere che purtroppo non potevano sostenere le nostre proposte. È stata sicuramente una grandissima occasione persa, visto che è stata una mascotte molto vissuta e avrebbe potuto fare la differenza spiegando qualcosa non solo dell’ermellino ma dell’ambiente alpino in generale”.
L’ermellino, seppur piccolo, è una specie ombrello, ovvero che dalla sua protezione si hanno effetti positivi indiretti anche sulle altre specie che condividono il suo ecosistema e habitat. Nel caso degli ermellini, quando vengono studiati, permettono di ottenere dati su una serie di altre specie che eludono metodi di monitoraggio o progetti di ricerca, come ad esempio l’arvicola delle nevi (di cui l’ermellino si ciba), il quercino, che è una delle specie che ha perso più range nel corso degli ultimi decenni in Europa, o alcuni toporagni che vivono anche a 3.000 metri. “Il topo alpino che è un’altra specie mitologica che non si sa chi è. L’ermellino è solo uno degli esempi delle specie di cui non abbiamo dati, che hanno bisogno di essere studiate e che aspettano solo che qualcuno inizi a studiarle”, afferma Granata.
Per questo motivo anni fa Granata con il suo dottorato di ricerca ha iniziato Ermlin Project, un progetto di ricerca e monitoraggio sull’ermellino e altri piccoli carnivori in Italia che oggi, oltre a essere l’unico, è ormai diventato una comunità di biologi per la conservazione. Con l’obiettivo di aumentare gli studi e quindi la protezione delle specie, a fine marzo è stato lanciato un crowdfunding.
“Abbiamo veramente bisogno di dati sul campo a lungo termine per poter immaginare delle azioni di conservazione efficaci per l’ermellino e tutte le specie che stanno sotto il suo piccolo ombrello”, dice Granata. Attraverso diversi livelli di sostegno, dall’acquisto di magliette, cappellini e shopper fino alla partecipazione di giornate sul campo, si permetterà di creare una rete di monitoraggio per l’ermellino, garantire la presenza di ricercatori sul campo, costruire uno studio scientifico di lungo periodo e, “perché no”, attivare un dottorato di ricerca dedicato all’ermellino.
L’obiettivo di questa rete è anche quello di avviare diverse collaborazioni con le realtà coinvolte, come parchi, associazioni ma anche singole persone, per creare una comunità reale che duri nel tempo.
“Vogliamo provare a creare una comunità intorno a questa specie che non è solamente la pelliccia dei giudici, il simbolo delle Olimpiadi o l’animaletto carino e simpatico che zompetta sui sentieri, ma è una specie selvatica probabilmente a rischio estinzione che rappresenta perfettamente le nostre montagne sempre più fragili”.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha pubblicato il suo atteso parere scientifico sul benessere di visoni, volpi, cani procione e cincillà allevati per la produzione di pellicce.
Alle piante medicinali e aromatiche, da cui dipendono i nostri sistemi alimentari, medicinali e culturali, è dedicata la Giornata mondiale della natura selvatica 2026.
In Parlamento è iniziato l’iter per il decreto legislativo che adotterà il regolamento europeo: le associazioni chiedono più finanziamenti per il piano.
Nel 2025 sono oltre 3.800 le tartarughe marine nate nelle spiagge del Salento. La tutela delle spiagge dove nidificano è contesa dai gestori dei lidi.
Oggi, 12 agosto, è la Giornata mondiale degli elefanti. Humane world for animals da oltre 25 anni si impegna nella tutela di uno dei mammiferi più grandi del nostro Pianeta, purtroppo a rischio di estinzione.
Pulizia automatica e smart, anche in case “vissute”: l’ultimo robot aspirapolvere e lavapavimenti è pensato per semplificare la vita quotidiana.
In un’epoca in cui consapevolezze e dati non mancano gli allevamenti intensivi continuano ad aprire, come nel caso del maxiallevamento di galline ovaiole ad Arborio. A spese di ambiente, persone e animali.
L’obiettivo è vietare il commercio interno di parti di pangolino, il mammifero selvatico più trafficato al mondo.
Humane World for Animals non è solo un nome, ma un’intera comunità proiettata verso un futuro in cui non esista più l’insensata divisione fra animali da amare e animali da sfruttare.



