Conferenze sul clima

Cop 21. Annunciato il testo definitivo. Mancano le firme

In attesa del testo definitivo, che dovrebbe arrivare sabato, alla Cop 21 fa discutere la nuova bozza. Che “cancella” i diritti umani.

Aggiornamento 12 dicembre, ore 12:30

Il presidente della Cop 21, Laurent Fabius, il presidente francese François Hollande e il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon hanno presenziato una riunione plenaria pochi minuti fa, annunciando un testo definitivo che sarà pubblicato a partire dalle 13:30.

Sia Hollande che Fabius hanno lanciato un appello ai 196 paesi partecipanti, a firmare il documento: “A cosa sarà servito, altrimenti, tutto questo lavoro?”, ha chiesto il presidente francese. A partire dalle 15:45 le parti si ritroveranno per una nuova seduta plenaria, i cui tempi di conclusione sono ancora incerti.

 


 

La giornata di giovedì 10 dicembre è stata lunghissima alla Cop 21. La più lunga da quando la conferenza sul clima delle Nazioni Unite è cominciata. Una nuova bozza di accordo doveva essere pubblicata alle 14:00, ma la presidenza ha dapprima ritardato l’appuntamento alle 19:00. Quindi alle 21:00. E immediatamente dopo aver reso noto il testo, ha avviato nuovi negoziati, serrati. Che si sono conclusi alle 5:40 della mattina di venerdì, quando il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha annunciato: “Il testo definitivo non arriverà in giornata come detto, ma sarà presentato nel pomeriggio di sabato”.

 

 

A quanto pare, proprio mentre si avvicina il momento della verità, numerosi governi hanno deciso di inasprire i toni. Alle 9:30 di venerdì, l’ong Fondazione Nicolas Hulot ha convocato una conferenza stampa, nel corso della quale il presidente (inviato speciale della Francia alla conferenza) ha lanciato quello che è risuonato come un appello accorato: “Penso a tutti coloro che ho incontrato in questi tre anni di preparazione della Cop 21. Uomini e donne che già subiscono tragicamente gli effetti dei cambiamenti climatici: è il loro giudizio che conterà per me alla fine. Questa conferenza ha dato loro una speranza, e non abbiamo il diritto di deluderli. Ai governi dico che piuttosto che alzare muri, è il momento di costruire ponti. Ricordate che se oggi ciascuno si chiuderà in sé stesso, ciò significherà aver chiuso le bocche dei popoli. E questo conduce al fanatismo”. 

Cosa dice la nuova bozza di accordo

La bozza di accordo pubblicata giovedì sera presenta alcuni avanzamenti ma anche numerosi passi indietro rispetto a quelle precedenti. Il testo è composto da 27 pagine, e le parentesi quadre (espressioni sulle quali c’è ancora disaccordo) sono ormai solo 48. Il che significa che i negoziati hanno consentito di sciogliere numerosi nodi.

 

 

La principale delusione delle ong, però. è che tra questi c’è anche l’obiettivo di limitazione della crescita della temperatura media globale entro la fine del secolo, che non è stato fissato a 1,5 gradi centigradi, come chiesto dalle stesse associazioni e dai paesi più vulnerabili. L’espressione scelta è “ben al di sotto dei 2 gradi” rispetto ai livelli preindustriali. Il che è senz’altro meglio rispetto a parlare, semplicemente, di “2 gradi”, ma lascia anche un non indifferente margine di interpretazione. Gli 1,5 gradi sono menzionati, ma solo nell’ambito di un “riconoscimento della necessità di proseguire gli sforzi” verso quell’obiettivo.

Non nominate la parola decarbonizzazione

La parola “decarbonizzazione”, inoltre, non è stata inserita. Arabia Saudita e Iraq – capeggiando le nazioni produttrici di petrolio – hanno insistito fortemente affinché il termine non comparisse.

arabia saudita cop 21
Secondo le ong, l’Arabia Saudita sarà ricordata come uno dei paesi che hanno maggiormente frenato i negoziati alla Cop 21 di Parigi ©Salah Malkawi/ Getty Images

Altro punto fondamentale, è quello degli Indc, ovvero delle promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra avanzate dai governi prima dell’avvio della Cop 21. Esse non sono sufficienti ad ottenere una limitazione della crescita della temperatura globale a 2 gradi (possono garantire al massimo un +2,7 gradi): per questo è stato chiesto ripetutamente che nell’accordo fosse fissata una data, il più possibile ravvicinata, per il loro aggiornamento. “Entro il 2017 o 2018”, hanno chiesto le ong, ma è il 2025 la data che figura attualmente nella bozza. “Se gli Indc non saranno rivisti regolarmente, ogni cinque anni, l’accordo non avrà alcun senso”, ha spiegato Miguel Arias Canete, commissario europeo per il Clima e l’Energia, secondo quanto riportato in un tweet dalla Réseau Action Climat, sigla che rappresenta decine di ong presenti alla Cop 21.

 

 

Un giudizio durissimo è arrivato da Ursula Ravoka, rappresentante delle Isola Carteret, arcipelago del Pacifico che rischia di essere sommerso a causa della risalita del livello dei mari: “Così com’è – ha dichiarato – il testo non ci lascia alcuna speranza”. “I grandi del mondo parlano di un accordo per proteggere il pianeta, i nostri figli e le generazioni future, ma cominciamo a pensare che si tratti solo di belle parole”, le ha fatto eco Joni Pegram, consigliera dell’Unicef per il Clima.

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Barack Obama durante l’apertura della Cop 21. Alcuni, oggi, temono che le parole pronunciate dai leader possano non tradursi in fatti © Andrea Barolini/LifeGate

I diritti umani lasciati da parte

Altro punto che ha fatto saltare sulla sedia i rappresentanti delle associazioni è l’eliminazione del riferimento al “rispetto dei diritti umani”. La frase è sparita dopo i negoziati della notte e Benjamin Schachter, rappresentante dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, ha reagito spiegando che la decisione non è accettabile e chiedendo la reintroduzione dell’espressione nel testo definitivo. Secondo quanto riferito dall’agenzia Afp, a chiedere di stralciarla sarebbero state numerose nazioni, con in testa Arabia Saudita, Norvegia e Stati Uniti. “Siamo estremamente delusi”, ha commentato l’organizzazione umanitaria Oxfam.

Passi avanti sulla questione finanziaria

Al contrario, dei passi avanti sono stati effettuati sulla questione dei finanziamenti necessari per fronteggiare i cambiamenti climatici: “La formula scelta – spiega la Fondazione Nicolas Hulot – è quella di proporre dei cicli di revisione, con l’idea che i 100 miliardi di dollari annuali entro il 2020 siano per i paesi sviluppati una base”.

“Si tratta di un grande avanzamento per le nazioni in via di sviluppo e per i più vulnerabili”, ha spiegato Helen Szoke, direttrice di Oxfam.

 

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