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Cop26, il Patto di Glasgow sul clima salva all’ultimo minuto il carbone

Sabato 13 novembre, un giorno più tardi del previsto, è terminata la Cop26. Luci e tante ombre nel Patto di Glasgow sul clima, indebolito dall’India.

  • L’India ha infranto all’ultimo minuto le speranze sul carbone
  • Stop ai sussidi pubblici alle fonti fossili, ma solo quelli “inefficaci”
  • Le promesse di riduzione delle emissioni di CO2 saranno riviste entro la fine del 2022
  • Nessun accordo sul capitolo loss and damage: gli indennizzi alle nazioni vulnerabili
  • Assunti alcuni impegni da gruppi di stati su deforestazione e metano
  • La posizione “equilibrista” dell’Italia su gas e petrolio
  • Passi in avanti sulla trasparenza nel reporting delle emissioni climalteranti
  • Secondo le ong i passi in avanti sono troppo pochi

La ventiseiesima conferenza sul clima delle Nazioni Unite si è conclusa nella serata di sabato 13 novembre 2021. Dopo due lunghe settimane di negoziati e 24 ore di discussioni in più, dalla Cop26 esce un testo – il Patto di Glasgow sul clima – passi avanti fortemente annacquati sulla mitigazione, pochi risultati sull’adattamento, alcune promesse sui finanziamenti e delusione sul capitolo loss and damage, ovvero sul sostegno alle nazioni più vulnerabili che patiscono perdite e danni a causa della crisi climatica.

Il Patto di Glasgow “boicottato” all’ultima riunione

Il presidente della Conferenza, Alok Sharma, ha tenuto per tutta la giornata assieme i fili di un delicato compromesso, che ha scontentato alla fine la maggior parte dei governi. Ma che secondo l’inviato speciale degli Stati Uniti John Kerry, forse, ha “tenuto” proprio per questo: “Se tutti si lamentano significa che ciascuno ha fatto un passo indietro”.

La dichiarazione conclusiva, la cosiddetta cover decision, ricalca in larghissima parte la terza bozza di accordo diffusa attorno alle 8:00, ora scozzese. Il testo della terza bozza confermava la versione “edulcorata” sul phase-out (uscita) da carbone e sussidi alle fonti fossili. Nel primo caso si sarebbero chiuse solo le centrali che non presentano annessi sistemi di recupero della CO2 emessa, mentre per quanto riguarda i sussidi saranno eliminati soltanto quelli considerati “inefficaci”. Non sono state inoltre indicate date specifiche ma un generico invito ad “accelerare”.

Un passo indietro rispetto alla prima bozza, ben più incisiva, ma che non ha accontentato le nazioni che puntano ancora sul carbone. All’ultimo momento, l’India ha infatti chiesto di indicare la formula phase-down (calo), ben più debole, e non più uscita. L’unico passo avanti rispetto alle altre Cop resta che per la prima volta si parla espressamente di (parziale) addio sussidi in una cover decision.

Una manifestazione di protesta all'ingresso della Cop26 di Glasgow
Una manifestazione di protesta all’ingresso della Cop26 di Glasgow © Alessia Rauseo/Lifegate

Altro elemento positivo, il fatto che sia stata introdotta la frase recognizing the need for support towards a just transition (“riconoscendo la necessità di supportare il percorso verso una transizione equa”), il che richiama l’importanza di sostenere soprattutto i meno abbienti e più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici. Inoltre, per quanto riguarda invece gli altri gas ad effetto serra oltre al biossido di carbonio, le parti sono state “invitate” (termine in verità decisamente blando) a “considerare ulteriori azioni per ridurre entro il 2030 le emissioni di gas non-CO2, incluso il metano”. 

Dalla Cop26 una vittoria: richiesta la revisione delle Ndc entro il 2022

Ai governi viene rinnovato quindi l’invito a rivedere e rafforzare entro la fine del 2022 le Ndc, Nationally determined contributions, ovvero le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, poiché quelle attuali porterebbero l’aumento della temperatura media globale ben al di sopra dei 2 gradi centigradi, alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. E un notevole passo avanti è stato compiuto sul tema della trasparenza: i governi si sono accordati su una griglia unica, che verrà utilizzata per riportare i dati relativi all’abbattimento delle emissioni di gas ad effetto serra. In verità, è stato concesso di non compilare alcune voci: un’opzione necessaria per quelle nazioni che non hanno i mezzi per poter monitorare alcuni dati, ma che potrebbe essere sfruttata anche da chi, semplicemente, non vuole fornire determinate informazioni. In questo modo, però, sarà comunque possibile capire chi ha preferito “nascondere” alcuni valori.

La dichiarazione finale della Cop26 impone quindi “di organizzare un meeting ministeriale annuale di alto livello sulle azioni da intraprendere prima del 2030”: un altro segnale che indica la volontà di mantenere ancora viva la speranza di limitare il riscaldamento globale ad 1,5 gradi. Viste le difficoltà incontrate nei negoziati, la scelta sembra chiara: far sì che non tutto sia perduto e si possa tentare ancora la svolta in futuro. 

Al contempo, in materia di parità di genere alcune nazioni, in particolare Bolivia, Canada, Regno Unito, Belgio e Ecuador, hanno lanciato iniziative che mirano a migliorare il sostegno alle donne, spesso in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici.

Si tratta, evidentemente, di risultati importanti ma ben lontani da ciò che servirebbe per tutelare davvero il Pianeta e per garantire solidarietà tra le nazioni. A dimostrarlo alla Cop26 è stato il capitolo loss and damage. Il mondo ricco non è stato in grado di assumersi la responsabilità (anche finanziaria) dei danni provocati dalla crisi climatica in nazioni che, pur essendone solo in minima parte responsabili, ne patiscono le conseguenze più gravi. 

Impossibile raggiungere un accordo sul tema del loss and damage

Già all’uscita delle bozze, la società civile aveva puntato il dito contro la debolezza del testo: in particolare per quanto riguarda il “no” alla proposta di introdurre un meccanismo di finanziamento delle perdite e dei danni (loss and damage) a favore dei paesi più poveri. L’obiettivo era infatti di creare un meccanismo di finanziamento e aiuto, chiamato Loss and Damage Finance Facility.

Sul punto, fino all’ultimo la Guinea, parlando a nome della coalizione G77 + Cina, aveva provato a spingere: durante la plenaria informale aveva parlato apertamente di “delusione” proprio sulla questione del loss and damage. Ciò nonostante, si era detto ancora una volta pronto ad un compromesso. Similmente, il delegato di Antigua e Barbuda a nome del gruppo Aosis aveva gettato la spugna, attorno alle 16:30, accettando che il Loss and Damage Finance Facility non facesse parte del testo finale: “Siamo estremamente delusi e esprimeremo il nostro disappunto a tempo debito”. 

Non sono bastati dunque i dialoghi serrati, registrati nel primo pomeriggio tra John Kerry e Alok Sharma, quindi tra lo stesso Kerry il suo omologo cinese, Xie Zhenhua. I due, fogli alla mano, hanno parlato a lungo, in piedi, nel corso della plenaria informale. 

La società civile: dai paesi ricchi un tradimento

Anche la società civile ha manifestato la propria profonda delusione: “L’ultima versione – ha spiegato Tasneem Essop, direttore esecutivo del Climate action network – rappresenta un chiaro tradimento da parte delle nazioni ricche (Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito). Bloccando la proposta di G77 + Cina e dell’Aosis (l’Alleanza dei piccoli stati insulari), che assieme rappresentano 6 miliardi di persone, sulla creazione di uno strumento ad hoc, hanno dimostrato la loro completa mancanza di solidarietà e di responsabilità”. Allo stesso modo, secondo Saleemul Huq, direttore del Centro internazionale per lo sviluppo e i cambiamenti climatici (Icccad), aveva commentato la terza bozza definendola “perfino peggiore della prima sul tema del loss and damage. Le parole della presidenza britannica rivolte alle nazioni vulnerabili si sono rivelate totalmente inattendibili”.

Per questo, gli attivisti presenti alla Cop26 hanno tentato fino all’ultimo di convincere i negoziatori. Anche con accorati volantini lasciati di fronte alle stanze delle delegazioni.

A dividere è stata poi la questione di carbone e sussidi alle fossili. Le delegazioni di Sudafrica, India e Cina avevano espresso le proprie critiche: in particolare, il rappresentante sudafricano aveva spiegato di non essere d’accordo nel puntare il dito specificatamente su una specifica fonte, ma non aveva proposto alcun testo alternativo (accettando così, di fatto, la formulazione). Mentre il delegato indiano aveva ribadito che le nazioni ricche hanno beneficiato per decenni delle fossili “il che ha permesso loro di raggiungere elevati standard di vita”. 

Le fasi finali della Cop26 e l’intervento toccante del rappresentante di Tuvalu

A quel punto, il vicepresidente dell’Unione europea Frans Tiemmermans aveva preso la parola ammonendo: “Siamo a qualche metro dal traguardo di una maratona, temo che ci si possa arrestare proprio ora. Non uccidete il documento domandando un testo differente. I nostri figli non ci perdoneranno se non raggiungiamo un accordo”. Poco dopo era intervenuto anche il rappresentante di Tuvalu, altra nazione estremamente minacciata dai cambiamenti climatici. Tenendo in mano una foto dei suoi nipoti, con le lacrime agli occhi, ha chiesto: “Cosa dovrò dire tornando da Glasgow? Che abbiamo assicurato loro un futuro?”.

Nel corso della giornata di venerdì, i rappresentanti della società civile hanno organizzato le ultime proteste nel corso della Cop26. Numerose persone si sono riunite all’esterno dello Scottish Event Campus che ha ospitato la conferenza. In particolare, i movimenti Fridays for future e Extinction rebellion hanno steso una lunga linea rossa, “quella che sta superando la Cop26, non essendo riuscita a partorire i risultati necessari”. 

“La Conferenza è un carrozzone – ha accusato l’attivista indigena Ta’Kaiya Blaney, secondo quanto riferito dal Guardian –. È un’illusione costruita per salvare il capitalismo che affonda le sue radici nelle attività estrattive e nel colonialismo”. Mentre Mary Church, di Friends of the Earth Scozia, ha espresso a nome delle ong la propria “profonda frustrazione. I governi si succedono e non cessano di fallire nel portare a risultati significativi per mantenere la crescita della temperatura media globale a non più di 1,5 gradi. Gli impegni per la carbon neutrality senza reali piano sono solo greenwashing. Sono una maschera per poter continuare ad inquinare e a scavare le fosse delle prossime generazioni”. 

Secondo Greenpeace il Patto di Glasgow è un accordo timido e debole

Per l’associazione Greenpeace, infine, “il bilancio complessivo è negativo”. La direttrice esecutiva dell’associazione, Jennifer Morgan, ha bollato il Patto di Glasgow come “timido” e “debole”, benché sia positivo il segnale lanciato sul carbone. Non dissimile il giudizio di Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam: “È chiaro che alcuni leader non vivono sul nostro stesso Pianeta”. Di certo non sono state seguite le belle parole pronunciate nei primi giorni della Cop26, a cominciare da quelle del naturalista britannico, nonché ambasciatore della Cop26, David Attenborough che aveva chiesto a gran voce ai leader mondiali di “riscrivere la storia”. Avvertendo che coloro che saranno gravemente colpiti non faranno parte di “una generazione immaginaria” che ancora deve arrivare su questa Terra, bensì “sono i giovani di oggi”.

“Rimaniamo sempre sull’orlo di una catastrofe climatica”, ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Secondo il quale la conferenza ha portato a “dei passi in avanti benvenuti”, ma che “ancora non bastano”.

Restano tuttavia alcuni impegni parziali, assunti nel corso della prima settimana della Cop26. Quello ad esempio di 100 stati (anche quelli i cui leader non erano presenti) che si sono impegnati ad interrompere i processi di deforestazione e di degrado del suolo, di qui al 2030. Nell’elenco figurano Stati Uniti, Cina, Russia, Germania, Francia, Regno Unito. Ma soprattutto il Brasile, che ospita buona parte della foresta amazzonica, il Canada (foresta boreale) e la Repubblica Democratica del Congo (foresta tropicale). Complessivamente gli stati in questione rappresentano più dell’85 per cento delle foreste del Pianeta.

L’annuncio è stato accolto tuttavia con freddezza dalle organizzazioni non governative. Per Greenpeace la scadenza al 2030 è “decisamente troppo lontana nel tempo” e concede di fatto il via libera “per un altro decennio” alla deforestazione. Carolina Pasquali, di Greenpeace Brasile, ha aggiunto che “i popoli indigeni chiedono che l’80 per cento della foresta amazzonica sia protetta di qui al 2025”. Il Coordinamento delle organizzazioni autoctone amazzoniche (Coica), inoltre, ha indicato che vigilerà e sul fatto che i fondi siano realmente stanziati.

Una manifestazione a Edimburgo in occasione della Cop26
Una manifestazione a Edimburgo in occasione della Cop26 © Peter Summers/Getty Images

Allo stesso modo, 100 nazioni hanno sottoscritto anche il Global methane pledge, un patto volto a ridurre del 30 per cento le emissioni di metano entro il 2030. Tra i firmatari figurano anche in questo caso gli Stati Uniti, il Brasile, la Germania e anche l’Italia, ma mancano alcuni tra i principali responsabili della dispersione di gas ad effetto serra del Pianeta: Australia, Iran, India, Cina e Russia.

D’altra parte, la pressione esercitata nel corso della conferenza dalla lobby delle fonti fossili è stata gigantesca. Le compagnie petrolifere, del gas e del carbone, assieme alle associazioni che le rappresentano, hanno inviato al Glasgow un esercito formato da 503 persone, con l’obiettivo di convincere i negoziatori a non imporre regole troppo stringenti.

Gli impegni collaterali sulle fossili e il sì in extremis dell’Italia

Un’altra decisione assunta nella prima settimana della Cop26 riguarda l’impegno di 20 nazioni a porre fine agli investimenti all’estero nei combustibili fossili, a partire dal 2022. Importante il fatto che del gruppo fanno parte anche nazioni come Stati Uniti e Canada. I firmatari dell’intesa hanno riconosciuto che tali finanziamenti “comportano crescenti rischi sociali ed economici”. “Dobbiamo porre i finanziamenti pubblici dalla parte giusta della storia”, ha commentato il segretario di stato britannico alle Imprese, Greg Hands.

Tra le 20 nazioni c’è anche l’Italia. Tuttavia, secondo quanto rivelato dalla stampa internazionale, la posizione del nostro governo è stata fino all’ultimo titubante. Inizialmente, ci sarebbe perfino stato un “no” da parte del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani.

Roberto Cingolani
Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani © Wikimedia Commons

Nella prima settimana di lavori della Cop26 si è quindi deciso di creare un’immensa area marina protetta, su una superficie di 500mila chilometri quadrati. Si chiama Corridoio marino del Pacifico tropicale orientale (Eastern tropical pacific marine corridor) ed è stato annunciato congiuntamente martedì 2 novembre dai governi di Panama, Ecuador, Colombia e Costa Rica. All’interno, sarà vietata la pesca, in corrispondenza della rotta migratoria di tartarughe marine, balene, squali e razze.

I primi sette giorni di conferenza erano stati segnati anche dalle polemiche, con migliaia di esperti di associazioni e organizzazioni non governative che avevano denunciato di essere stati lasciati letteralmente fuori dalle porte. Le regole dell’Unfccc, infatti, prevedono che gli osservatori della società civile possano assistere alle riunioni tra le parti. Ciò al fine di monitorare i negoziati, agevolare il dialogo e porre i governi di fronte alle loro responsabilità. La situazione è apparsa migliorata nella seconda metà della Cop26. Ma non per coloro che non si sono potuti recare a Glasgow, per ragioni logistiche e per via della pandemia: un gruppo non indifferente di nazioni ha potuto partecipare solamente da remoto. Il che, per un evento basato in larga parte sui negoziati informali, ha rappresentato un grave handicap.

Si tratta della prima volta che ciò accade. E si tratta di una scelta che appare in totale contrasto con l’annuncio di Alok Sharma, che si era impegnato a rendere “inclusiva” la Cop26. Al contrario, Greta Thunberg ha parlato della “conferenza più esclusiva di sempre”. E Teresa Anderson, di ActionAid, ha affermato allo stesso modo che “impedire alla società di civile di partecipare è qualcosa che rischia di comportare conseguenze gravi per le popolazioni che sono in prima linea di fronte agli impatti della crisi climatica”.

L’alleanza inedita tra Cina e Stati Uniti

A sorpresa, inoltre, al termine del decimo giorno di negoziati alla Cop26 di Glasgow, Stati Uniti e Cina hanno annunciato un accordo di cooperazione sul clima. Una “dichiarazione congiunta per rafforzare l’azione”, con l’obiettivo di lavorare per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra delle due superpotenze. Gli inviati speciali di Washington e Pechino, John Kerry e Xie Zhenhua hanno spiegato in particolare che “le parti riconoscono lo scarto esistente tra gli sforzi attuali e ciò che sarebbe necessario”. E hanno sottolineato che la dichiarazione congiunta “mostra che la cooperazione è la sola strada per la Cina e gli Stati Uniti”. Ciò nonostante, non sono stati specificati impegni concreti nel documento congiunto.

 

Tutto ciò, assieme al Patto di Glasgow, non basteranno. Per salvare il clima della Terra serve molto, molo di più. Alla Cop26 si è, di fatto, giocato in difesa. È ora che il mondo decida invece di aggredire il problema dei cambiamenti climatici. Prima che sia troppo tardi.

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