Cop27, senza la finanza climatica non fermeremo il riscaldamento globale

Mercoledì 9 novembre è stato il giorno della finanza climatica alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, tra nuove promesse e troppe disillusioni.

  • 60 grandi banche hanno concesso 4.600 miliardi di dollari, dal 2015 al 2021, alle fonti fossili.
  • Dai governi ne sono arrivati 3.300.
  • Le alleanze, iniziative, partenership del mondo della finanza si moltiplicano, ma i risultati scarseggiano.
  • Alla Cop27 di Sharm el-Sheikh gli Stati Uniti promettono di aiutare le nazioni più povere.

Senza banche, fondi d’investimento e compagnie d’assicurazione non potremo salvare il clima. Il denaro in circolazione nel mondo della finanza, infatti, è talmente tanto da far impallidire qualsiasi stanziamento governativo di fondi per la mitigazione dei cambiamenti climatici. Basti pensare che le 60 più grandi banche del mondo hanno concesso, dal 2015 in poi, ovvero dopo l’approvazione dell’Accordo di Parigi, la cifra stratosferica di 4.600 miliardi di dollari al settore delle fonti fossili.

La finanza continua imperterrita a finanziare le fonti fossili

Un quantitativo di denaro immenso, finito dritto nelle casse delle compagnie che, a vario titolo, sfruttano carbone, petrolio e gas. Soprattutto, una cifra che fa impallidire, ad esempio, quella che è stata stanziata nell’ambito del Green Deal europeo, con il quale si è tentato di declinare in senso ecologista la ripresa economica post-covid: il pacchetto vale 750 miliardi di euro, e soltanto un terzo di tale somma è vincolato a progetti compatibili con la lotta ai cambiamenti climatici.

In altre parole, se da una parte si cerca di investire (ancorché in modo troppo timido) sulle fonti rinnovabili, sul risparmio energetico, sulla trasformazione dei sistemi di produzione industriale per abbatterne le emissioni di gas ad effetto serra, dall’altro si continua, imperterriti, a pompare denaro in settori che non fanno altro che aggravare la crisi climatica.

Che fine ha fatto la Glasgow financial alliance for net zero

Alla Cop27 di Sharm el-Sheikh la giornata di mercoledì 9 novembre è stata dedicata proprio al tema della finanza climatica. Un’occasione per fare il punto, a un anno di distanza, rispetto agli impegni assunti nel corso della precedente Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop26 di Glasgow. Nella città scozzese fu infatti lanciata in pompa magna la Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz): una rete di ben 450 tra banche, fondi e compagnie di assicurazione presieduta da Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra, e da Michael Bloomberg.

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Mark Carney guida insieme a Michael Bloomberg l’alleanza di investitori annunciata alla Cop26 © Tolga Akmen – Wpa Pool/Getty Images

Obiettivo dell’iniziativa: allineare gli aderenti agli obiettivi climatici che si è fissata la comunità internazionale. Un’operazione imponente, se si tiene conto del fatto che il totale degli asset gestiti dai membri dell’alleanza ammonta a 130mila miliardi di dollari. La realtà, però, è stata deludente: una serie di istituti finanziari ha minacciato nello scorso mese settembre di abbandonare la Gfanz per via degli impegni (non sia mai) troppo stringenti. E la risposta dell’alleanza è stata immediata.

Se i colossi della finanza si concedono ancora il carbone

Nel suo rapporto annuale, la Gfanz ha infatti modificato fortemente i “termini” (lessicali e sostanziali): l’organizzazione non governativa BankTrack ha notato che, mentre inizialmente era stato imposto a “tutti i membri di allinearsi ai criteri della campagna Race to Zero», promossa dalle Nazioni Unite e rivolta a tutti gli attori non governativi per raggiungere la carbon neutrality, ora si è passati ad una formula infinitamente meno impegnativa. Ora ci si limita ad un impegno a «collaborare regolarmente» con questa e altre iniziative.

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Una manifestazione dei Fridays for future contro l’estrazione di carbone in Germania © Sean Gallup/Getty Images

Ma non è tutto: proprio la campagna Race to Zero è stata oggetto di un’inchiesta del quotidiano The Guardian. Nelle cento pagine di documento che disciplinano la campagna viene indicato che ai firmatari è concesso mantenere gli investimenti in nuovi progetti legati al carbone fino a metà 2023. Sarà possibile perciò continuare ad investire liberamente nella fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima e per l’ambiente. E se si costruisce una nuova centrale, o se si avvia lo sfruttamento di una nuova miniera, difficilmente sarà per abbandonarle nel giro di un anno o due.

L’incoerenza dei governi: 3.300 miliardi di dollari alle fossili

Di casi come quello della Gfanz ce ne sono decine. Come decine sono le alleanze, iniziative, impegni assunti dal mondo della finanza negli ultimi anni. La realtà è, appunto, che gli investimenti nel settore delle fossili non accennano a diminuire. Ma non tutto è perduto: basterebbe infatti imporre delle leggi, soprattutto nelle nazioni che più utilizzano carbone, petrolio e gas, per imporre una sterzata al nostro Pianeta. La salvezza del clima della Terra dipende in questo senso dalla volontà politica dei nostri governi.

Alla Cop 27 gli Stati Uniti hanno promesso di aiutare finanziariamente le nazioni più povere e vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici ad avviare una transizione per superare la dipendenza dalle fossili. Si vedrà in cosa consisterà, concretamente, l’iniziativa. Ma, come ricordato da Susan Huang, dell’organizzazione non governativa Oil Change International, la mancanza di coerenza da parte dei governi è sempre dietro l’angolo: “Nel corso del summit del G7 di quest’anno, era stato raggiunto un accordo per porre fine ai finanziamenti ai combustibili fossili entro la fine dell’anno. Ma l’International energy agency ha illustrato la lentezza della transizione verso le rinnovabili. I dirigenti del mondo intero mantengano i loro impegni”.

Secondo un rapporto pubblicato a luglio del 2021 da Bloomberg Nef e Bloomberg Philanthropies il totale dei sussidi pubblici concessi dagli stessi governi del G20 al settore delle fonti fossili, a partire dal 2015, è stato di 3.300 miliardi di dollari. Un atteggiamento definito “sconsiderato” dagli autori del rapporto. La strada da fare sul fronte della finanza climatica, insomma, è ancora molto, molto lunga.

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