Cos’è e come funziona la Corte penale internazionale

Istituita ufficialmente nel 2002, la Corte penale internazionale giudica su crimini gravi sui quali la giustizia ordinaria non vuole o non può indagare.

Il 1 luglio 2023 la Corte penale internazionale (Cpi) compirà 21 anni. Questa istituzione, incaricata di giudicare i crimini più gravi commessi nel mondo, è stata infatti istituita nel 2002, diventando il primo istituto giuridico internazionale permanente. Negli altri casi accaduti nella storia, si era trattato di organismi temporanei, spesso ideati per uno specifico caso.

L’esempio più celebre, in questo senso, è quello del processo di Norimberga, che giudicò i criminali nazisti al termine della Seconda guerra mondiale. All’epoca, Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia si accordarono (alle conferenze di Teheran, Jalta e Potsdam) sui termini per la creazione di una corte ad hoc. Allo stesso modo, nel 1994 fu creato il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per giudicare i crimini legati alla pulizia etnica nella nazione africana.

Nel 1998 il primo summit per la stesura dello Statuto di Roma

La creazione della Cpi, invece, non fu istituita per un fatto specifico, ma per porre fine alla sostanziale impunità di numerosi criminali che erano riusciti a sfuggire alla giustizia in numerose nazioni di tutto il mondo. Il primo summit a tale scopo fu organizzato nel 1998: 148 stati si accordarono (con 120 voti favorevoli, 7 contrari e 21 astenuti) su un trattato internazionale, battezzato Statuto di Roma. Che, appunto, dispose la creazione di una Corte penale internazionale, con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi.

Come spesso accade in questi casi, tuttavia, il raggiungimento dell’accordo è stato seguito da un processo molto meno rapido di ratifica da parte delle singole nazioni. Per raggiungere la sessantesima, necessaria per l’entrata in vigore dello Statuto, fu necessario aspettare, appunto, il 1 luglio del 2002. Il processo di istituzione dovrebbe garantire l’indipendenza della Corte penale internazionale, che non appartiene neanche alla galassia di organismi delle Nazioni Unite.

Quali sono i crimini giudicati dalla Corte penale internazionale?

Il mandato giuridico conferito alla Cpi presenta una serie di paletti, come ricordato da Amnesty International. A delineare il perimetro di ciò su cui l’organismo può indagare è innanzitutto il fatto che esso è competente per giudicare unicamente le persone fisiche. Le entità giuridiche (aziende o organizzazioni di altro tipo) nonché stati e enti pubblici non rientrano nell’ambito di esercizio della Corte.

Inoltre, esistono quattro tipologie di crimini sulle quali quest’ultima può giudicare. Si tratta di fatti di particolare gravità, difinivi direttamente dallo Statuto di Roma, ovvero:

  • crimini di genocidio
  • crimini di guerra
  • crimini contro l’umanità
  • alcuni casi di aggressione, disciplinati dalla Conferenza di revisione dello Statuto di Roma tenuta a Kampala, in Uganda, nel 2010 .

Chi può finire sul banco degli imputati della Cpi?

Chiunque sia sospettato di essersi macchiato di uno di tali crimini può finire sul banco degli imputati della Corte penale internazionale. E ciò a prescindere dal ruolo che ricopre: anche un capo di stato o un alto ufficiale militare possono essere chiamati a comparire.

Non esistono, in questo senso, forme di immunità, né possono essere disposte amnistie. Al contrario, la giurisprudenza della Cpi mostra come l’aver commesso crimini efferati mentre si ricoprivano ruoli istituzionali o di altro tipo non fa che aggravare le responsabilità degli imputati.

Quali sono i limiti temporali e territoriali?

La Corte può indagare e giudicare solamente sui crimini commessi a partire dalla sue entrata in funzione, ovvero dal 1 luglio 2002. Inoltre la sua competenza è limitata ai crimini commessi sui territori delle “parti”, ovvero degli stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma. O anche per coloro che sono espatriati, ma rimangono cittadini di uno di tali paesi. Ad oggi sono 123 quelli che hanno effettuato la ratifica: tra questi non figurano nazioni come gli Stati Uniti, la Russia o ancora Israele. Un’eccezione inclusiva, inoltre, è applicata per quelle nazioni che non hanno ancora effettuato la ratifica ma che hanno riconosciuto in modo ufficiale la competenza territoriale della Cpi.

Ciò detto, esiste un ulteriore limite: quello del non accavallamento con il lavoro delle giustizie ordinarie dei singoli stati. La Corte, in questo senso, non sostituisce mai i sistemi giudiziari nazionali. È a questi ultimi che incombe, in prima battuta, l’onere di indagare su eventuali crimini gravi. La Cpi interviene solo nel caso in cui lo stato sul cui territorio sono stati commessi tali illeciti dimostra di non voler aprire un’inchiesta oppure non è in grado di farlo per oggettive difficoltà. È il caso, ad esempio, di un paese in guerra che non ha modo di far funzionare in modo normale il proprio sistema giudiziario.

L’impianto di non sovrapposizione tra il lavoro della Cpi e quello dei tribunali ordinari è chiamato principio di complementarità.

Chi può adire la Corte penale internazionale?

È possibile ricorrere alla Cpi attraverso tre strade: o attraverso uno stato “parte” dello Statuto di Roma, che può chiederne l’intervento. Oppure attraverso una richiesta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oppure, infine, su iniziativa dello stesso procuratore della Corte.

Giudici della Corte penale internazionale a L'Aia nel 1979
Giudici della Corte penale internazionale a L’Aia nel 1979 © Alain Mingam/(Gamma-Rapho/Getty Images

In linea teorica, infatti, l’ufficio del procuratore può aprire un’inchiesta di propria iniziativa nel momento in cui dispone di informazioni affidabili, sulla cui base possa aver concluso che esiste una ragionevole necessità di avviare un procedimento. Le informazioni sulle quali può basarsi possono provenire da singoli cittadini, da organizzazioni internazionali, da organizzazioni non governative, o da qualsivoglia altro tipo di fonte attendibile.

In tal caso, il procuratore si rivolge ai giudici della Camera preliminare, che devono avallare l’apertura del procedimento. Tuttavia, tale meccanismo non è ancora mai stato utilizzato nella storia della Corte.

I principali casi affrontati dalla Cpi

Nel corso dei ventuno anni di vita della Cpi, essa è stata adita in riferimento a 31 casi. E, ad oggi, i giudici hanno pronunciato dieci dichiarazioni di condanna e quattro assoluzioni. Si è trattato di vicende riguardanti l’utilizzo di bambini soldato, la distruzione di patrimoni culturali, violenze sessuali o attacchi a civili innocenti.

Ad oggi, la Corte conduce inchieste sull’invasione della Russia in Ucraina, nonché su conflitti come quelli nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centroafricana, e ancora in Sudan, Costa d’Avorio, Libia, Mali, Georgia, Burundi e Myanmar.

Infine, oltre ai giudizi in tribunale, la Cpi predispone anche dei programmi di assistenza alle vittime, nonché un Fondo per risarcirle e aiutarle. Nell’ambito di tali iniziative figurano anche il sostegno psicologico e socio-economico. A beneficiarne, finora, sono state più di 450mila persone.

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