Mauritius, si sa ancora poco sul disastro ambientale causato dal petrolio

A mesi di distanza dal disastro ambientale delle Mauritius non si conoscono gli effetti sull’ecosistema marino. Greenpeace chiede trasparenza alle autorità coinvolte.

Alle Mauritius, tra le città di Mahébourg e Trou d’Eau Douce, sono iniziate le operazioni di pulizia della costa. Ditte specializzate stanno cercando di individuare i residui di olio combustibile anche nelle più piccole cavità costiere, secondo quanto riportato da una campagna di comunicazione dell’ente locale di promozione turistica. Personale qualificato cerca di tamponare le superfici dei coralli e di spazzare via ogni traccia residua di inquinante. Il bilancio del disastro ambientale, però, non è stato ancora redatto e i mauriziani continuano ad avere più domande che risposte.

Il petrolio ha asfissiato le mangrovie

Era luglio quando la nave cargo MV Wakashio, incagliatasi al largo delle coste sudorientali dell’arcipelago di Mauritius, ha riversato nell’oceano Indiano tonnellate di carburante. Parte degli idrocarburi contenuti nei serbatoi, mescolati con l’olio motore e il diesel dei generatori, hanno asfissiato le mangrovie e contaminato la riserva naturale Ile Aux Aigrettes. I pescatori non possono più vendere il loro pesce e per il momento vige il divieto di consumare triglie, calamari e polpi che provengono dal sudest dell’isola. In soccorso ai titolari di licenza, il governo si è detto disposto a offrire un aiuto di 10.200 rupie al mese, pari a 217 euro.

Il disastro ambientale alle Mauritius

Secondo Greenpeace Africa ci potrebbero volere decenni perché gli ecosistemi sensibili della laguna e del litorale delle Mauritius si riprendano. Gli abitanti dell’oceano sono morti, senza contare i quattro marinai che hanno perso la vita la scorsa estate. Per gli oltre 50 esemplari tra balene e delfini non si è ancora capito se esiste un legame tra la loro morte e la fuoriuscita di petrolio.

Happy Khambule, senior climate and energy campaign manager di Greenpeace Africa, sostiene che “il peggior disastro ecologico della storia delle Mauritius” non avrebbe “dovuto essere gestito con i minimi standard di trasparenza. Ci sono stati più problemi che soluzioni per le comunità di pescatori che hanno perso il loro reddito”, prosegue, “i parchi gioco dei bambini si sono trasformati in pozzanghere tossiche e la flora e la fauna sono state soffocate dal petrolio”.

Per aiutare la popolazione ad avere maggiore trasparenza sulle operazioni di pulizia in corso, Greenpeace Africa e Greenpeace Giappone hanno pubblicato un annuncio di due pagine su lexpress.mu, il quotidiano più letto alle Mauritius. Due pagine in cui chiedono alle autorità coinvolte, il governo locale ma anche la società giapponese Mitsui OSK Lines proprietaria della nave, di rivelare tutto ciò che sanno sugli effetti di questo ecodisastro.

Le richieste di Greenpeace Africa e Greenpeace Giappone

Alla proprietaria della portarinfuse, Greenpeace Africa e Greenpeace Giappone domandano innanzitutto chiarimenti sulle cause che hanno portato la nave ad incagliarsi, sul perché non si sia agito tempestivamente nei primi dodici giorni di emergenza e non si sia chiesto l’aiuto della popolazione. Tra i mauriziani, aggiungono le associazioni ambientaliste, ci sono persone altamente competenti e capaci, le cui conoscenze sarebbero state utili a contrastare il danno ambientale che ha investito l’ecosistema marino.

Inoltre, proseguono le associazioni ambientaliste, non è chiaro quale tra le autorità mauriziane, francesi, maltesi e panamensi si è assunta la responsabilità di affondare la sezione anteriore della MV Wakashio e quali alternative sono state considerate e poi scartate. Chiedono, poi, perché sia il Giappone a guidare le operazioni in corso e non l’autorità locale.

Tra le richieste e i dubbi avanzati, figurano anche la mancanza di condivisione delle informazioni relative all’impatto sulla natura e sulla salute dei pesci e dei frutti di mare. In merito alla morte dei cetacei e dei mammiferi si fa pressante il dubbio sull’attendibilità e sull’affidabilità dei laboratori che ne stanno analizzando le carcasse.

Infine, Greenpeace Africa e Greenpeace Giappone ricordano che anche per l’isola di Reunion, poco distante dalle Mauritius, non è stata diffusa alcuna comunicazione circa la valutazione del rischio o la misura delle tossine nelle acque circostanti. Il silenzio sullo stato delle mangrovie e sulle tecniche scelte per pulire l’acqua, alcune delle quali potenzialmente pericolose per l’ambiente, desta ulteriore timore. Al netto delle (poche) informazioni finora circolate, l’unica certezza è che il disastro ambientale delle Mauritius abbia compromesso una delle perle della biodiversità globale.

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a cura di Legambiente