Domenico Sturabotti. Per rilanciare l’Italia serve creatività e biodiversità

Quali sono i pilastri sui quali l’Italia dovrebbe puntare per uscire dalla crisi secondo Domenico Sturabotti, il direttore di Fondazione Symbola.

Economia e natura, cultura e innovazione tecnologica, questi i temi trattati da un gruppo di protagonisti eterogeneo e propositivo a Treia, in provincia di Macerata, dove è in corso il Festival della soft economy, organizzato da Symbola, la fondazione per le qualità italiane. Abbiamo intervistato il suo direttore, Domenico Sturabotti, per capire quali sono le qualità necessarie oggi per vincere le sfide economiche, sociali e ambientali cui il nostro Paese deve far fronte.


È ormai evidente il fallimento del modello economico basato sulla costante crescita economica. Crede che la soft economy possa rappresentare un’alternativa per rivitalizzare l’economia senza compromettere le risorse ambientali?
La crisi economica ha stimolato la creazione di nuovi modelli di sviluppo e spinto a puntare su un uso più efficiente delle risorse. In questi giorni Symbola presenterà un rapporto chiamato Coesione è competizione, dal quale emerge che quelle imprese che hanno un rapporto aperto nei confronti del contesto in cui operano, dei consumatori, del territorio e delle altre imprese, hanno performance migliori. Significa che chi fa bene impresa ha anche un impatto positivo sull’intero Paese. Vale anche a livello locale, tutti quei territori più coesivi, cioè che hanno maggiore inclusione sociale, sia per quanto riguarda il lavoro, l’immigrazione, la maggiore partecipazione al voto e alla vita pubblica, registrano una maggiore ricchezza e distribuzione del reddito. Aprirsi, dunque, non è fine a se stesso, aiuta le comunità e le imprese a crescere dal punto di vista economico.

L’Italia ha una straordinaria ricchezza biologica, crede che possa essere una base da cui partire?
Viviamo in un mondo con sette miliardi e mezzo di persone, iperconnesso dalla rete e dalle nuove tecnologie, dopo una prima fase in cui sembrava che questo processo avrebbe portato ad un appiattimento del mondo a due dimensioni, oggi le distinzioni stanno emergendo in una nuova fase della globalizzazione e diventano elementi importanti che possono catalizzare l’attenzione internazionale, sia per quanto riguarda la dimensione culturale che per il capitale rappresentato dalla biodiversità. Purtroppo cultura e biodiversità sono ancora viste a volte come qualcosa di aggiuntivo, che esulano dal modello economico. Gli attuali modelli economici in via di sviluppo basati sul medio-lungo periodo danno invece grande importanza a questi due fattori. La riduzione della quantità di pesce nel mar Adriatico, ad esempio, ha effetti sull’ambiente e sull’economia, depauperare la biodiversità significa anche avere meno possibilità di trovare nuove sostanze per sviluppare medicinali o materiali ecosostenibili. È evidente che la biodiversità ha un valore. Da questa si deve ripartire.

Treia
Piazza della Repubblica di Treia, il paese che ospita il Festival della Soft economy. Treia è inserita nella lista dei 22 borghi più belli d’Italia © Lorenzo Brenna

L’indicatore della soft economy è il prodotto interno qualità (piq), come si calcola?
Negli ultimi anni le economie avanzate occidentali non hanno registrato una crescita importante dal punto di vista quantitativo, è sorta quindi una necessità di qualificazione del prodotto interno lordo (pil), chiedendosi non tanto cosa produciamo, ma come lo produciamo. Symbola monitora di anno in anno l’evoluzione di una serie di indicatori attraverso parametri precisi, come il consumo di energia e la produzione di rifiuti, e li confronta. Se, a parità di pil, c’è stata una diminuzione del consumo energetico e una gestione virtuosa dei rifiuti, c’è l’aumento del piq. Ci sono anche indicatori legati alla qualità del prodotto finito, valutiamo quello che viene definito il valore medio unitario.

Crescita del digitale e recupero di tecniche produttive antiche e dimenticate. Possono questi due aspetti in apparenza antitetici contribuire al rilancio delle imprese italiane?Assolutamente sì, il digitale oggi è un settore che si rivolge ad aziende ben precise ma gradualmente si estenderà a tutti gli ambiti produttivi, tra dieci anni non esisterà più un’azienda non digitalizzata. Ci sarà un passaggio analogo a quello avvenuto un tempo con l’elettricità. Non bisogna confondere lo strumento con l’obiettivo. Il digitale può essere una risorsa per quelle piccole produzioni di nicchia fortemente concentrate sul territorio, serve chiaramente una competenza necessaria, non bisogna però forzare il prodotto allo strumento, dovrebbe essere il contrario, questa è la sfida che ci siamo posti. Attualmente il produttore viene portato a sforzarsi per comprendere uno strumento che non padroneggia, bisognerebbe invece personalizzare questi strumenti informatici alle esigenze di un produttore. Dovrebbe essere l’informatico a costruire la piattaforma giusta per lui, non viceversa.

Festival della Soft economy a Treia
La presentazione del festival della Soft economy, in programma dal 5 al 9 luglio a Macerata e Treia © Francesco Mentonelli per Halleymedia

Il rapporto Io sono cultura quantifica il peso della cultura e della creatività nell’economia nazionale e li ritiene motori trainanti delle economie avanzate. Quale ruolo può ricoprire la cultura nell’economia nazionale?
La cultura ha già un ruolo economico di rilievo. Un conto è dire quanto genera la cultura oggi in Italia, un altro è capire che funzione svolge, dopodiché dotarsi di una strategia condivisa. La cultura agisce su una dimensione simbolica. Se un Paese vuole emergere deve valorizzare il settore culturale perché conferisce unicità quel Paese. Pensiamo all’Italia: Firenze è la città più famosa del mondo, tutto è nato da un libro di Vasari che nel Rinascimento ha descritto i Medici e la Firenze rinascimentale. Quella è stata la più grande operazione di comunicazione che ha creato un discrimine tra Firenze e il resto del mondo. La cultura non genera ricchezza nel breve periodo, però ha un grosso impatto in ottica futura. È necessario tornare ad investire con convinzione nella creatività.

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