Civiltà dell’olio, come l’olivo ha modellato la nostra cultura

L’olivo è una pianta fondamentale per i popoli del Mediterraneo, in grado da millenni, con la sua influenza, di plasmare paesaggio, cultura e tradizioni.

Nessun’altra pianta, ad eccezione del grano, ha avuto nella storia della nostra specie la stessa importanza dell’olivo, in grado di influenzare alimentazione, cultura e religione e di contribuire alla nascita della moderna civiltà mediterranea. Le inconfondibili fronde nodose e ricurve degli olivi hanno modellato il paesaggio del Mediterraneo e i loro frutti hanno offerto sostentamento a numerose civiltà, dal Medio Oriente alla Grecia, dall’Italia alla Spagna. “Due sono i liquidi particolarmente graditi al corpo umano: dentro il vino, fuori l’olio”, scriveva Plinio il Vecchio nel suo celebre trattato Storia naturale. “L’olio è una necessità assoluta e l’uomo non ha sbagliato nel dedicare i suoi sforzi per ottenerlo”.

Raccolta manuale delle olive
La civiltà mediterranea è profondamente associata alla coltura dell’olivo e agli alimenti da essa derivati. Questo rapporto iniziò durante il Neolitico e continuò a prosperare attraverso i secoli © David Silverman/Getty Images

Alle origini dell’olio

Per capire quando l’olivo è diventato fondamentale per i popoli del Mediterraneo occorre fare un viaggio nel passato, andando a ritroso per migliaia di anni, cercando di capire le origini di questa pianta speciale. Si ritiene che le prime coltivazioni di olivi, così come li conosciamo oggi, siano iniziate circa sei-settemila anni fa nelle regioni del Medio Oriente, in un’area corrispondente all’antica Persia e Mesopotamia. Qui, l’olivo selvatico è stato addomesticato e l’olio è stato prodotto per la prima volta. Dall’età del bronzo il prezioso grasso vegetale si è diffuso, è il caso di dirlo, a macchia d’olio, grazie ai mercanti, arrivando in Siria, Libano, Israele, Palestina, Egitto, Grecia e Italia, acquisendo col passare del tempo una crescente valenza socio-economica. Catherine Marie Breton, ricercatrice della facoltà di Scienze dell’evoluzione dell’università di Montpellier, ha analizzato le differenze genetiche tra olivi selvatici e coltivati, per tracciare l’origine del moderno olivo europeo, l’Olea europea. Secondo la studiosa, la nascita degli attuali olivi sarebbe più complessa di quanto si pensi, deriverebbe infatti dall’incrocio di undici differenti varietà. Una cosa è però certa, l’olivo fa parte della flora mediterranea da tempo immemore, polline fossile del genere Olea è infatti stato rinvenuto in diversi paesi del Mediterraneo, come Macedonia e Grecia, mentre foglie fossilizzate risalenti a circa 37mila anni fa sono state trovate nell’isola greca di Santorini.

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Olio sacro, il legame tra olio di oliva e religione

L’olivo e l’olio d’oliva sembrano, da sempre, instillare nell’osservatore un profondo senso del sacro. Non è un caso che ricoprano un ruolo importante nelle tre religioni monoteistiche del Mediterraneo, ebraismo, cristianesimo e islam. Il nome stesso di Cristo significa “unto”, traduzione in greco del termine ebraico mašíakh utilizzato come aggettivo che designava la persona che veniva unta con olio nella cerimonia di consacrazione. Nella religione cristiana la pianta d’olivo ha una forte valenza simbolica, il ramoscello d’olivo stretto nel becco della colomba, ad esempio, segna la fine del diluvio, simboleggiando pace e rigenerazione. L’olio viene anche utilizzato in numerose liturgie, come battesimo, cresima, ordinazione sacerdotale ed estrema unzione. Anche nei riti religiosi ebraici l’olio è molto importante e ritorna il tema dell’unzione come consacrazione al Signore. Una serie di tabù alimentari ne hanno inoltre enfatizzato l’importanza, la Torah, il fulcro della tradizione religiosa ebraica, vieta infatti il consumo della maggior parte dei grassi di origine animale, contribuendo a rendere l’olio d’oliva l’ingrediente principe della cucina ebraica. Nel Corano, il testo sacro dell’islam, l’olivo viene definito “l’albero benedetto”, mentre l’antropologo Edvard Westermarck, nel saggio Ritual and beliefs in Morocco, scriveva: “nell’islam è l’albero cosmico per eccellenza, centro e pilastro del mondo, simboleggia l’uomo universale, il profeta”.

olivo piantato vicino alla cattedrale di Southwark
Fin dall’antichità l’olio ha assunto una forte valenza sacra, insieme all’albero che lo produceva. Ad Atene, per esempio, nessuno poteva sradicare dal proprio campo un ceppo di olivo sacro, pena la morte. Nella religione cristiana quest’albero diventò il simbolo di pace e rigenerazione, e viene celebrato nella festa delle Palme © Dominic Lipinski – WPA Pool/Getty Images

Simbologia e leggende legate all’olio d’oliva

La presenza dell’olivo nella simbologia e nei miti è antichissima e affonda le sue radici nella preistoria. Nel corso del tempo queste piante si sono prestate a numerose interpretazioni: per Omero l’olivo era simbolo di pace e di vita. Il poeta greco lo inserì anche nell’Odissea: era infatti un tronco di olivo, pianta sacra ad Atena, quello con cui Ulisse accecò il ciclope Polifemo. Era anche ritenuto emblema di forza e vittoria, nell’antica Grecia ai vincitori delle Olimpiadi venivano offerti una corona di olivo e un’ampolla d’olio. Il profondo legame tra il paese ellenico e l’olivo è certificato dalla leggenda secondo cui la dea Atena colpì la roccia con la sua lancia, facendo nascere il primo albero di olivo del mondo. Anche nell’antica Roma l’olio d’oliva, prodotto indispensabile nella vita quotidiana e ingrediente della cucina romana, e la pianta da cui nascevano i preziosi frutti erano venerati. Il mito vuole che Romolo e Remo, i due gemelli protagonisti della tradizione mitologica romana, nacquero proprio sotto un albero d’olivo. Gli antichi Egizi credevano invece che fosse stata la dea Iside a rivelare all’uomo le proprietà dell’olivo e ad insegnargli l’arte di coltivare e produrre olio.

Il contribuito dell’olio alla nascita della civiltà

Un cambiamento epocale per la nostra specie è stato il passaggio dalla vita nomade, basata su caccia e raccolta, a quella sedentaria, fondata sull’agricoltura e l’allevamento. Reperti archeologici suggeriscono che proprio durante quel mutamento, avvenuto all’inizio dell’Olocene, tra i 10mila e i 7mila anni fa, nel periodo neolitico, si iniziò a sfruttare l’olivo, che assunse in seguito al processo di domesticazione, avvenuto circa 6mila anni fa, una sempre maggiore rilevanza economica e, di conseguenza, sociale. Scavi archeologici condotti in Turchia, nell’Anatolia meridionale, hanno portato alla luce noccioli di olive risalenti a 8mila anni fa, a testimonianza di come le olive fossero già allora un’importante fonte di nutrimento per gli esseri umani. Difficile quantificare l’importanza che questa straordinaria pianta abbia avuto nell’evoluzione della nostra civiltà, è però indubbio che l’olivo abbia accompagnato l’emergere delle prime civiltà mediterranee.

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La civiltà dell’olivo

L’olivo ha influenzato talmente la vita dei popoli mediterranei da aver dato vita a quella che alcuni antropologi definiscono la “civiltà dell’olivo”, nata in Anatolia e diffusasi poi nelle aree ad est del Mediterraneo. I vari popoli sorti sulle rive del Mediterraneo hanno dunque vissuto la loro ascesa all’ombra dell’olivo, come i greci, che lo ritenevano l’albero della civiltà, poiché per godere dei suoi frutti era necessario un accurato lavoro di selezione, potatura, innesto e, infine, di lavorazione delle olive. L’olivo iniziò gradualmente a penetrare nella cultura, la sua coltivazione richiedeva infatti notevoli nozioni botaniche e una struttura sociale organizzata, poiché occorrono molti anni prima di godere dei suoi frutti. L’importanza di queste piante è testimoniata sia dal rinvenimento di numerosi antichi frantoi in pietra, scoperti in quasi tutte le regioni del Mediterraneo, che da bandiere e toponimi. Sullo stemma della città di Żejtun, a Malta, campeggia una croce verde su sfondo bianco, in cui il verde rappresenta proprio il colore dell’olivo, mentre il nome del comune maltese di Żebbug, significa “olive”, in omaggio ai numerosi oliveti presenti nei dintorni della città.

Grappolo di olive
Nell’antichità, ai tempi dell’agricoltura di sussistenza, un singolo olivo in salute forniva il fabbisogno necessario a una famiglia di olive e olio per cucinare, illuminare e ungere © Sean Gallup/Getty Images

Umbria e olivi, una travagliata storia d’amore

L’Umbria è un territorio dalla forte vocazione all’olivicoltura, non tanto per la mole di produzione quanto per la qualità e la tipicità del prodotto, e da secoli i suoi abitanti hanno imparato a coltivare l’olivo in difficili condizioni. Tra le colline umbre che abbracciano la valle di Spoleto sorge la sede di Monini, storico produttore di olio extravergine di oliva. Abbiamo chiesto a Zefferino Monini, Presidente e Amministratore delegato dell’azienda, nonché nipote del fondatore, che ruolo ha l’olio di oliva nella cultura e nel tessuto economico-sociale umbro. “Se nel sud Italia le condizioni climatiche e ambientali favoriscono la coltivazione dell’ulivo, in Umbria l’olivicoltura è frutto della tenacia delle persone – ha spiegato Monini. – Le piante hanno infatti poco terreno disponibile, poco sole e devono resistere ai repentini mutamenti del clima legati alla vicinanza delle montagne. Per questo gli olivi sono più piccoli e meno produttivi rispetto al meridione, frutto dell’antica selezione delle piante più resistenti, ma, proprio per questo, l’olio che producono è speciale. La sofferenza richiesta per riuscire a produrre olio extravergine di oliva in condizioni così sfavorevoli conferisce infatti al prodotto un valore ulteriore. In Umbria ogni famiglia ha il proprio piccolo oliveto e la maggior parte dell’olio prodotto è destinato all’autoconsumo. Il profondo legame tra questa terra e l’olivo si deve agli eremiti che tra il Quattrocento e il Cinquecento si ritirarono tra la solitudine e la quiete delle valli umbre. Furono loro a strappare letteralmente ai boschi il terreno per coltivare gli olivi, dando vita a quel rapporto difficile ma prezioso tra umbri e olivi, che dà vita a un olio unico e particolare”.

Non solo olio

Il “culto” dell’oliva è nato, banalmente, dalla sua ricchezza di nutrienti che l’ha resa l’alimento principale di una dieta altrimenti povera e limitata. Presso le civiltà mediterranee l’olio d’oliva non era tuttavia impiegato solo in cucina ma aveva molteplici utilizzi, uno dei principali era come combustibile per le lampade notturne, fonte di energia alternativa alla legna e al grasso animale, più facile da produrre, conservare e anche rinnovabile. Veniva inoltre usato, tra le altre cose, per la composizione di medicinali, profumi e cosmetici e per agevolare la filatura della lana. Gli antichi ungevano i loro corpi con olio d’oliva per profumarsi e, più prosaicamente, per scaldarsi d’inverno o detergersi.

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Il bacino del Mediterraneo è stato, per millenni, un crocevia di civiltà come punto di convergenza per le persone, le merci e le religioni. Un elemento ha unito questo eterogeneo incrocio di culture, l’olivo e i suoi frutti miracolosi © Ingimage

Un patrimonio condiviso

La tradizionale dieta mediterranea, dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’Unesco nel 2010, è un patrimonio millenario, frutto dell’intersezione tra i popoli e le culture del bacino del Mediterraneo. Il termine “dieta” deriva dalla parola greca “díaita”, che ha un significato più olistico di quello che le attribuiamo oggigiorno, e indica un “modo di vivere”, “regime di vita”. La dieta mediterranea, di cui l’olio di oliva è un elemento imprescindibile, rappresenta uno stile di vita in continua evoluzione, promotore di integrazione e condivisione in grado di favorire il dialogo tra culture e società differenti.

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