Elettrosmog

A seguito del progresso scientifico e tecnologico, la presenza nell’ambiente di campi elettromagnetici

Il sistema di distribuzione dell’energia elettrica unitamente agli
impianti radiotrasmittenti, pur non rilasciando sostanze
inquinanti, generano campi elettromagnetici che, data la diffusione
capillare degli impianti stessi, possono raggiungere
intensità di una certa rilevanza.

Questo fenomeno è stato a lungo ignorato a causa delle basse
intensità riscontrabili rispetto a quelle richieste per
avere un danno immediato alla salute umana.
Di recente, invece, esso è stato oggetto di indagine
approfondita attraverso numerosi studi, a partire in particolare da
uno studio svolto nel 1979 a Denver (USA) su bambini sottoposti ad
esposizione residenziale a campi magnetici a bassa frequenza, nel
quale risulta che un maggior numero di bambini affetti da tumore
risiedeva in prossimità del sistema di distribuzione
dell’energia elettrica.
Evidentemente da questo studio si può dedurre che il rischio
potenziale riguarda effetti dovuti ad esposizione ai campi di lungo
periodo, mentre si erano sempre considerati, da un punto di vista
scientifico, soltanto gli effetti immediati.

Il tipo di ricerche condotte riguarda sia studi epidemiologici sia
studi sperimentali. Le maggiori evidenze si hanno dai primi, pur
con tutte le difficoltà del caso (le indagini
epidemiologiche richiedono anni e valutazioni assai complesse per
individuare la causa di un’eventuale patologia diffusa nella
popolazione), mentre ancora incerta è l’individuazione del
meccanismo che sta alla base di un’eventuale interazione tra i
campi elettromagnetici ed i tessuti biologici.

Le conoscenze attuali, comunque, portano alla luce un problema che,
anche se non appare ora tra i più gravi in termini di
conseguenze prodotte, non va trascurato: il principio della cautela
si impone fino a che certezze scientifiche non sostituiscano dubbi
e sospetti.

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