Elezioni in India, la democrazia all’ennesima potenza

Le elezioni in India non possono passare inosservate. Sono le più grandi mai indette nella storia della democrazia, c’è in gioco il futuro delle relazioni internazionali.

Le elezioni più grandi dall’Antica Grecia, dalla nascita della democrazia, a oggi. Sono quelle cominciate lunedì 7 aprile in India – secondo paese al mondo per popolazione dopo la Cina – per eleggere i nuovi rappresentanti della camera bassa del parlamento, il Lokhsaba, che poi saranno chiamati a scegliere il nuovo governo. 814 milioni di persone andranno alle urne in nove fasi, fino al 12 maggio. La fine del conteggio dei voti negli oltre 900mila seggi sparsi per tutto il subcontinente è prevista per il 16 maggio.

 

Gli sfidanti principali sono il Partito del congresso (Indian national congress, Inc) e il Partito popolare indiano (Bharatiya janata party, Bjp).

 

L’Inc è il partito della famiglia Gandhi che ha dominato la scena politica fin dall’indipendenza dell’India dal Regno Unito avvenuta nel 1947. Dell’Inc è il primo ministro, Manmohan Singh, al governo dal 2004. Attualmente è guidato da Sonia Gandhi, ma il candidato proposto a diventare primo ministro è Rahul Gandhi.

 

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Il maggiore sfidante dell’Inc, e già dato per vincente da molti sondaggi internazionali, è il Bjp. Nazionalista, conservatore, guidato dall’induista Narendra Modi e probabile prossimo primo ministro al posto di Singh. Secondo l’Economist si tratta di un personaggio oscuro, che non dovrebbe essere votato soprattutto a causa di un episodio che ha caratterizzato la sua ascesa politica. Modi avrebbe avuto un ruolo nelle sommosse popolari contro la comunità musulmana che si sono verificate nel 2002 nello stato del Gujarat, di cui era governatore, e che hanno portato alla morte di un numero di persone compreso tra mille e duemila. Ancora oggi la minoranza musulmana viene usata per alimentare possibili conflitti con paesi confinanti come Pakistan e Bangladesh.

 

Ma se Modi è riuscito a catturare l’attenzione, non solo degli indiani, è perché ha dimostrato di riuscire ad “adattarsi al clima” che si è instaurato tra le persone che governava. Il Gujarat è uno degli stati indiani meno corrotti e meno “in crisi” in un momento in cui l’economia di Nuova Delhi sta crescendo al ritmo più lento dal 1991 a oggi. Cavalcando questi risultati, il Partito popolare indiano ha costruito una campagna elettorale basata sul culto della personalità intorno a Modi, facendo quasi passare il suo simbolo in secondo piano nei manifesti elettorali rispetto al volto sicuro e alla barba bianca perfetta del candidato.

 

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Un mezzo finora poco usato in un paese con differenze sociali enormi e che ora potrebbe fare la differenza, è internet. I giovani di 18 e 19 anni che votano per la prima sono 23 milioni (circa il 3 per cento). L’uso dei social network diventa quindi molto importante perché sono tra i pochi “ambienti” dove si può catturare la loro attenzione.

 

Per far sì che l’India  mantenga buone relazioni con la comunità internazionale, ciò che conta è che vinca la democrazia in un momento in cui questo sistema di governo sembra in difficoltà. I paesi arabi non sono riusciti a cogliere la primavera, l’Ucraina è instabile, la Cina ha trovato nell’oligarchia la soluzione per evitare di ritrovarsi con persone elette ma non in grado di gestire oltre un miliardo di persone. L’India, a differenza dei casi fin qui citati, può vantare una democrazia solida e di lungo corso. Se ha funzionato finora, come riportato dall’Economist in un saggio sui problemi della democrazia, è perché “ha fissato dei limiti al potere del governo e ha garantito i diritti individuali”. Minoranze comprese.

 

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