Ferdinando Scianna immortala il ghetto veneziano

La scelta del luogo destinato ad accogliere il racconto fotografico di Ferdinando Scianna appare tutt’altro che accidentale, poiché la magnifica Casa dei Tre Oci, gioiello architettonico di inizio Novecento, si trova sull’isola veneziana della Giudecca che, secondo una delle numerose etimologie accreditate, traeva la sua denominazione dall’aver accolto il primo quartiere giudaico della città.  

La scelta del luogo destinato ad accogliere il racconto fotografico di Ferdinando Scianna appare tutt’altro che accidentale, poiché la magnifica Casa dei Tre Oci, gioiello architettonico di inizio Novecento, si trova sull’isola veneziana della Giudecca che, secondo una delle numerose etimologie accreditate, traeva la sua denominazione dall’aver accolto il primo quartiere giudaico della città.

 

È dunque in questa sede che, fino all’8 gennaio 2017, sarà possibile ammirare i 50 scatti in bianco e nero che la Fondazione di Venezia ha appositamente commissionato al celebre fotografo siciliano per commemorare il cinquecentesimo anniversario del ghetto ebraico di Cannaregio.

 

ghetto veneziano
La facciata della Casa dei Tre Oci – foto di Giovanni Dall’Orto

 

 

Un percorso espositivo che si snoda al secondo piano dell’edificio, preceduto, al pianterreno e al piano nobile, dalle 100 immagini dell’insigne “collega” zurighese René Burri (1933-2014), anch’egli membro (nonché presidente nel 1982) della medesima rinomata agenzia di Scianna, la Magnum Photos.

 

Due progetti artistici concepiti come tendenzialmente autonomi e solo blandamente correlati da finalità che appaiono, in entrambi i casi, genericamente “archeologiche”, ovvero dall’intento, da parte di Scianna, di esplorare le origini della comunità ebraica della Serenissima e dalla ricostruzione, condotta da Burri, delle tappe salienti del ventesimo secolo, con particolare riferimento ai grandi maestri dell’architettura novecentesca.

 

 

ghetto veneziano
Il canale della Giudecca visto dalla Casa dei Tre Oci – foto di Yamina Oudai Celso

 

La dimensione domestica e quotidiana dell’ebraismo tra teatro e claustrofobia

 

Il ghetto raccontato da Scianna pullula ovviamente di kippah, sinagoghe, cernecchi (cioè le tipiche acconciature ebraiche con i due riccioli ai lati del capo) ma anche di ristoranti, gruppi di turisti in visita, panettieri che si accingono a preparare dolci kosher, campi affollati, gondole o semplici momenti conviviali.

 

Dagli scatti, rigorosamente declinati in quel bianco e nero che l’autore dichiara di considerare ormai alla stregua della propria “lingua madre” fotografica, si evince insomma l’evidente volontà di privilegiare la dimensione domestica e quotidiana della vita del ghetto, senza troppo enfatizzare la componente ieratica e mitologica dell’ebraismo o le sue indimenticabili tragedie storiche.

 

Pur prestando attenzione ai vari retaggi simbolici e rituali, Scianna si muove alla ricerca del genius loci contemporaneo privilegiando i toni dell’intimità, dell’immediatezza, della confidenza e dell’affettività, attenendosi tipicamente ai dettami di quella “street photography” unanimemente riconosciuta come il suo codice stilistico peculiare.

 

 

 

 

Un risultato perseguito con metodo e pazienza, dato che per acclimatarsi appieno col set fotografico l’autore ha scelto di vivere nel ghetto di Cannaregio per alcune settimane, allontanandosene poi per 10 giorni e ricomparendo infine al momento di procedere alla sessione fotografica.

 

Ma sebbene Shylock e i suoi chiaroscuri shakespeariani non abitino qui, il fotografo nativo di Bagheria è ben consapevole di come il ghetto custodisca in realtà una doppia anima: “C’è qualcosa di carcerario ed inquietante nel paesaggio architettonico del ghetto –ha puntualizzato ripetutamente Scianna– Essendo un luogo spazialmente circoscritto, il ghetto è simile ad un teatro, nel quale però si sviluppa un’architettura paradossale e vagamente claustrofobica, poiché, non potendo espandersi in larghezza, gli ebrei cercarono di compensare in altezza, costruendo palazzi fino all’ottavo piano”.

 

Un “coinquilino” d’eccezione: René Burri

 

Prima di accedere alla mostra di Scianna, il visitatore della Casa dei Tre Oci può attraversare le sale popolate dai capolavori di René Burri, nell’itinerario fotografico intitolato “Utopia” e curato da Hans-Michael Koetzle.

 

Una festa della simmetria e una continua lusinga dello sguardo, quella procurata dalle immagini del celebre maestro svizzero, che utilizza il linguaggio dell’architettura come metafora di una visione del mondo, recuperandone le valenze politiche e sociali.

 

Così, il fotografo di Zurigo, artefice di ritratti iconici di alcuni indiscussi protagonisti del ventesimo secolo, come Che Guevara o Pablo Picasso, ma soprattutto narratore della grande architettura novecentesca, da Le Corbusier a Niemeyer, da Mario Botta a Renzo Piano o Tadao Ando, cristallizza nelle sue impeccabili composizioni i grandi eventi epocali, quali ad esempio la primavera di piazza Tienanmen a Pechino o la caduta del muro di Berlino.

 

Visite guidate

 

Il curatore della mostra di Scianna, nonché direttore artistico della Casa dei Tre Oci, Denis Curti, propone un breve ciclo di appuntamenti che consentono, a chiunque lo desideri, di approfondire, attraverso altrettante visite guidate d’eccezione, la conoscenza dei due autori in mostra. Prossime date: 20 ottobre (ore 18) e 9 novembre (ore 18).

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