Roma mette a pagamento una delle sue principali attrazioni, troppo affollata: l’ultimo caso dopo Venezia, le Cinque Terre, Portofino, Costiera Amalfitana. Sarà abbastanza?
Chissà se ora, dopo aver pagato 2 euro per ammirarla i turisti continueranno a lanciare anche qualche monetina dentro la Fontana di Trevi, a Roma, come si usa da sempre per garantirsi il buon auspicio di tornare, prima o poi. Dal 2 febbraio, infatti, per osservare da vicino il capolavoro progettato da Gian Lorenzo Bernini e completato da Nicola Salvi, i non residenti a Roma devono pagare (online o sul posto, rigorosamente con carta di credito) un ticket, dall’importo minimo, ma che secondo il Comune di Roma dovrebbe garantire un flusso più ordinato e più gestibile ai gradini della Fontana di Trevi, altrimenti presi d’assalto dai gruppi di turisti. Nel primo giorno di ingresso a pagamento (fermo restando che l’ingresso alla piazza è libero e che di sera i tornelli vengono spenti) il Comune ha staccato seimila biglietti, per un incasso di 12mila euro in un giorno.
Prima della Fontana di Trevi venne Venezia
Con l’introduzione del ticket per l’accesso ravvicinato alla Fontana di Trevi, la Capitale entra ufficialmente nel dibattito sulla regolazione dei flussi turistici, superando l’idea che lo spazio urbano storico debba essere sempre e comunque libero. L’iniziativa ha ovviamente spaccato l’opinione pubblica: è giusto pagare per accedere a uno spazio pubblico e aperto? È giusto fare qualcosa per limitare il peso dell’overtourism sui centri storici?
Il riferimento inevitabile è Venezia, prima realtà italiana ad aver sperimentato un contributo di accesso per i visitatori giornalieri (da 5 a 10 euro), con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare il turismo “mordi e fuggi” e contenere una pressione ormai insostenibile sul centro storico. Per il 2026, da aprile a luglio per 60 giorni (tutti i venerdì, sabato e domenica più alcuni giorni feriali nelle settimane del 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno) sarà obbligatorio pagare il contributo di accesso per visitare la città antica di Venezia. Un modello che, pur tra polemiche e aggiustamenti, ha aperto una strada. E non a caso Firenze, insieme ad altre città d’arte, osserva con attenzione queste esperienze e valuta iniziative analoghe, tra ticket selettivi, limiti agli accessi e nuove regole per i grandi attrattori.
Limitazioni anche per spiagge, sentieri e parchi
Ma la battaglia contro l’overtourism in Italia non si gioca solo nelle città d’arte, anzi: l’altro fronte aperto è quello dei luoghi aperti e naturali, dove l’eccesso di presenze mette a rischio ecosistemi fragili e qualità della vita delle comunità locali.
Il caso più evidente è la Sardegna, che ha trasformato il numero chiuso in uno strumento ordinario di tutela ambientale. Dalle spiagge più celebri alle cale più isolate, l’idea è semplice: non tutti possono entrare, sempre.
Tra le misure più diffuse:
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limiti giornalieri di accesso e prenotazione online per spiagge come La Pelosa, Tuerredda, Cala Brandinchi, Lu Impostu e Punta Molentis;
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ticket ambientali o contributi simbolici destinati a manutenzione e pulizia;
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accesso solo con guide autorizzate nelle aree più sensibili, come Cala Coticcio nell’arcipelago della Maddalena;
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chiusura totale nei casi estremi, come la Spiaggia Rosa di Budelli, protetta da anni per evitare danni irreversibili.
Lo stesso approccio si ritrova sui sentieri. Nel Parco nazionale delle Cinque Terre, un percorso iconici come quello della Via dell’Amore è soggetto a contingentamento: si accede su prenotazione scegliendo uno slot orario (30′) per un massimo di 200 persone ogni 30 minuti, e talvolta a sensi unici pedonali, per ridurre il rischio e distribuire meglio i flussi.
In montagna, dalle Dolomiti ad altre aree alpine, la strategia passa anche dal blocco dell’espansione ricettiva, per evitare che l’aumento dei posti letto generi automaticamente nuovo sovraffollamento.
Anche i borghi sotto pressione
Nei piccoli centri turistici, soprattutto costieri, il contrasto all’overtourism assume forme diverse. A Portofino ordinanze contro gli assembramenti nei punti panoramici (la cosiddetta ordinanza anti-selfie) e il divieto di accesso ai pullman turistici hanno cercato, le scorse estati, di evitare situazioni pericolose ed è probabile che vengano riproposte nel 2026, mentre in zone come la Costiera amalfitana tornano periodicamente Ztl e limitazioni al traffico nei periodi di massima affluenza. Non si tratta sempre di ticket, ma di una regolazione dell’uso dello spazio pubblico che punta a tutelare residenti e visitatori insieme.
Dalla Fontana di Trevi alle spiagge a numero chiuso, il messaggio che arriva dai territori è chiaro: l’accesso illimitato non è più compatibile con la fragilità dei luoghi. Prenotare una spiaggia, un sentiero o una piazza monumentale non significa privatizzare lo spazio, ma riconoscerne i limiti fisici ed ecologici. La sfida, naturalmente, è rendere queste misure eque, comprensibili e trasparenti, evitando che diventino solo nuovi balzelli e trasformandole invece in strumenti di educazione ambientale.
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