Ponte Morandi, per il Consiglio nazionale degli architetti ci vuole un progetto di rigenerazione per Genova

C’è bisogno di una “rigenerazione dell’intera area della val Polcevera”. Il piano del Consiglio nazionale degli architetti dopo il crollo del ponte di Genova raccontato dal presidente Giuseppe Cappochin.

Il crollo del ponte Morandi a Genova avvenuto lo scorso 14 agosto ha spezzato in due non solo una città, ma l’Italia intera: neanche il tempo di elaborare il dolore per le 43 vittime innocenti, di trovare le soluzioni adeguate per le centinaia di persone evacuate, che sono scattate le polemiche, i tentativi morbosi di ricostruire le dinamiche della tragedia, le accuse incrociate circa le responsabilità. Con Giuseppe Cappochin, presidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, proviamo a fare il punto della situazione a 51 anni dall’inaugurazione del ponte (avvenuta il 4 settembre del 1967, alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat) e 20 giorni dalla sua caduta, senza entrare nelle dinamiche dei dettagli di cui si sta occupando la Procura della Repubblica

Giuseppe Cappochin
Il presidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori Giuseppe Cappochin

Dopo il crollo del ponte è scattato l’allarme anche su altre opere realizzate dall’architetto Riccardo Morandi. La preoccupazione riguarda le modalità con cui sono stati costruiti questi ponti o è dovuto all’età delle opere stesse, che in alcuni casi superano i 50 anni?
La fase economica che stiamo attraversando in Italia è caratterizzata da una profonda crisi degli investimenti degli enti locali, anche nella manutenzione del patrimonio infrastrutturale esistente. “Le buche” delle strade sono solo uno dei sintomi di una situazione assai più complessa che non si basa solo sulla grave mancanza di risorse, ma anche di scarsissima attenzione agli elementi infrastrutturali.

Quindi il ponte Morandi – viadotto Polcevera – non è che la punta dell’iceberg?
Il crollo del ponte di Genova è solo un esempio eclatante di una situazione diffusamente critica. A solo titolo di esempio, basti ricordare che i viadotti italiani sono all’incirca un milione e mezzo. Forse è necessario ricordare che in Italia non esiste un catasto stradale, tanto è che i dati più aggiornati sulla rete stradale comunale risalgono ancora agli anni Novanta.

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Le macerie del ponte Morandi, o viadotto Polcevera, crollato il 14 agosto a Genova. Così si è perso un tratto importante dell’autostrada A10 ma soprattutto, decine di vite © Paolo Rattini/Getty Images

Questo vuol dire che, in mancanza di una vera mappatura, non ci sono neanche controlli adeguati?
Si stima che in Italia vengono realizzate analisi diagnostiche per 60mila viadotti all’anno: un check-up dell’intero stock di viadotti esistente a questi ritmi richiederebbe 25 anni. Va da sé che esiste un problema di gestione ed evoluzione dei singoli elementi che costituiscono il sistema delle nostre città e quello più complesso del nostro ecosistema umano. Nello specifico, per quanto riguarda il sistema infrastrutturale, esiste il problema della qualità delle infrastrutture esistenti e un problema di innovazione delle infrastrutture esistenti: il tutto si traduce nella necessità di un piano infrastrutturale del Paese che tenga congiuntamente conto dei due diversi aspetti.

L’architetto Renzo Piano si è fatto avanti con una sua idea di ponte, da realizzare “senza fretta” e che non prescinde da una riqualificazione del quartiere stesso in cui sorge il Polcevera: come valuta questa iniziativa?
Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori ha commentato positivamente che Renzo Piano abbia considerato elemento imprescindibile della sua “idea di ponte”, che ha donato alla città di Genova, la rigenerazione dell’intera area della val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale.

Lo abbiamo ringraziato in modo particolare per aver sottolineato l’importanza che il progetto di rigenerazione venga attuato mediante concorsi di progettazione, aprendoli ai giovani e offrendo ai talenti la possibilità di emergere. Concorsi di progettazione che dovranno essere aperti, per rispondere ai principi di trasparenza, libera concorrenza, pari opportunità, riconoscimento del merito e per selezionare il progetto migliore, garantendo al gruppo vincitore l’incarico degli altri livelli della progettazione, della direzione lavori o, quanto meno, della direzione artistica.

Una ricostruzione fatta in questo modo potrebbe diventare una sorta di esempio per il futuro?
Il nostro auspicio è che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare, attraverso una esemplare rigenerazione dell’area della val Polcevera, non solo occasione di riscatto della città ligure, ma anche un modello di riferimento per l’elaborazione del Piano d’azione nazionale per le città sostenibili. Piano, questo, che abbiamo lanciato nel corso del nostro recente congresso nazionale al quale hanno partecipato ben tremila delegati.

L’Italia, e Genova in particolare, sembra nella morsa in questi ultimi di gravi problemi infrastrutturali e di un serio dissesto idrogeologico: sono due temi che vanno affrontati insieme? Quale delle due questioni ritiene più urgente da affrontare?
Vanno affrontati congiuntamente, e non può essere altrimenti. La rigenerazione delle città non può più essere intesa solo come sostituzione di parte del parco degli edifici, ma deve rispondere a quella domanda di cambiamento che la società contemporanea richiede e che ha come principale obiettivo la qualità della vita dei cittadini e, quindi, la loro, la nostra, sicurezza. La messa in sicurezza del territorio e degli edifici, nei confronti del rischio sismico, idrogeologico e della qualità e scarsa manutenzione delle infrastrutture esistenti sono, infatti, una parte degli interventi che abbiamo previsti nel Piano d’azione nazionale per le città sostenibili.

Cos’altro prevede questo piano d’azione?
Servono programmi di finanziamento strutturali, con cui alimentare una politica di rinnovo delle città e dei territori attraverso la progettazione ed attuazione di interventi che, in forma coerente ed integrata, siano finalizzati ad accrescere la resilienza urbana e territoriale, a tutelare l’ambiente ed il paesaggio, a favorire la coesione sociale ed a migliorare la qualità abitativa. Un programma che, anziché disperdere risorse a pioggia, in mille rivoli, le concentri in progetti urbani integrati, esemplari in termini di eccellenza ambientale e innovazione, quali modelli da riprodurre in diversi contesti, in grado di innescare processi virtuosi di coinvolgimento di energie finanziarie private e internazionali.

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