Giulio Regeni, dopo 7 anni gli agenti egiziani vanno a processo

A processo i quattro agenti dei servizi segreti egiziani: per la Procura di Roma sono gli esecutori dell’omicidio di Giulio Regeni. 

  • Ufficiale il rinvio a giudizio per i 4 agenti dei servizi segreti egiziani: secondo la Procura di Roma sono gli esecutori dell’omicidio di Giulio Regeni.
  • Il 20 febbraio 2024 si terrà la prima udienza: il dibattimento si svolgerà in assenza degli imputati ma per il pm sarà un processo vero.
  • Dopo 7 anni di depistaggi e insabbiamenti da parte dell’Egitto, per la mamma di Giulio finalmente è stata “una bella giornata”.

Verità per Giulio Regeni. Forse, sette lunghi anni dopo la sua barbara uccisione, sta arrivando il momento. La Corte d’Assise di Roma ha deciso di rinviare a giudizio quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani, accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016.

Si tratta di Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif: per loro, seppur praticamente in contumacia, il processo si aprirà il 20 febbraio 2024, data in cui è fissata la prima udienza. Sarà un processo lungo e faticoso, ma il rinvio a giudizio dei quattro egiziani à una vera propria svolta in un vicenda dolorosa per la famiglia di Giulio Regeni, per l’Italia, per l’intero sistema dei diritti umani.

Giulio Regeni, una storia di diritti umani violati 

Il caso Regeni è una delle più gravi violazioni dei diritti umani avvenute in Egitto negli ultimi anni, che ha scosso le relazioni diplomatiche tra i due paesi e sollevato una forte indignazione internazionale. Il giovane friulano, che stava svolgendo una ricerca sulle organizzazioni sindacali egiziane per l’Università di Cambridge, fu rapito il 25 gennaio 2016 al Cairo, il giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana. Il suo corpo martoriato fu ritrovato il 3 febbraio lungo la strada che collega la capitale ad Alessandria d’Egitto, con segni evidenti di torture e fratture multiple.

Dopo anni di depistaggi e mancata collaborazione da parte delle auotorità egiziane, le indagini condotte dalla procura di Roma hanno infine individuato i quattro 007 come i responsabili del sequestro e dell’omicidio di Regeni, basandosi su elementi di prova come intercettazioni telefoniche, testimonianze, le immagini delle telecamere di sorveglianza e le analisi scientifiche. In particolare, il maggiore Sharif è accusato di aver inflitto le lesioni mortali al ricercatore, mentre gli altri tre sono accusati di aver partecipato al sequestro e alla detenzione illegale.

“Una bella giornata”

La decisione della Corte è stata accolta con soddisfazione dalla famiglia di Regeni e dai suoi legali, che hanno espresso la loro speranza di ottenere finalmente la verità e la giustizia per Giulio. Anche il governo italiano ha manifestato il suo appoggio al processo, annunciando che la Presidenza del Consiglio sarà parte civile nel procedimento. La sfida principale del processo ora sarà quella di far comparire in aula i testimoni, soprattutto quelli egiziani, che potrebbero confermare le accuse contro gli imputati.

Tuttavia, le autorità egiziane hanno sempre negato ogni coinvolgimento dei loro agenti nel caso Regeni e hanno accusato la procura italiana di aver occultato le prove che potevano essere utili alle indagini egiziane. Il rischio è che i quattro 007 restino irreperibili e che il processo si svolga in loro contumacia, rendendo difficile una condanna definitiva e una eventuale estradizione.

Ma quella del 4 dicembre, il giorno in cui il gup ha deciso per il rinvio a giudizio, “è una bella giornata”, come ha dichiarato la mamma di Giulio Regeni, Paola Deffendi, che per la prima volta vede davanti a sé uno spiraglio per la giustizia. Quella luce che sembra esserci spenta quando, il 14 ottobre 2021, la Corte d’Assise di Roma, aveva dichiarato impossibile celebrare il processo, in quanto non risulta provata la notifica delle accuse agli imputati, protetti e nascosti dall’Egitto. Ma, investita del caso, lo scorso settembre la Corte Costituzionale aveva riaperto completamente i giochi, stabilendo che il processo si sarebbe potuto celebrare anche in assenza degli imputati, tenendo conto delle circostanze specifiche e delle eventuali iniziative di cooperazione giudiziaria internazionale.

In sostanza, la Corte ha ritenuto ragionevole, vista la notorietà della vicenda Regeni tanto in Italia quanto in Egitto, che i quattro agenti siano comunque venuti a conoscenza dei reati che vengono loro contestati. Non solo: la Corte Costituzionale ha messo anche nero su bianco che “per le imputazioni di tortura statale la disciplina dell’assenza non può tradursi in una immunità de facto”. E l’assenza degli imputati “non ridurrà il processo ad un simulacro” ha assicurato in aula il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: “Poter ricostruire pubblicamente in un dibattimento penale i fatti e le singole responsabilità corrisponde ad un obbligo costituzionale e sovranazionale. Un obbligo che la Procura di Roma con orgoglio ha sin dall’inizio delle indagini cercato di adempiere con piena convinzione”.

 

 

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