Il presidente dell’Istat lo ha ribadito al Parlamento impegnato nella legge di Bilancio: le liste d’attesa sono troppo lunghe e l’alternativa è il privato.
- Il 9,9 per cento degli italiani nel 2024 ha rinunciato a cure o esami necessari: lo ha ribadto il presidente dell’Istat durante le audizioni per la legge di bilancio.
- Le liste di attesa si allungano e spesso l’unica soluzione è ricorrere alla sanità privata, ma i soldi non ci sono.
- In manovra previsti 7,7 miliardi in più in 3 anni per la sanità, ma il rapporto con il Pil nel 2025 scenderà al 5,9 per cento.
Quasi un italiano su dieci rinuncia a curarsi. Il dato che il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha lasciato sul tavolo della Commissione Bilancio del Senato qualche giorno fa, durante le audizioni degli esperti in vista delle modifiche alla legge di Bilancio per il prossimo anno, è uno di quelli che ha fatto più scalpore, anche perché è un dato numerico traducibile direttamente in persone, accanto a quelli che invece sono ‘solo’ dati statistici ed economici.
Eppure era una dato già noto da qualche mese, precisamente dallo scorso maggio quando l’Istat l’aveva inserito nel suo rapporto annuale sulle condizioni del Paese, in cui metteva nero su bianco che nel 2024, il 9,9 per cento della popolazione (quindi più o meno 6 milioni di persone) ha dichiarato di non aver effettuato visite o esami specialistici pur avendone bisogno.
Sì, ma perché si rinuncia alle cure?
Un dato in forte crescita rispetto al 7,5 per cento del 2023 e al 6,3 per cento del 2019, prima della pandemia, che rinuncia a curarsi. È la fotografia di un Paese dove le difficoltà di accesso al servizio sanitario – economiche, organizzative e territoriali – si stanno ampliando, incidendo in modo diretto sulla salute delle persone. Come ha risposto la politica? Mettendo nel Sistema sanitario nazionale, in legge di bilancio, 7,7 miliardi di euro. Tanti, secondo chi ragiona in termini assoluti (mai il Ssn era stato finanziato così copiosamente, arrivando a 145 miliardi nel 2028); pochi invece, per chi ragiona in termini relativi: nello stesso 2028, infatti, quei 145 miliardi corrisponderanno al 5.9 per cento del Prodotto interno lordo, sempre un record ma stavolta in negativo. Quest’ultimo in genere è il criterio considerato più valido, perché consente di capire davvero fino a che punto si può finanziare il Ssn.
Tornando al perché un italiano su dieci rinuncia a curarsi, i motivi principali sono due. Il primo, sempre più rilevante, sono le liste d’attesa: il 6,8 per cento della popolazione non riesce a ottenere in tempi ragionevoli visite o esami e rinuncia alla prestazione, un valore aumentato di 4 punti percentuali rispetto al 2019 e di 2,3 punti in un solo anno. Il secondo è il costo: il 5,3 per cento dichiara difficoltà economiche tali da impedirgli di sostenere le spese sanitarie. Parallelamente cresce il ricorso al settore privato: nel 2024 il 23,9 per cento delle persone ha pagato interamente l’ultima visita specialistica, contro il 19,9 per cento del 2023, segnale di un sistema che fatica a garantire risposte tempestive e accessibili.
Tutte le disparità sociali alla base
Il fenomeno non colpisce tutti allo stesso modo. Le donne rinunciano alle cure più degli uomini: 11,4 per cento contro 8,3 per cento: l’ennesimo campo in cui si perpetua la differenza di genere nel nostro Paese. Il divario esplode tra i 25 e i 34 anni: a rinunciare è il 12,5 per cento delle giovani donne, quasi il doppio dei coetanei uomini (7,1). Tra i 45 e i 54 anni, la fascia più colpita in assoluto (13,4 per cento), il peso delle motivazioni economiche e organizzative è quasi equivalente; dai 55 anni in poi prevalgono invece le difficoltà di prenotazione. Le rinunce alle cure sono ormai diffuse in tutto il territorio: 9,2 per cento nel Nord, 10,7 per cento nel Centro, 10,3 per cento nel Mezzogiorno: la novità è il peggioramento del Nord, che riduce il divario storico con il Sud: nel 2019 la rinuncia alle cura riguardava solo 5 residenti settentrionali su cento, contro il 7,5 per cento nel Mezzogiorno. Cambiano anche le motivazioni: al Centro-Nord prevalgono le liste d’attesa, mentre nel Mezzogiorno pesano allo stesso modo problemi economici e tempi di attesa.
![]()
Il livello di istruzione continua a essere un fattore protettivo: tra gli adulti con titolo di studio basso, il 7,7 per cento rinuncia alle cure per motivi economici; tra i più istruiti la quota scende al 5,7 per cento. Ma il divario aumenta con l’età: oltre i 65 anni le persone meno istruite rinunciano per ragioni economiche oltre tre volte più dei laureati. Quando il motivo è la lista d’attesa, invece, la differenza riguarda soprattutto gli anziani.
Insomma, il fenomeno della rinuncia, cresciuto dopo la pandemia, è oggi trasversale a tutte le categorie sociali, compresi gruppi che prima avevano minori difficoltà. Per l’Istat, la rinuncia alle cure rappresenta una forma di esclusione sanitaria che “ha un impatto diretto sulla salute individuale e collettiva”. Ritardi diagnostici, peggioramento delle malattie croniche, ricadute sul lavoro e sui redditi, aumento del ricorso al pronto soccorso sono alcune delle conseguenze più frequenti. E il fenomeno si inserisce in una fase in cui, pur crescendo la speranza di vita, diminuiscono gli anni vissuti in buona salute – soprattutto tra le donne – e si amplia il ricorso a soluzioni private per necessità più che per scelta.
Siamo anche su WhatsApp.
Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.