Diritti umani

India, anche le piantagioni di tè certificate violano i diritti dei lavoratori

Uno studio condotto da alcune organizzazioni indiane mostra gravi violazioni degli standard di sostenibilità nelle piantagioni di tè in India, in particolare per i diritti dei lavoratori.

La coltivazione e produzione di tè in India dà lavoro a più di 3,5 milioni di persone e rappresenta più del 31 per cento del mercato globale, un dato secondo solo alla Cina. Le condizioni di lavoro nella piantagioni di tè sono da sempre state degradanti e pericolose, come mostra il documentario della Bbc del 2015 The real cost of a cuppa, il vero costo di una tazza di tè.

In risposta a queste preoccupazioni sempre più aziende stanno decidendo di affidarsi a certificazioni indipendenti e più rigide, come la Rainforest alliance. Unilever, uno dei principali produttori del paese e uno degli attori più grandi dell’industria mondiale del tè, ha assunto un ruolo chiave nella certificazione del mercato, dopo aver promesso di rifornirsi di soli prodotti provenienti da piantagioni certificate Rainforest alliance entro il 2020. Un recente studio, però, mostra come le violazioni delle leggi nazionali del lavoro si verifichino anche in piantagioni di tè certificate come sostenibili.

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Al contrario delle immagini che mostrano piantagioni di tè verdi e rigogliose, i lavoratori (metà dei quali sono donne) sono costretti a condizioni di lavoro degradanti © Robert Churchill/Getty images

Piantagioni di tè, un bicchiere mezzo vuoto

Il fornitore indiano Glocal Research e l’organizzazione per i diritti umani India committee of the Netherlands hanno svolto un approfondimento del rapporto Certified Unilever Tea – Small Cup, Big Difference? del 2011. L’organizzazione ha indagato le condizioni di lavoro in otto grandi piantagioni certificate Rainforest alliance che riforniscono Unilever, evidenziando in tutte queste numerose inadempienze sistematiche degli standard.

Nello specifico, le violazioni riguardano la precarietà e la disuguaglianza dei benefit tra lavoratori temporanei e a tempo indeterminato, la libertà di associazione spesso assente e la mancanza di un’attrezzatura di sicurezza adeguata. Lo studio condotto nel 2016, Certified Unilever Tea – A Cup Half Empty, si concentra su queste tre tematiche all’interno di due piantagioni di tè nel distretto del Nilgiri, nello stato indiano di Tamil Nadu.

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I lavoratori migranti rappresentano dal 30 al 50 per centon dei circa duemila lavoratori a Nilgiri, in India © Carlina Teteris/Getty images

La precarietà del lavoro

Sebbene la situazione dei lavoratori temporanei sia migliorata in termini di strutture mediche ed educative dal 2011, al momento non hanno ancora gli stessi diritti dei lavoratori a tempo indeterminato. Infatti, i lavoratori temporanei non ricevono contributi per le tasse scolastiche dei figli, non hanno accesso a fondi previdenziali, permessi e aspettative, asili nido o altri servizi di previdenza sociale. Tutto questo viola il Plantation act del 1951 che prevede che tutti i lavoratori, siano essi temporanei o fissi, vengano trattati equamente.

Inoltre, per ottenere lo status di lavoratore a tempo indeterminato in una piantagione di tè ci vogliono almeno tre anni, il che rappresenta una violazione della legge sui contratti lavorativi.

Salari e straordinari

Lo studio mostra come le paghe degli straordinari siano calcolate illegalmente: durante l’alta stagione, metà dei lavoratori ha riportato di lavorare più di dieci ore al giorno per sei giorni alla settimana, facendo meno ore di pausa. Queste ore di lavoro straordinario non compaiono nei registri ufficiali delle piantagioni, dato che la retribuzione delle ore extra non viene tracciata ma, al contrario, fatta passare per “pagamento a titolo di incentivo”. Questo significa che i lavoratori non ricevono una paga aggiuntiva per ogni chilo di tè in più raccolto oltre l’obiettivo della giornata. Le ore extra, il carico di lavoro e la retribuzione degli straordinari, quindi, non sono conformi ai requisiti legali e agli standard di agricoltura sostenibile della Rainforest alliance.

Attrezzatura personale di sicurezza

L’uso di attrezzatura di sicurezza personalizzata (come guanti, grembiuli di plastica, cappotti, scarpe e mascherine) non è ancora diventato obbligatorio per l’impiego di agenti chimici nelle piantagioni. Gli addetti ai prodotti chimici sono perlopiù lavoratori migranti, particolarmente vulnerabili per via del loro analfabetismo. I corsi di formazione e altre informazioni riguardanti gli standard di salute, sicurezza e sostenibilità sul lavoro vengono quasi sempre dati nella lingua locale, il tamil, che non tutti i lavoratori capiscono.

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Un lavoratore spruzza dei pesticidi sul tè senza indossare un’attrezzatura di sicurezza adeguata © Frank Bienewald/LightRocket via Getty Images

Libertà di associazione

Le pratiche selettive e restrittive di contrattazione collettiva osservate nel primo rapporto sono state riscontrate anche nel più recente. I sindacati esistenti non sono conosciuti tra i lavoratori e non hanno contribuito molto al miglioramento delle condizioni di vita di questi. Alcuni lavoratori hanno anche riportato di non poter scegliere sindacato, ma di dover iscriversi a quello supportato dalla dirigenza. Per questo i lavoratori non possono usufruire del loro diritto di associarsi liberamente al sindacato che desiderano e di contrattare collettivamente.

La risposta di Unilever

Riconosciamo che si stanno facendo progressi nel settore del tè in India, ma c’è ancora molto da fare e noi siamo impegnati con i nostri fornitori e partner come Rainforest alliance per migliorare gli standard di lavoro, di sicurezza e degli alloggi. Grazie alla nostra esperienza sappiamo che è soltanto attraverso un dialogo aperto con tutte le parti coinvolte che riusciremo unire le forze per iniziare un nuovo capitolo nella trasformazione dell’industria del tè in India.

Anche se comparando gli studi del 2011 e del 2016 sono stati riportati diversi miglioramenti, la filiera del settore del tè in India ha ancora molta strada da fare per adempiere agli standard di sostenibilità internazionali. Bisognerebbe effettuare attività di investigazione e approfondimento (due diligence) più rigide e controlli più severi per assicurare che gli standard stabiliti sulla carta si applichino anche nella pratica.

L’India è tristemente nota per uno scarso monitoraggio e attuazione delle leggi e degli standard. E soprattutto in circostanze in cui i governi e la società civile non prendono posizioni abbastanza forti per i diritti dei lavoratori, dovrebbe essere prerogativa delle grandi aziende assicurare che questi diritti siano rispettati.

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