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L’aumento della popolazione e la gestione inefficiente delle risorse stanno causando non pochi problemi nel settore dell’istruzione.
L’istruzione, uno dei pilastri fondamentali per il progresso della società, è in seria difficoltà in vari paesi dell’Asia centrale, dove mancano scuole, insegnanti e libri di testo. Un problema che minaccia il futuro di milioni di bambini. E con esso, anche il progresso delle loro società.
A inizio ottobre il presidente del Kazakistan Kassym-Jormat Tokayev ha fatto un’ammissione sorprendente: la carenza di scuole è “uno dei problemi più urgenti del paese”, ha detto al congresso nazionale degli insegnanti. Una dichiarazione che mostra le gravi carenze del sistema educativo, in ginocchio per mancanza di infrastrutture e scarsi investimenti: secondo un recente report dell’Unicef, la spesa pubblica per l’istruzione in Kazakistan rappresenta appena il tre per cento del pil (in Italia, il 4,1 per cento).
A ciò si aggiunge il numero crescente di alunni: quest’anno in Kazakistan si sono iscritti alla scuola primaria più di 382mila bambini di sei anni, ma non ci sono aule per tutti e si stima che manchino circa 270 mila banchi scolastici. Un deficit che ha portato decine di migliaia di studenti a dividersi fra turni diurni e serali.
Scarseggiano spazi e infrastrutture anche nella capitale, Astana, dove non c’è posto per più di 26mila studenti: le classi sono sovraffollate e in otto scuole le lezioni sono state addirittura organizzate su tre turni.
Infine, secondo l’Unicef, il tasso di bambini che non frequentano la scuola primaria in Kazakistan è molto elevato, pari a circa il dieci per cento.
A settembre il ministro dell’Istruzione del Kirghizistan, Kanybek Imanaliev, è stato rimosso per inadempienza: a pesare sul suo conto, anche le forti accuse dovute alla carenza di fondi destinati ai testi scolastici.
Il caso Imanaliev è solo un’ulteriore dimostrazione dei problemi che affliggono il settore dell’educazione pubblica in Kirghizistan: nella capitale Bishkek, ad esempio, non ci sono scuole a sufficienza e i ragazzi vengono stipati in aule da 40-45 alunni. E così anche qui le lezioni vengono organizzate su turni per dare a tutti la possibilità di frequentare.
L’1 settembre in Tagikistan la campanella è suonata per 2,2 milioni di alunni. Ma all’appello mancano circa quattromila insegnanti: un vuoto causato in parte dalla forte stagnazione economica che negli ultimi anni ha spinto molte persone a lasciare il Tagikistan per cercare lavoro e fortuna altrove, prevalentemente in Russia.
Anche in Uzbekistan la situazione presenta delle criticità: quest’anno il Paese ha registrato 6,5 milioni di bambini iscritti nelle scuole pubbliche, ma dispone di appena 10.522 istituti scolastici. Di conseguenza, anche qui le lezioni sono organizzate su turni e gli insegnanti si trovano a gestire aule affollate, spesso con 40-50 studenti per classe.
A ciò si aggiunge una qualità dell’insegnamento ancora piuttosto scarsa, che ha iniziato a fare progressi solo negli ultimi anni: appena il 33 per cento degli insegnanti di inglese possiede un livello “C1”, ovvero il livello “avanzato” stabilito dal Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue.
“Potranno sembrare cifre ancora basse, ma non bisogna dimenticare che fino al 2018 la conoscenza dell’inglese da parte dei nostri insegnanti di lingua straniera era ancora più bassa: solo l’un per cento di loro possedeva un livello di inglese pari al C1; oggi questa percentuale è salita al 33 per cento. Per noi è un risultato importante — ha spiegato a Lifegate Sherzod Shermatov, ex ministro dell’Educazione, in carica dal 2018 al 2021, oggi a capo del Ministero uzbeco per lo Sviluppo delle tecnologie digitali. D’altronde nel nostro Paese non ci si era mai focalizzati seriamente sul livello dell’istruzione. Adesso invece ci stiamo sforzando per migliorare la qualità dell’educazione nella scuola pubblica, puntando soprattutto sull’insegnamento delle lingue straniere e dell’informatica. Oggi i bambini studiano l’inglese già dal primo anno di scuola, talvolta anche all’asilo”.
Effettivamente in Uzbekistan si stanno facendo degli sforzi per sviluppare il settore dell’istruzione: lo dimostra, ad esempio, la recente costruzione di oltre duecento scuole specializzate nell’insegnamento delle materie tecnologiche.
Tuttavia, a pesare sulla qualità generale dell’insegnamento ci si mettono anche gli stipendi bassissimi di molti insegnanti delle scuole pubbliche, che spesso non superano l’equivalente di trecento euro e vengono pagati con grossi ritardi.
I fattori alla base di questa crisi in Asia centrale sono molteplici e, come scrive l’Unicef, in alcuni casi sono da ricercare innanzitutto nella scarsa capacità della classe politica di gestire e pianificare le risorse, sempre insufficienti.
Inoltre, la gestione dell’istruzione pubblica in questa regione ha subìto un forte terremoto con il crollo dell’Unione sovietica.
A ciò si aggiunge la popolazione in forte aumento: dopo la fine della Seconda guerra mondiale le repubbliche dell’Asia centrale hanno assistito a un incredibile boom demografico. Nel giro di pochi decenni la popolazione di questi paesi è raddoppiata più volte: in Uzbekistan, ad esempio, all’inizio del XX secolo vivevano circa sei milioni di persone, al momento del crollo dell’Urss circa venti milioni, oggi quasi 36 milioni.
Infine, la situazione per i bambini in età scolare si è aggravata ulteriormente con la pandemia e adesso, nonostante le promesse della politica, fatica ancora a migliorare.
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