La questione, tutta italiana, dell’autorizzazione di nuove trivelle

Il ministro della Transizione ecologica ha firmato l’autorizzazione per una decina, tra esplorazioni ed estrazioni. Senza un piano regolatore delle trivelle “non potevamo non firmare”.

Affinché la transizione energetica non rimanga un concetto, una teoria su carta, servono azioni concrete. Azioni diverse, però, dalle trivelle per estrarre metano e petrolio offshore e onshore, autorizzate dal ministero della Transizione ecologica di concerto con quello dei Beni culturali, che sembrano andare nella direzione opposta.

Nello specifico, il ministro Roberto Cingolani ha sbloccato dieci concessioni relative a 20 giacimenti per l’estrazione di gas metano, più uno esplorativo per la ricerca di petrolio, disseminati tra il sottosuolo emiliano, i fondali del mar Adriatico e il canale di Sicilia.

Greenpeace Italia libro
In azione a Ravenna, alla piattaforma Agostino B, durante la campagna referendaria sulle trivelle © Francesco Alesi/Greenpeace

Quella firmata da Cingolani è una proroga di nuove concessioni, che finora erano state bloccate da una moratoria presentata a inizio 2019 nel decreto Semplificazioni e che prevedeva la sospensione delle ricerche in mare di tutti gli idrocarburi per 18 mesi, oltre che l’aumento dei canoni di concessione di 25 volte.

Al provvedimento del 2019 – che di fatto non bloccava le attività di estrazione già avviate, ma le sole autorizzazioni a nuove prospezioni e ricerche – doveva far seguito l’introduzione del Pitesai, acronimo che sta per Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, da approvare entro il 13 febbraio 2021 con lo scopo di individuare le aree idonee per lo svolgimento delle attività di estrazione di combustibili fossili da parte degli operatori.

Passata la “data di scadenza”, la moratoria è decaduta e il ministero è stato costretto a firmare i procedimenti sulle attività di ricerca e prospezione e ora, dal momento che il Pitesai non è arrivato in tempo, gli iter autorizzativi sono ripartiti e la nuova scadenza del piano è stata rimandata al 30 settembre.

Dove sorgeranno le trivelle

L’elenco delle trivelle autorizzate è lungo e molte di queste riguardano attività in capo alla compagnia petrolifera Eni. C’è il giacimento offshore Calipso, a 35 chilometri da Ancona, la perforazione di Donata, al largo di San Benedetto del Tronto. Poi è stata autorizzata una sostituzione della piattaforma Bonaccia, al largo di Recanati, dove l’Eni potrà perforare quattro pozzi e posare le condotte di collegamento per far arrivare il metano sulla terraferma.

L’Eni è protagonista anche nel canale di Sicilia dove nuove perforazioni vengono concesse nel giacimento di metano Lince, al largo della costa di Licata e Gela. Tra Siracusa e Caltanissetta, sei nuovi pozzi di estrazione più altri due pozzi esplorativi sono stati ritenuti idonei in relazione ai parametri ambientali.

E poi c’è la messa in produzione di Teodorico, prospicente il lido di Ravenna, da parte dell’australiana Po Valley che ha ricevuto anche il via libera all’estrazione di metano nel giacimento Selva Malvezzi, nelle campagne di Budrio, bassa pianura bolognese. Come riporta il quotidiano di economia e finanza Il Sole 24 ore, Po Valley dovrà costruire anche una centrale per trattare il gas e una condotta per collegarsi ai metanodotti nazionali. In Emilia-Romagna ci sono anche due rinnovi delle concessioni minerarie in provincia di Modena, Barigazzo e Vietta, a beneficio della modenese Siam.

La risposta del ministero della Transizione ecologica

La concessione dell’attuale ministero della Transizione ecologica altro non è che una mini-proroga, in attesa dell’adozione del Pitesai. Tra gli obiettivi del piano c’è la razionalizzazione dei giacimenti e la chiusura di quello meno redditizi e non più attivi: se consideriamo il gas naturale, infatti, il 13 per cento delle concessioni attive fornisce l’80 per cento della produzione nazionale, ovvero 4 miliardi di metri cubi sui 5 miliardi estratti nel 2019 fanno capo ad appena quindici concessioni.

Fonti interne del ministero della Transizione ecologica spiegano che non c’era scelta e che il rischio fosse quello di comparire davanti ai tribunali: “Il ministro non poteva non firmare. Erano percorsi amministrativi nati anni fa e non si poteva non firmare. Anche il Mibact lo ha fatto”. Le stesse fonti riferiscono che il ministro Roberto Cingolani è “fiducioso del fatto che si riuscirà presto ad avere il Pitesai, che è la risposta alla pletora di permessi in via di definizione”.

Il Pitesai, inoltre, dovrà integrarsi con la pianificazione marina imposta dall’Unione europea, la quale chiede di attuare delle “strategie marine” con lo scopo di proteggere e preservare l’ambiente marino, prevenirne il degrado e, dove possibile, procedere al ripristino degli ecosistemi marini nelle aree in cui abbiano subito impatti. Ma anche su questo piano l’Italia è in ritardo: il 31 marzo 2021 era la scadenza entro la quale ogni stato membro avrebbe dovuto presentare il proprio Piano di gestione dello spazio marittimo. Solo sei stati hanno rispettato i termini e l’Italia, purtroppo, non è tra questi.

Trivelle, le critiche delle associazioni

Cingolani, dunque, starebbe lavorando affinché si acceleri il più possibile per introdurre il piano regolatore delle trivelle. Greenpeace, Legambiente e Wwf che, in comunicato stampa congiunto, parlano di un “problema a monte”, in quanto mancherebbe una legge che “stabilisca un chiaro termine ultimo di validità delle concessioni di coltivazioni in essere e che preveda, di conseguenza, un fermo di tutte le attività ad esse correlate oltre che un fermo delle autorizzazioni per nuove attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi”.

Roberto Cingolani
Sulle trivelle, il ministro spiega che non poteva non firmare © Wikimedia Commons

Le associazioni ambientaliste chiedono di non sottovalutare gli impegni europei sul taglio delle emissioni di CO2 stabilendo – come fatto da Francia e Danimarca – un termine ultimo alle limitazioni delle aree per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, a mare e a terra, “per poter davvero portare il nostro Paese da qui a vent’anni a un blocco di tutte le attività di estrazione di gas e petrolio”.

Alle tre associazioni si aggiungono le critiche del comitato No Triv. “A dispetto della narrazione che si è imposta, in Italia non è mai esistita una norma blocca-trivelle” spiega Enrico Gagliano, co-portavoce del coordinamento nazionale No Triv. “La sospensione introdotta dal decreto-legge Semplificazioni non ha comportato alcuna sospensione delle attività di coltivazione di idrocarburi tant’è che la produzione nazionale di gas nel 2019 è stata di circa 1,6 miliardi di metri cubi nel 2019 mentre nel 2020 ha subito una flessione di circa 15 per cento”. Secondo Gagliano, il Pitesai, le sospensioni e i provvedimenti di proroga non hanno alcun nesso tra loro. “La particolarità delle proroghe firmate da Cingolani risiede altrove: con gli ultimi decreti sono state prorogate concessioni il cui termine era già scaduto da tempo”. Un paradosso permesso da una norma retroattiva introdotta durante il governo Monti: “Le compagnie presentano istanza di proroga del titolo prima che questo scada e continuano ad estrarre gas e petrolio anche oltre la scadenza, in attesa dell’approvazione della proroga”.

Per quanto concerne invece i decreti Via firmati dai ministri, il coordinamento No Triv segnala due profili di illegittimità, il primo riguardante la perforazione del pozzo Lince I nel canale di Sicilia, l’altro al largo di Marche e Abruzzo. “I ministri Cingolani e Franceschini hanno firmato due decreti Via che non avrebbero potuto firmare: il primo, quello siciliano, perché in violazione della sospensione dei permessi di ricerca introdotta con il decreto Semplificazioni; il secondo perché privo del parere obbligatorio di una delle regioni interessate, ovvero la regione Abruzzo” conclude Gagliano.

Infine, dopo l’approvazione del Pitesai si aprirà tutto il tema relativo al loro smantellamento, recupero e riuso delle piattaforme e dei pozzi. In un documento del 2019 sottoscritto dai ministeri di Sviluppo economico, Ambiente, Beni culturali e dall’associazione di categoria Assomineraria si prevedeva la dismissione immediata di 22 strutture offshore. A questi, Legambiente, Greenpeace e Wwf ne aggiungevano altri 12, per un totale di 34 giacimenti non più produttivi che, abbandonati, diventano un pericolo per l’ambiente. Insomma, come fanno notare ancora le associazioni ambientaliste, meglio concentrare gli sforzi sulla filiera delle bonifiche invece che continuare a sovvenzionare nuove riserve petrolifere nei nostri mari le quali, messe insieme, coprirebbero il fabbisogno nazionale solo per sette settimane.

Articolo aggiornato in data 20 aprile 2021 con l’intervento del coordinamento No Triv.

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