L’Ulisse dentro di noi

Oltre le colonne d’Ercole… per non rinchiudersi mai in una visione stereotipata e data per scontata della realtà e per rimanere con la mente sempre aperta.

Tutto ciò che incontrai nel mio andare ora fa parte di
me.
E quello che ho visto è una porta che si apre sul nuovo:
e più vado avanti più vedo i confini lontani.
È penoso fermarsi, darsi un confine, non splendere
più,
arrugginiti, perché si rimane inattivi.
Fingendo che il vivere sia respirare! una fila di vite
non mi basterebbe; e non mi resta che un poco dell’una che ho.
Eppure quel poco è un momento rubato all’eterno silenzio, e
porta con sé
cose ancora da fare, e vile sarebbe per questi pochi anni
restare in disparte con questo mio spirito grigio
che brucia e che sogna ancora il sapere: la stella che cade
lontano, là dove l’umano pensiero non sa immaginare.

Questi splendidi versi del poeta inglese Alfred Tennyson
(1809-1892), dedicati a Ulisse, metafora incarnata del viaggiatore,
esprimono, come solo la lirica sa fare, la condizione itinerante
dell’uomo, la sua brama originaria di andare a cogliere la “stella
che cade” oltre la linea dell’orizzonte.

Ulisse decide di lasciare il regno al figlio Telemaco, per
riprendere il mare, forte della sua “volontà di lottare,
cercare, trovare e non cedere mai”.
Eppure, non sempre l’uomo accetta il rischio di riprendere il mare,
di fare nuove esperienze, di mettersi nella condizione del
viandante romantico, pervaso dallo struggente desiderio di cogliere
l’infinito, l’Assoluto, pur nella consapevolezza della sua
impossibilità.

Coltivare l’Ulisse che è dentro di noi significa vivere
pienamente la nostra esperienza di frontiera, la nostra strutturale
ambivalenza, il nostro essere perennemente sospesi tra ignoranza e
conoscenza, progetto e realizzazione, desiderio d’infinito, di
pienezza di senso e sua impossibilità, almeno all’interno
del tempo corruttibile.

Lasciare il regno, nella nostra ottica, non significa però
rinunciare agli affetti, alla stabilità dei legami, al
nostro “regno” quotidiano, semmai vivere l’esperienza del viaggio
all’interno di questo stesso “regno”.

La quotidianità emerge in tutto il suo grigiore solo in
colui che non coltiva con cura, con amore, con vivo desiderio il
suo Ulisse, poiché incapace di vedere con occhi sempre nuovi
la realtà che lo circonda, i volti che ama; incapace di
accrescere il suo sapere, di intensificare gli affetti, di
rinnovarsi nella sua professione, di esplorare nuove
modalità d’esistenza.

Occorre una sorta d’unione mistica con la vita, e, per chi è
animato da autentico spirito religioso, con l’Assoluto, al fine di
concludere il proprio viaggio con la consapevole gioia di non
essersi mai accontentati di visitare un solo porto.

Ci sono, infatti, due tipi di stabilità:
· La stabilità artificiosa di chi si è
“trascinato” nella vita in modo ripetitivo, meccanico, freddo,
impersonale;
· La stabilità dell’anima propria di colui che ha
raggiunto il perfetto equilibrio di sé, o, perlomeno, lo ha
cercato, perché ha capito che solo rinnovandosi, acquisendo
nuove esperienze, progettando nuove forme d’esistenza ha coltivato
l’Ulisse che è in lui, insomma ha realizzato la sua vera
essenza di uomo.

Valgono, allora, più che mai, le stupende parole di
Aristotele, contenute nell’Etica nicomachea: “Ma non bisogna dar
retta a coloro che consigliano all’uomo, poiché è
uomo e mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; anzi,
al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da
immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più
nobile che è in noi.”

Fabio Gabrielli

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