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Il declino di alcune popolazioni di uccelli e il ricambio delle specie stanno modificando i suoni tipici delle albe primaverili.
A tutti noi sarà capitato di aprire gli occhi sentendo il cinguettio dei passeri o delle cince. Specialmente all’arrivo della primavera, la natura si risveglia brulicante di vita, con gli uccelli che cantano per festeggiare l’arrivo della bella stagione e l’inizio di un nuovo giorno.
Un gruppo internazionale di ricercatori facente capo all’Università dell’Anglia orientale, nel Regno Unito, ha esaminato le sonorità di oltre 200mila siti negli ultimi 25 anni, sfruttando i dati raccolti dai cittadini stessi e un database online accessibile a tutti. Quello che hanno scoperto non è confortante: in America del nord e in Europa il rumore della primavera sta cambiando, perché i canti emessi dagli uccelli all’alba stanno diventando più silenziosi e meno variegati.
La colpa è di un calo nel numero di esemplari: basti pensare che in Europa una specie di uccelli su cinque rischia l’estinzione, mentre dai cieli dell’America del nord ne sono scomparsi quasi tre miliardi rispetto al 1970. Tra i gruppi più colpiti, con un crollo di 617 milioni di unità, c’è proprio quello degli uccelli canori (che comprende, tra gli altri, allodola, rondine, pettirosso e cinciallegra).
Le cause sono la perdita di habitat, l’utilizzo di pesticidi e i cambiamenti climatici, che stanno alterando anche la distribuzione degli animali costringendoli a migrare verso temperature più adatte alla loro sopravvivenza.
Gli scienziati hanno analizzato le caratteristiche acustiche dei vari paesaggi tramite quattro indici progettati per misurare l’ampiezza e la frequenza delle onde sonore. “Dato che sentire gli uccelli è più facile che avvistarli, possiamo dire che uno dei metodi più importanti con cui l’uomo interagisce con la natura stia venendo meno”, spiega il dottor Simon Butler, autore principale dello studio pubblicato sulla rivista Nature communications.
I suoni giocano infatti un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra relazione con l’ambiente circostante. I ricercatori lanciano un avvertimento: l’urbanizzazione, insieme all’aumento della sedentarietà, sta riducendo le nostre occasioni di contatto con le altre specie: la cosiddetta “estinzione dell’esperienza” rischia di avere impatti negativi sulla salute psico-fisica degli esseri umani e sulle loro abilità cognitive, come riscontrato durante la pandemia.
“Se diminuisce la nostra consapevolezza degli elementi naturali che ci stanno intorno, diventa più difficile notarne il deterioramento o addirittura interessarsene”, conclude la dottoressa Catriona Morrison. “Gli studi come questo hanno l’obiettivo di rendere le perdite più tangibili e dimostrarne l’impatto sulla salute umana”. Si dice che una rondine non fa primavera: forse, invece, è proprio il contrario.
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