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La Lombardia fa ricorso contro il (parziale) divieto di caccia alla volpe

La regione, con un tempismo discutibile, ha presentato ricorso contro la sospensione del piano di abbattimento delle volpi in provincia di Lodi.

La volpe rossa (Vulpes vulpes) gode, più o meno da sempre, di una cattiva reputazione. La sua straordinaria capacità di adattamento e plasticità ecologica è stata vista in accezione antropomorfica e negativa dalla tradizione popolare, che la vuole animale subdolo e opportunista. La volpe è stata a lungo ritenuta un “animale nocivo”, al pari degli altri carnivori e dei mustelidi, e per questo cacciata per decenni in ogni modo e senza pietà.

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Oggi sappiamo che il concetto di nocivo è sbagliato e ascientifico, questi predatori hanno anzi effetti benefici sull’agricoltura e perfino sulla nostra salute, contenendo le popolazioni di roditori e insetti e prevedendo la diffusione di alcune malattie. Eppure ancora oggi in Italia, ogni anno, vengono abbattute migliaia di volpi. Il principale motivo sarebbe che questi canidi sono ritenuti dai cacciatori indesiderati competitori nella cattura della selvaggina, in particolare della selvaggina di allevamento destinata all’uso venatorio.

Volpe rossa che corre in una radura innevata
Il piano di abbattimento delle volpi relativo territorio della provincia di Lodi avrebbe consentito anche l’uccisione delle volpi di notte, da autoveicoli e con fonti luminose artificiali © Ingimage

Lombardia dalla parte dei cacciatori

Nonostante l’assenza di certi dati scientifici relativi un effettivo impatto negativo delle volpi su animali domestici e selvatici, e l’attuale grave situazione dell’Italia, particolarmente colpita dalla pandemia di Covid-19, la regione Lombardia ha deciso di presentare ricorso contro la sentenza del Tar che aveva sospeso il piano di abbattimento delle volpi in provincia di Lodi.

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Lo scorso 10 gennaio il Tar della Lombardia, in seguito al ricorso di Enpa, Lac e Lav , aveva infatti aveva sospeso in via cautelare, in attesa di prendere una decisione, alcune parti del piano che prevedeva l’uccisione delle volpi sul territorio della provincia di Lodi. Secondo l’ordinanza il piano, che consentiva tra le altre cose di uccidere le volpi anche tramite il crudele metodo della caccia in tana, violava la legge nazionale 157 sulla tutela degli animali selvatici.

Testa di volpe imbalsamata appesa come trofeo
La sistematica avversione per gli animali predatori, definiti “nocivi”, risale alla legge 1420 del 1923 © Christopher Furlong/Getty Images

Un piano di abbattimento illegittimo

In particolare, ha spiegato la Lav, il piano consentiva le uccisioni delle volpi anche a soggetti privati, ovvero ai cacciatori, “in contrasto con la norma nazionale che consente tale attività solo ai pubblici ufficiali e in difformità con le numerose pronunce della corte costituzionale che hanno già censurato altre leggi regionali simili a quella lombarda”.

Cucciolo di volpe rossa tra la vegetazione
I piani di controllo delle volpi sono affidati alle singole regioni © Ingimage

Un discutibile tempismo

“È raccapricciante dover constatare che in piena emergenza coronavirus, in Lombardia, la regione più martoriata del nostro Paese, gli amministratori hanno buon tempo da spendere per pensare agli interessi dei cacciatori e alla tutela del loro passatempo”, hanno commentato in una nota le associazioni animaliste.

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Oltretutto, come detto, l’ordinanza del Tar non rappresenta un divieto definitivo, ma deve essere valutata dal Consiglio di stato, chiamato il prossimo 16 luglio a prendere una decisione. La regione avrebbe pertanto potuto semplicemente attendere la sentenza ed, eventualmente, presentare ricorso allora, anziché pensare ad abbattere le volpi nel bel mezzo del lockdown.

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